Trump ha perso. Ora i Democratici sapranno essere qualcosa di più che "anti-Trump"? | Rolling Stone Italia
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Trump ha perso. Ora i Democratici sapranno essere qualcosa di più che “anti-Trump”?

Dopo quattro anni di ossessione e catastrofismo, con costanti avvertimenti sul "pericolo mortale" rappresentato da Donald Trump, il mostro è morto. Adesso comincia la parte difficile

Chip Somodevilla/Getty Images

E adesso? Dopo quattro anni di ossessione e catastrofismo, con costanti avvertimenti sul “pericolo mortale” rappresentato da Donald Trump, il mostro è morto. Trump, il Saddam Hussein democratico, ha perso, e la sua metaforica statua verrà presto trascinata fuori dalla Casa Bianca tra gli applausi di praticamente tutti gli esperti. 

Da lì in poi comincia la parte difficile. Sappiamo chi è Joe Biden, ma che cos’è il Partito democratico nell’era post-Trump? A livello nazionale, quantomeno, una combinazione di buona e cattiva sorte ha permesso al partito di evitare di dover definire la propria identità per quasi 20 anni. 

Nelle ultime due elezioni presidenziali, i Democratici hanno fatto campagna elettorale come il partito anti-Trump. E nelle due elezioni presidenziali prima hanno fatto campagna elettorale basandosi completamente sul carisma personale del candidato, Barack Obama. Hanno vinto tre di queste quattro elezioni. Ma chiunque ci ripensi farà presto a realizzare che l’incredibile combinazione di queste due personalità uniche, due supernove mediatiche – il brillante e vendibile Obama e il mostruoso Trump – ha permesso ai Democratici di rinviare la soluzione delle loro contraddizioni interne. 

Le primarie del 2008 sono quasi dimenticate oggi, ma quel referendum sulla politica del partito riguardo alla guerra in Iraq era stato straordinario per la sua amarezza. Hillary Clinton aveva votato in favore della guerra, così come il precedente candidato democratico, John Kerry, che faceva leva sulle sue credenziali militari e aveva aperto la sua convention con un video in cui era insieme a John McCain. I Democratici nel 2004 sembravano volersi vendere come una versione light dei Repubblicani, e ovviamente avevano perso quando gli elettori avevano scelto la versione originale. 

Il concetto di fondo della prima campagna presidenziale di Obama era quello di un rebranding totale per un partito che arrancava nella sua immagine di opposizione non-del-tutto-per-la-guerra a George W. Bush. Obama era diventato una star vendendosi come un populista (a livello economico), un anti-interventista, un uomo in grado di distruggere le gerarchie nel partito. Lo slogan stesso, “change”, e i poster di Shepard Fairey rappresentavano tanto una simbolica ritirata dalla tradizione di militarismo centrista dei Democratici quanto un messaggio per battere Bush. 

L’estasi ben visibile nella notte di Chicago del novembre 2008 non solo causata dal fatto che sembrava che l’elezione del primo presidente nero avesse sconfitto i demoni più tipici nella storia degli Stati Uniti. Era anche un’espressione dell’idea che Obama stesse portando il partito verso una nuova destinazione, per costruire un governo che fosse intelligente e umano a sua immagine e somiglianza.

Poi però Obama si era insediato. I suoi tre più importanti atti da presidente erano stati i salvataggi alle banche in assoluta continuità con il suo predecessore George W. Bush, la prosecuzione e in certi casi l’espansione della guerra al terrorismo e un nuovo – combattutissimo – programma di espansione dell’assistenza santiaria. La riposta alla crisi aveva portato alla nascita del movimento Occupy, mentre l’Obamacare aveva così tanti difetti da ispirare la nascita di un nuovo movimento nell’ala sinistra del partito. Bernie Sanders è stato per Obama ciò che Obama era stato per Hillary. Sanders ha passato il 2016 e il 2020 portando una critica implicita agli anni di Obama, centrata sul suo Medicare for All. 

Il fallimento di Obama rispetto alle aspettative progressiste che lo circondavano non gli ha impedito di vincere un secondo mandato, ma potrebbe aver causato l’indebolimento del partito. È noto che i democratici hanno perso circa 1000 seggi durante la sua presidenza, soffrendo socnfitte storiche in legislature statali e governatorati in tutto il Paese. 

Il magnetismo personale di Obama nascondeva il fatto che c’era qualcosa che non andava nel messaggio generale del partito. L’ascesa di Trump come nuovo arcinemico è servita a nascondere di nuovo questa contraddizione. Guardando la campagna di Trump nel 2016, è stato subito chiaro che la decisione dei Democratici di nominare Hillary Clinton – una politica legtata a Wall Street, alla guerra in Iraq e (tramite suo marito) al NAFTA – avrebbe creato un punto debole che Trump sarebbe stato ben contento di sfruttare, anche in modo ipocrita. 

Invece che rispondere a questi potenziali problemi, i Democratici avevano fatto una campagna tutta basata sugli aspetti negativi di Trump. Nel 2016, Clinton ha speso quasi un miliardo di dollari in pubblicità, il doppio di Trump. Uno studio ha mostrato che il 90 percento delle pubblicità anti-Trump di Clinton erano ad personam. Raramente parlavano di questioni politiche. E poi i Democratici hanno perso e hanno passato i quattro anni successivi a insistere che la ragione della sconfitta era una a piacere tra il razzismo, l’influenza della Russia e i media. Non un problema nel rapporto con i loro elettori che si trascinavano dietro da almeno un decennio di guerra e disuguaglianze crescenti.

La promessa implicita nella campagna 2020 dell’ex vicepresidente di Obama consiste in un ritorno a un periodo felice prima dell’era di Trump. Vox ha paragonato la campagna di Biden a quella di Warren G. Harding del 1920, con lo slogan “Return to Normalcy”, che era stata essenzialmente un referendum su Woodrow Wilson e il suo progetto di una Società delle Nazioni. Harding aveva promesso “non eroismo, ma guarigione… non interventi ma serenità” e aveva vinto la Casa Bianca. Biden ha usato un linguaggio simile, ponendosi in diretto contrasto con i candidati per cui per vincere è necessario “essere arrabbiati” – un riferimento a Trump e Sanders.

Ma votando un altro ex senatore favorevole alla guerra in Iraq e al NAFTA, il partito sta essenzialmente cercando di riportare indietro l’orologio non al 2012 o al 2008 ma al 2004. Biden non ha fatto tanto una campagna per il ritorno alla normalità ma per il ritorno a una politica pre-Obama. E la scarsa performance elettorale del partito in queste elezioni ha già portato Nancy Pelosi e la sua ala a dare tutta la colpa ai progressisti e a sgonfiarne le aspettative. 

Un ritorno alla normalità aveva un grosso appeal finché alla Casa Bianca c’era l’uragano Trump. Ma Biden eredita un Paese con gravi problemi strutturali, un Paese in cui la stragrande maggioranza dell’elettorato democratico supporta cambiamenti come la cancellazione del debito e il Medicare for All e la cui popolazione rurale e suburbana è così incazzata da aver votato Trump una volta volta e da averlo quasi rivotato una seocnda. Se i Democratici non si ricordano quanto gli sia costato in passato l’aver fallito di fronte alle aspettative di veri cambiamenti, se non trovano in fretta un’identità più ambiziosa che non essere Trump, si ritroveranno presto esattamente nello stesso punto in cui si trovavano quattro anni fa – vulnerabili a rivolte da entrambi i lati. 

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US