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Tutti i problemi del reddito di cittadinanza

Visto che se ne è discusso tantissimo e che ora è attivo da diversi mesi, abbiamo deciso di fare il punto sul tema con Rosamaria Bitetti, professoressa di Analisi delle Politiche Pubbliche della Luiss di Roma

Luigi Di Maio e Giuseppe Conte alla presentazione del RdC nel 2019. Foto di Antonio Masiello/Getty Images

Un milione di famiglie usufruisce del reddito di cittadinanza. Un totale di 2,4 milioni di persone percepisce il sussidio contro la povertà, erogato per la prima volta la scorsa estate. Ma è lo strumento che può far uscire dalla povertà i 5 milioni di “poveri assoluti” – di cui un milione e mezzo sono stranieri – stimati dall’Istat? No.

Per rendersene conto basta guardare bene i dati. Meno della metà delle persone in povertà usufruisce del reddito di cittadinanza. E una delle prime ragioni, come spiega l’Osservatorio dei conti pubblici italiani, è data dal fatto che questa misura adotta criteri molto restrittivi per gli stranieri, ovvero esclude tutti quelli che risiedono in Italia da meno di dieci anni.

Nelle ultime settimane le dichiarazioni politiche sull’argomento sono state contrastanti. Se da una parte il governo sostiene di non aver del tutto abolito la povertà, dall’altra ribadisce però che “siamo vicini” al risultato. È davvero così? Per capire quanto sia o meno efficace lo strumento voluto dal Movimento 5 Stelle, ne abbiamo parlato con un’esperta: Rosamaria Bitetti, docente in Analisi delle Politiche Pubbliche alla Luiss Guido Carli.

Allora, facciamo chiarezza su questo sussidio.
Dobbiamo subito dire che il reddito di cittadinanza è stato un compromesso tra la visione originale che era quella di offrire un reddito di cittadinanza per tutti e una sorta di sussidio alla povertà. Un upgrade del REI (reddito di inclusione) che era stato introdotto dal governo precedente. Misure simili sono presenti in quasi tutti i paesi europei e servono ad aiutare chi è al di sotto la soglia di povertà per un determinato periodo, con l’idea che con il tempo si riesca poi ad uscirne, per questo ci sono diverse condizionalità.

In Italia com’è strutturato il RdC?
In Italia si è molto ibridato con un modello di politiche attive per il lavoro, ovvero importanti strumenti che si fanno a contrasto della disoccupazione, e che purtroppo sono molto limitate in Italia. Parliamo di strumenti di policy che non hanno come obiettivo tamponare la povertà ma favorire l’ingresso nel mercato del lavoro. Quando è stato attuato il reddito di cittadinanza c’era un forte vincolo di bilancio e quindi, secondo me, questi due obiettivi sono entrati in conflitto perché è nata l’esigenza di restringere molto la platea di chi poteva avere accesso a questo sussidio.

Secondo l’Istat i poveri in Italia sono 5 milioni. I beneficiari del Rdc sono meno della metà.
Per stilare la serie di limitazioni fatta per ridurre la platea non si sono usati gli stessi requisiti dell’Istat quindi molte persone che sono effettivamente povere, secondo gli standard nazionali dell’istituto di statistiche in Italia, non possono accedere al reddito di cittadinanza.

Può spiegarci meglio?
Il 30 per cento dei poveri stimati in Italia è composto da stranieri residenti che non possono accedere al RdC se non sono residenti nel nostro paese da dieci anni. Ci sono poi molte discriminazioni interne perché i requisiti di accesso non sono calibrati su base territoriale e penalizzano le famiglie numerose.

E quindi, chi ne gode?
Secondo le stime del documento dell’Osservatorio dei conti pubblici, in realtà il 41 per cento degli aventi diritto al reddito di cittadinanza non sono effettivamente poveri secondo gli standard. E gli esclusi sono tanti, perché sarebbero il 143 per cento degli aventi diritto. Questo crea il problema dal punto di vista della povertà.

In altri termini, il RdC può funzionare per rispondere alla povertà?
Se non si guarda alla crescita no. Pensare a una politica del lavoro attiva, considerando come target non solo chi è in povertà estrema, è più importante se si vuole ridurre la povertà perché fa riattivare la crescita. Crea posti di lavoro e li crea anche per chi ha un livello di competenze più basso. Solo in parte possiamo tamponare la povertà, ma lo stiamo facendo a prezzo d’ingiustizie. Alcuni di coloro che hanno ricevuto il reddito di cittadinanza sono ben oltre la soglia di povertà, altri che ne sono stati esclusi sono ancora sotto questa soglia Non abbiamo segnali incoraggianti da questa politica, e facendo un’analisi della struttura, più che dei fini, del RdC, possiamo osservare diversi problemi di policy design. Ci sarebbero stati modi migliori per affrontare il problema della povertà in Italia.

Quali?
Innanzitutto se lo strumento mira all’alleviare la povertà assoluta, sarebbe stato utile un maggiore coordinamento con l’Istat, con gli altri centri di elaborazione accademica e gli esperti di questi temi per usare definizioni chiare e condivise nel decidere chi dovrebbe o meno accedere al sostegno. In secondo luogo sarebbe utile spezzare la componente di politiche del lavoro attivo dal reddito di cittadinanza e farne un programma autonomo. In questo modo potrebbero accedervi anche altre persone più qualificate che magari vivono nella povertà relativa e non assoluta ma che hanno più possibilità di riagganciarsi all’interno del mondo del lavoro. Questo innescherebbe una spirale virtuosa di crescita. E la crescita è la soluzione principale, nel lungo periodo, al problema della povertà.