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Un colosso del petrolio sta assumendo giornalisti, e non è una buona notizia

Le multinazionali del fossile colgono ogni occasione possibile per difendere i propri interessi e disseminare dubbi sulla scienza del clima: l’ultima è Chevron, che ha pubblicato degli annunci per creare una “redazione”

Foto: Joe Raedle/Getty Images

Chevron, una delle più grandi aziende petrolifere americane, sta assumendo dei giornalisti per creare una “news board” personalizzata e diffondere contenuti esclusivi.

A un primo sguardo, la notizia potrebbe apparire irrilevante e passare colpevolmente in sordina; tuttavia, per chi ha seguito attentamente il dibattito relativo al negazionismo climatico, la campagna di assunzioni di Chevron dovrebbe meritare tutta l’attenzione possibile. Da tempi non sospetti, infatti, le multinazionali del fossile colgono ogni occasione possibile per manipolare l’informazione, difendere i propri interessi e disseminare dubbi sulla scienza del clima.

Queste strategie sono note agli addetti ai lavori da tempi non sospetti, ma sono entrate a far parte del discorso pubblico soltanto di recente, grazie a lunghe e approfondite inchieste documentate da diversi saggi, come ad esempio Merchants of Doubt di Erik M. Conway e Naomi Oreskes, che racconta come un nutrito gruppo di politici, ricercatori e grossi industriali, agevolati da un sistema mediatico compiacente, abbiano creato i presupposti per la costruzione di un vero e proprio sistema di discredito della scienza nel settore ambientale.

Alcune aziende di combustibili fossili, già a partire dagli anni ’70, erano perfettamente consapevoli del legame tra la propria attività e il riscaldamento globale. Erano stati gli scienziati interni a queste stesse compagnie a osservare questo collegamento di causa-effetto e a consigliare alle aziende di limitare le emissioni e cambiare rotta. Tuttavia, le corporation hanno deciso di non tenere in considerazione queste osservazioni scientifiche, preferendo attivarsi per proteggere il proprio giro d’affari e nascondere la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Tanto per dare una misura della pervasività di queste strategie, la summenzionata Oreskes – storica della scienza presso l’Università di Harvard – ha analizzato il contenuto testuale di quasi 200 comunicazioni relative al riscaldamento globale di Exxon Mobil, compresi documenti aziendali interni e annunci pubblicitari in stile editoriale (gli “advertorials”) pubblicati sul New York Times, il quotidiano più prestigioso al mondo.

Una parabola raccontata molto bene anche da I bugiardi del clima, uscito di recente per Laterza e scritto dalla giornalista ambientale Stella Levantesi, che ha definito questa strategia come «la più grande opera di insabbiamento della storia recente» (l’abbiamo intervistata pochi giorni dopo l’uscita del libro).

La logica alla base di queste alleanze è abbastanza evidente: le aziende di combustibili fossili non potevano permettere che la propria attività fosse compromessa, e agire per ostacolare le politiche climatiche era fondamentale per mantenere quello che viene chiamato il business as usual e, di conseguenza, per continuare a infoltire i propri fatturati. Nel corso degli anni, l’atteggiamento di questi attori è cambiato: oggi l’industria petrolifera accetta pubblicamente l’esistenza del cambiamento climatico e, in parte, la responsabilità antropica nella crisi climatica. Tuttavia, la volontà di agire nell’ombra per ostacolare le politiche ambientali è rimasta intatta.

Secondo le voci più critiche, anche il disegno di Chevron rientrerebbe perfettamente in questa dinamica: l’obiettivo del colosso dovrebbe essere quello di creare i presupposti per l’organizzazione di una redazione “di parte”; un team composto da giornalisti ben stipendiati e il più possibile fedeli alle direttive aziendali, disposto a lavorare febbrilmente per ammorbidire le posizioni di un’opinione pubblica sempre più consapevole della catastrofe ambientale in atto e minimizzare le responsabilità dell’industria fossile nell’aumento delle emissioni.

La notizia ha catalizzato l’attenzione mediatica grazie a un fortunato articolo pubblicato sulla rivista online Gizmodo (condiviso massicciamente su Twitter e sugli altri canali social) e scritto da Molly Taft, una giornalista specializzata in tematiche ambientali e già collaboratrice di Vice, The Outline, The Intercept e altre testate. Tuttavia, inizialmente, è stato il portale d’informazione E&E News a venire a conoscenza della “proposta indecente” di Chevron: uno dei suoi giornalisti è stato infatti contattato da Cella, l’agenzia che si occupa di gestire i colloqui per conto della multinazionale. L’annuncio di lavoro originale, intitolato “Business Writer, Oil & Energy”, è stato pubblicato su LinkedIn da Cella lo scorso 12 dicembre, ma senza menzionare esplicitamente il nome di Chevron – tuttavia, come ha riportato la stessa Taft, altri post pubblicati da Cella, relativi alle posizioni di “redattore capo” e “direttore creativo”, facevano riferimento a un “cliente petrolifero ed energetico”.

Non è la prima volta che Chevron investe nel mondo dei media: nel 2012, in seguito all’esplosione di una centrale di sua proprietà, ha fondato il Richmond Standard, quotidiano attivo nell’omonima città californiana, che tra le altre cose ospita la Chevron Richmond, una raffineria di petrolio di 2.900 acri affacciata sulla baia di San Francisco – è di proprietà della stessa Chevron Corporation e impiega oltre 1.200 lavoratori, costituendo, di fatto, il principale datore di lavoro dell’intera città.

Non sappiamo come la questione si definirà, ma una cosa è certa: quando un colosso del fossile decide di operare grossi investimenti nel sistema mediatico, la scelta non è mai casuale.