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Tutti i problemi del lavoro di cura ai tempi del Green Pass

Baby sitter, colf e badanti sono tra le figure professionali che hanno risentito di più della pandemia: esposte al rischio di contagio, sono state escluse dagli ammortizzatori sociali e oggi hanno notevoli problemi per l'introduzione del Green Pass

Foto via Unsplash

Tra i settori che hanno maggiormente risentito degli sviluppi della pandemia, il lavoro di cura che viene svolto quotidianamente in supporto alle famiglie occupa un posto particolare. Se è vero che le misure restrittive introdotte per tenere sotto controllo i contagi hanno reso più difficile svolgere qualsiasi attività lavorativa, nel caso di baby sitter, colf, badanti e altre figure che prestano un servizio essenziale per le persone più fragili le problematiche sono esacerbate in un vero e proprio dramma sociale sin dalle primissime settimane di lockdown – una situazione raccontata molto bene dal saggio Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, scritto dal gruppo di studio The Care Collective. 

Nelle fasi iniziali pandemia, la quotidianità tipica di questa categoria di lavoratori – e, soprattutto, lavoratrici – è stata completamente stravolta. In primis perché nel lavoro domestico il contatto fisico è inevitabile e, di conseguenza, le famiglie hanno iniziato a percepire colf e bandati come una possibile minaccia per la salute dei loro cari, allontanandole e licenziandole. In secondo luogo perché, nei mesi più duri del primo lockdown, la categoria è rimasta sostanzialmente sprovvista di ammortizzatori sociali: come ha spiegato Lorenzo Gasparrini, presidente dell’associazione Domina, nell’aprile dello scorso anno, quando i licenziamenti hanno vissuto una crescita considerevole, queste figure professionali non potevano contare su alcun tipo di sostegno da parte dello Stato, dato che il decreto Cura Italia aveva mostrato scarsa attenzione nei loro confronti, escludendole da ogni tipo di sussidio.

La situazione non è migliorata neppure con l’estensione dell’obbligo di presentazione del Green Pass sul luogo di lavoro: secondo le stime della stessa Domina, tra le mura delle famiglie italiane potrebbero essere impiegati almeno 600mila lavoratori senza Green Pass. Secondo Assindatcolf, invece, il numero degli assistenti domestici non vaccinati potrebbe arrivare addirittura a un milione – un numero pari a circa il 50% della platea. 

La politica non è stata lungimirante e ha completamente perso di vista l’identikit di chi svolge questo tipo di mansioni: le assistenti familiari provengono in buona parte dall’Europa dell’est e, quindi, in molti casi sono state vaccinate con Sputnik o altri farmaci non autorizzati dall’EMA e dall’AIFA, senza avere la possibilità di ottenere il Green Pass. Inoltre, le lavoratrici che provengono da quest’area geografica hanno spesso una certa ritrosia alla vaccinazione, un po’ per motivi culturali, un po’ perché in molti Paesi non è stata avviata alcuna campagna di sensibilizzazione per promuovere la diffusione del vaccino.

A partire dal 15 ottobre, questa situazione ha rischiato di creare un cortocircuito giuridico difficile da sanare, dato che migliaia di famiglie avrebbero potuto trovarsi all’improvviso sprovviste di persone che potessero prendersi cura dei loro cari. Per individuare una soluzione al problema è stato necessario attendere fino al 4 novembre, quando una circolare del Ministero della Salute – frutto di un’intensa attività di pressione dei sindacati, su tutti Assindatcolf –  ha disposto che i lavoratori domestici che hanno completato il ciclo vaccinale con un vaccini non autorizzato da EMA, come nel caso di Sputnik o Sinovac,  possano ricevere una dose di richiamo con Pfizer o Moderna, garantendogli finalmente la possibilità di vedersi rilasciato il Green Pass.

Tuttavia, per quella porzione di platea sprovvista di certificazione la situazione è più delicata che mai: infatti, il lavoratore domestico che non possiede o non esibisce una versione valida del Green Pass viene considerato assente ingiustificato. Questa condizione comporta fin dal primo giorno la sospensione della retribuzione e di tutti gli emolumenti – compreso il vitto e l’alloggio in caso di convivenza – e l’interruzione del pagamento dei contributi Inps e Cassacolf.

La retorica sulla centralità sociale dei lavoratori di cura è stata un ritornello costante di questa pandemia, un po’ come accaduto nel caso dei rider e degli infermieri. Per mesi, nei discorsi pubblici e sulle prime pagine dei giornali, chi sceglie di sacrificare il suo tempo e il suo corpo per prendersi cura dei nostri cari è stato spesso mitizzato, trattato come una sorta di eroe. Dopo due anni difficili all’insegna della precarietà e dell’incertezza, forse queste persone non vogliono più gloria fine a sé stessa, ma diritti.