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Tutte le divisioni dei Repubblicani americani

Dai nazionalisti di 'American First', secondo cui Putin rappresenta l'ultima speranza "bianca" d'Occidente, fino ai lealisti trumpiani della 'Conservative Political Action': viaggio tra le correnti del Partito Repubblicano

AP Photo/Evan Vucci

I commentatori e i politologi, un tempo, spiegavano che i partiti americani erano molto diversi dai corrispettivi europei: partiti organizzati come comitati elettorali intorno a leader carismatici attorno ai quali costruire le fortune alle elezioni presidenziali. Per molti aspetti è ancora così, ma adesso i raggruppamenti al Congresso di deputati e senatori sono organizzati in correnti politiche molto simili a quelle dei corrispettivi europei. Prendiamo il partito repubblicano. L’ultimo weekend di febbraio ha visto lo svolgimento di tre eventi politici negli Stati Uniti che hanno offerto in modo ultrasemplificato le sue divisioni.

Cominciamo da quella principale, la Conservative Political Action Conference di Orlando, in Florida, che rimane la più ambiziosa e antica, legata all’American Conservative Union, la più antica lobby americana, fondata nel lontano 1964, e che rappresenta la tendenza maggioritaria del partito: conservatrice e trumpiana. Non è un caso che sia l’unica che ha ospitato l’ex presidente Donald Trump. Il titolo è «Awake, not woke», come a segnare il tono, polemico contro “la sinistra radicale di Joe Biden”.

Già questo fa sorridere, il problema è che si prendono maledettamente sul serio. Basta dare un’occhiata all’agenda, che indica eventi come “l’Obamacare continua a uccidere”, “Una vera conversazione sul crimine”, “Non ci possono far tacere!”, “Siete pronti a essere chiamati razzisti?” e infine “Faang uccide” (Acronimo per Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google, i cinque arcinemici del Big Tech. Ostili solo da quando hanno rimosso Donald Trump, si capisce). Chissà se quella “Classe lavoratrice che odia i democratici” (anche questo è il titolo di un appuntamento) si potrebbe permettere un biglietto: 295 dollari per la quattro giorni di evento. E solo per chi prenotava prima del 25 gennaio. L’American Conservative Union, oltre a questo, dà anche delle pagelle ai politici per il loro grado di conservatorismo. Curiosamente, era assente una politica che ha votato i provvedimenti di Donald Trump nell’87% dei casi: Liz Cheney.

Sicuramente è solo una coincidenza. Peccato, perché si è persa non solo l’intervento di Donald Trump, del quale ha votato per l’impeachment, o quello di Giorgia Meloni, contenuto all’interno del segmento “il mondo ci guarda”, ma anche una vera perla come il panel “Mettiamolo a letto (Joe Biden), rinchiudiamola (Hillary Clinton) e mandiamola al confine col Messico (Kamala Harris)”. Potrebbe essere un discorso bar qualunque, invece è uno degli appuntamenti previsti. E questa è la corrente che rappresenta circa l’80% degli elettori repubblicani, suppergiù.

A rappresentare una parte minore c’è invece il Principles First Summit, nella paludata sede del National Press Club di Washington, a ospitarla è The Bulwark, una rivista online fondata da due ex bushisti come Bill Kristol e Charlie Sykes, ora diventati due alfieri dell’antitrumpismo. Non stupisce che, oltre ai due deputati Liz Cheney e Adam Kinzinger, entrambi sostenitori dell’impeachment per Donald Trump ed entrambi membri della commissione d’inchiesta sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, la maggior parte degli invitati siano collaboratori della rivista, erede dello storico magazine Weekly Standard. Il motto è già un programma, anche se è un programma velleitario: improbabile che, data la polarizzazione della base, il partito repubblicano senza Donald Trump abbia una restaurazione moderata. Gli elettori vogliono lo scontro. Non tutti però, specie i più istruiti che magari sostengono un controllo rigido dell’immigrazione e una politica fiscale conservatrice. Senza però che questa comporti l’elogio sperticato di Trump o l’approvazione di polemiche pretestuose solo per «far incazzare i progressisti». Questi rappresentano circa il 15% degli elettori.

E il restante 5%? Ebbene c’è qualcosa anche per loro. Non sono moderati questi. Anzi, sono i cosiddetti “nazionalisti bianchi” di America First, che hanno svolto il loro evento sempre a Orlando, in Florida. Il loro fondatore, Nicholas Fuentes, classe 1998, oltre ad essere un ultraconservatore, ha anche espresso il suo scetticismo sulla veridicità della Shoah e ha detto di essere contrario al voto alle donne.

Potremmo chiuderla qui, l’estremismo radicale non è certo una novità nel paese che ha visto il Ku Klux Klan essere rifondato per ben tre volte. Se non fosse che due deputati repubblicani in carica hanno partecipato. La prima, Marjorie Taylor Greene, nota per le sue idee cospirazioniste sul Covid e l’elezione presidenziale sue molestie verbali ad Alexandria Ocasio Cortez e per aver insultato il presidente Joe Biden durante lo Stato dell’Unione, è andata di persona (chissà se Fuentes le ha detto la sua opinione sul diritto di voto) mentre Paul Gosar, anche lui noto per aver postato un finto anime che lo raffigura mentre uccide democratici (tra cui proprio Alexandria Ocasio Cortez, un’autentica fissazione per quest’area), ha soltanto inviato un video di trenta secondi.

Il leader di quest’area non è Trump, è direttamente Putin, elogiato sul palco il 25 febbraio, il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina. Non è una novità che Putin venga definito ultima speranza “bianca” dell’Occidente. Non stupisce che quest’area sia popolare come il Partito Comunista durante la Guerra Fredda. Il problema è che Paul Gosar ha anche parlato al Cpac, mostrando come quest’area abbia più influenza degli oppositori di Trump.

Un partito che ha bisogno per vincere che le tre correnti siano unite, che non può fare a meno di Trump ma che al contempo rappresenta un limite. In queste tre conferenze si sono visti mondi difficilmente conciliabili. Se al Cpac andavano per la maggiore i discorsi da bar e nella conferenza America First quelli da birreria bavarese degli anni ’20, al summit degli antitrumpiani, invece, i toni erano eccessivamente ottimisti. Quel conservatorismo è simile alla nostalgia asburgica per un mondo che non esiste più. O forse non è mai esistito, dato che sottotraccia l’ascesa di Trump è cominciata ben prima del 2016. Ma questa è una lunga storia.