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Tutte le volte in cui Sergio Mattarella ci ha reso felici

In questi anni difficili, il presidente della Repubblica è stato la coperta di Linus di un popolo smarrito. Ecco gli highlight più emblematici del suo settennato. In attesa del bis

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sfila da solo all’Altare della Patria il 25 aprile 2020

Foto: Paolo Giandotti/pool quirinale/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images

Tra alleanze ai limiti del grottesco, migranti bloccati in mezzo al mare per settimane, riedizioni dei soliti condoni tombali e annunci un pelino sproporzionati che decantavano, a seconda dei casi, l’abolizione della povertà e il ritorno dei “pieni poteri”, negli ultimi anni la classe politica italiana ha fornito, se possibile, uno spettacolo più squallido di quello a cui ci aveva abituati.

In un periodo così delicato e ad alto tasso di frammentazione sociale, aggravato dagli sviluppi di una pandemia che ha acuito il senso di smarrimento di un popolo sempre più disunito, abbiamo avuto un unico appiglio: Sergio Mattarella.

Il presidente della Repubblica – riconfermato per un secondo mandato da una classe politica che ciarlava a destra e manca di voler “rottamare” i vecchi padri ma che, come da copione, ha saputo soltanto prostrarsi compatta in ginocchio per chiedergli di rimanere – è stato l’unico punto fisso in un groviglio di disordine e incertezza, la coperta di Linus di una nazione divisa e sconsolata.

Probabilmente, se gli italiani sono legati così tanto al dodicesimo capo dello Stato, è soprattutto per via della sua innata capacità di immedesimazione con i dolori e le contraddizioni del popolo: Mattarella ha saputo vestire i panni dell’uomo comune senza concedere nessuno spiraglio al populismo e alla demagogia, dovendo incarnare suo malgrado l’archetipo del saggio, portatore unico di chiarezza in un mare di confusione. Negli anni del distanziamento sociale e dell’affermazione della solitudine come nuovo stile di vita, Mattarella ha saputo conquistarci grazie una miscela di spontaneità e raffinatezza rarissima, che lo ha trasformato nel collante nazionale per antonomasia. Ecco una carrellata dei momenti più emblematici del suo settennato.

La ‘sfilata’ all’Altare della Patria

L’istantanea più celebre ha una data ben precisa: il 25 aprile 2020, in occasione delle celebrazioni della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, Mattarella sfilò in solitaria presso l’Altare della Patria, regalandoci un momento di solennità unico. Erano mesi complicatissimi e all’insegna del dramma: del virus si sapeva ancora troppo poco, i vaccini erano ancora un’utopia inarrivabile, i cimiteri erano stracolmi e il forno crematorio di Bergamo, ai tempi principale focolaio del Covid, non riusciva più a mantenere il ritmo dei decessi. Anche in quell’occasione così drammatica, il presidente riuscì a trovare le parole giuste (e, coerentemente al suo stile, semplici): «Cari concittadini, la nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore. Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando Viva l’Italia! Viva la Liberazione! Viva la Repubblica!».

Quel ciuffo fuori posto

Con ogni probabilità, l’aneddoto che riassume al meglio l’umanità di un presidente in totale controtendenza rispetto ai suoi predecessori: in un fuori-onda del 25 marzo del 2020, qualcuno alle spalle della telecamera fa notare a Mattarella di essere un po’ spettinato. In quell’occasione, il capo dello Stato riassunse quel senso di disagio che provavamo un po’ tutti, quando ci siamo ritrovati confinati tra le mura domestiche e abbiamo dovuto lasciare un po’ da parte la nostra cura personale: «Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanch’io», disse con grande semplicità, data l’impossibilità di non potersi incontrare col barbiere di fiducia per una “sistematina”.

L’impeachment

Nel 2018, l’Italia viveva una fase di transizione delicatissima: la consacrazione elettorale del Movimento 5 Stelle e la crescita insperata della Lega crearono i presupposti per la creazione del governo “giallo-verde” e di un programma politico all’insegna della xenofobia, dell’euroscetticismo e delle più classiche delle promesse da marinaio. In quelle settimane, Mattarella dovette subire la rabbia cieca di Luigi Di Maio (quello populista e anti-élite del 2018, che fa quasi sorridere se rapportato al Di Maio integrato e trasformista odierno), che non prese di buon grado la scelta del presidente di respingere la nomina di Paolo Savona, economista conservatore di vecchia fama e acceso sostenitore dell’uscita dell’Italia dall’Euro, a Ministro dell’Economia. Il Movimento giunse addirittura a chiedere a gran voce la messa in stato d’accusa del Presidente (una procedura mai attuata finora), che rispose con l’unico reazione possibile: un elegante silenzio stampa.

L’Italia agli Europei

Chiudiamo con la fotografia più felice, perché seguita a mesi di grande sofferenza: l’esultanza di Mattarella per la vittoria della Nazionale agli Europei del 2021, con tanto di braccia in aria e sorriso stupito e fragile, in una specie di riedizione post-moderna dello storico tripudio di gioia di Pertini dell’82. Pochi secondi che hanno suggellato il potenziale di unità di un presidente che – per utilizzare una formula un po’ abusata ma parecchio calzante – forse non meritiamo, ma di cui tutti abbiamo disperatamente bisogno