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Un altro 25 aprile da leoni per la destra italiana

Giorgia Meloni & Co. hanno come sempre alimentato il gioco di presa di distanza da «tutti i totalitarismi» e hanno fatto ricorso a un colpo di tosse quando c’è stato da pronunciare la parola «antifascista». E intanto Salvini proprio il giorno della Festa della Liberazione ha candidato Vannacci alle Europee…

Foto: Andreas Solaro/Getty Images

A chi dice che non conta tano il come ma il cosa, e quindi valga più che altro accodarsi – in un modo o in un altro, tant’è – ai festeggiamenti per la Festa della Liberazione piuttosto che usare certe parole a discapito di altre, ecco, no: basta vedere cos’ha detto Mattarella. Il Presidente della Repubblica ha condannato il fascismo senza se e senza ma, come nemico della democrazia, ha detto che «il 25 aprile è per l’Italia una ricorrenza fondamentale: festa della pace, della libertà ritrovata», e poi che i partigiani sono «dei patrioti», in un periodo in cui il termine va a ruba dalle parti di Fratelli d’Italia. Insomma, le parole giuste per raccontare cos’ha rappresentato quel giorno ci sono, esistono, chiare e limpide. Ci vuole tanto? Forse sì.

Non è una novità, ma anche stavolta la destra ha dato il meglio di sé se si è trattato di ricordare. È probabile che l’ordine di scuderia fosse di evitare sparate in stile «… ha fatto anche cose buone», ma ciò non toglie che Meloni e compagni, pur usando formule discrete, hanno come sempre alimentato il gioco di prese di distanza da «tutti i totalitarismi», di retorica cerchiobottista, di distinguo inutili in questo momento, di ambiguità; e soprattutto, come da tradizione, hanno fatto ricorso a un colpo di tosse quando c’è stato da pronunciare la parola «antifascista». La grana era già esplosa nei giorni scorsi con il caso Scurati, ma non hanno fatto granché per una sorta di riconciliazione.

Sui social, dopo aver detto che «con la fine del fascismo pose le basi per il ritorno alla democrazia», Meloni ha ribadito la propria avversione «a tutti i regimi totalitari e autoritari», una formuletta che mette sullo stesso piano comunismo e fascismo, in un Paese come il nostro in cui, al di là di tutto, i comunisti parteciparono alla Costituzione, i fascisti no (aridaje). Ci ha scherzato perfino Fiorello stamattina: «Ieri Meloni ha pronunciato la parola “fascista”. Bene, ora mancano solo quattro lettere, “anti”». Il Presidente del Senato Ignazio La Russa è stato ancora più vago, mentre andava con Mattarella a festeggiare «doverosamente la ricorrenza del 25 aprile», senza specificare neanche che è la Festa della «Liberazione». E ovviamente nessuno si è dichiarato antifascista.

Com’è che un termine che in maniera oggettivo è alla base della Costituzione – nel senso che è nata in risposta al fascismo – è così divisivo? In questi giorni ha girato un intervento di Alessandro Barbero a Dimartedì in cui Floris gli chiedeva del perché gli esponenti di governo facessero così tanta fatica a dirsi antifascisti: «Evidentemente è perché sono fascisti», ha risposto. Altri, da Santoro o Travaglio, dicono che la premier e i suoi sono più che altro «a-fascisti», nel senso che non sono propriamente fascisti, ma non vedono quell’ideologia neanche come una minaccia.

Al di là dei soliti esercizi sul tema di cui ieri abbiamo avuto ancora prova, da «… è una festa divisiva» a «i partigiani non erano solo di sinistra» (appunto!), fino alle tarantelle su Bella ciao e ai contrattacchi («e allora l’antifascismo?» dei ministri), è questione culturale. A Fratelli d’Italia non si dicono antifascisti perché vengono dal post-fascismo del Movimento Sociale, si sono formati nel partito di Giorgio Almirante, nato proprio dalla ceneri del partito fascista, e hanno un legame con quell’ideologia; il fatto che, come aveva scritto Meloni l’anno scorso al Corriere della Sera, non abbiano nostalgia per il Ventennio, non inneggino a manganelli e olio di ricino e mettano pure (alcuni, perlomeno) l’aspetto anti-democratico tra le cose sbagliate – ma non per questo da dimenticare – non significa mica che siano contrari al fascismo, né al loro passato. Qualsiasi cosa voglia dire: vengono da lì, non lo condannano mica al 100%.

Va anche detto che, dopo tutto questo tirarla – legittimamente, s’intende – per la giacca, oggi forse a Meloni non basterebbe neanche dichiararsi semplicemente antifascista, ma le si chiede qualcosa in più: banalmente, giustificare tutte queste omissioni. Sennò, chi le crederebbe? Per cui, oltre a un pensiero sincero, alle spalle di questo ostracismo c’è anche un calcolo politico. Ma che sia anche un caso anche culturale lo dimostra un’intervista al Presidente della Camera Lorenzo Fontana sul Foglio, in cui si dichiara «convintamente antifascista». Fontana è un conservatore reazionario non da poco, in termini d’orizzonti ha molto da spartire con Meloni; ma viene comunque dalla scuola della Lega di Bossi, un partito che tra gli anni Ottanta e Novanta aveva fatto dell’antifascismo una bandiera, e non dall’Msi. Non c’è bisogno, insomma, di tirare in ballo comunismo e il resto. Non il 25 aprile.

Ma al di là di Fontana, per il Carroccio interrogarsi su sofismi del genere a un mese dalle Europee è un po’ come interrogarsi sul sesso degli angeli mentre Costantinopoli sta per essere rasa al suolo. Salvini si dice sia «antifascista» che «anticomunista» – contro qualsiasi dittatura, lui strenuo difensore della democrazia che di recente ha detto che l’esito delle elezioni in Russia va accettato, perché Putin alla fin fine l’ha eletto il popolo. Eppure per, nel dubbio, ha ufficializzato la candidatura del Generale Vannacci alle Europee. Si sa, Vannacci ha delle idee talmente estreme con cui perfino lo stesso segretario, in parte, dice di non essere d’accordo, e alcuni esponenti del partito – quelli, va da sé, antifascisti – hanno già gli sfoghi allergici al pensiero. Ma davvero non c’era un giorno più adatto del 25 aprile per annunciarlo?

La verità è che se Meloni parla prima di tutto al suo zoccolo duro – più o meno nero, più o meno nostalgico, più o meno fascista, più o meno in espansione – Salvini si rivolge invece alla pancia del Paese, ed è un termometro molto più indicativo, in questo senso. E qui ecco che dopo trent’anni di martellamento, partito da Berlusconi e arrivato fino al nascondino di oggi, per alcuni non è più una priorità dirsi antifascisti, il problema semplicemente non esiste, il fascio è sepolto, un’ideologia vale l’altra e basta dirsi «contro ogni dittatura». Anche il 25 aprile. Questo non significa che domani torneranno le camicie nere, ma che c’è un motivo in più per scender in piazza per la Festa della Liberazione, questo sì.

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