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Tre manifesti a Torino, Piemonte: la campagna ‘Teachers Do Sex’ contro il revenge porn

Applausi alla solidarietà in forma artistica di alcune insegnanti verso la maestra d’asilo licenziata. Ma quanto siamo ancora lontani dallo sconfiggere la demonizzazione della sessualità femminile?

Foto: Andrea Villa/Instagram

Sulle vie in cui sorgono un asilo nido, una scuola materna e un’elementare di Torino sono apparsi, il 2 dicembre, tre corpi. Giovani, bianchi, abili, convenzionalmente attraenti, come ne vengono proposti a migliaia ogni giorno in televisione, sulle riviste, online. Ma anche, quanto meno nell’intento, spiazzanti. Ad essere ritratte ed esposte per strada, senza volto ma nelle stesse pose in cui sarebbero se stessero inviando un selfie nudo al partner, sono tre maestre. A farlo sapere è un hashtag scritto in un inglese grammaticalmente opinabile: #TeachersDoSex.

Dietro ai poster, ideati dallo street artist torinese Andrea Villa, c’è l’idea di mostrare solidarietà verso la maestra d’asilo torinese licenziata due anni fa dopo che l’ex fidanzato aveva inviato senza consenso alla chat del calcetto dei suoi video intimi. La moglie di uno degli uomini, riconoscendo la maestra della figlia nelle immagini, ne aveva informato la preside dell’asilo, che ha optato poi per ostracizzare la collega ventiduenne. “Quel giorno fui sottoposta a un processo sommario. La direttrice mi apostrofò con frasi irripetibili e mi disse che era meglio me ne andassi spontaneamente, altrimenti avrebbe dovuto scrivere sulla lettera di licenziamento il motivo. E aggiunse che non avrei trovato più lavoro, che non mi avrebbero assunta neanche per pulire i cessi della stazione. Che su di me ci sarebbe stato un marchio indelebile”, ha raccontato la maestra.

La stessa demonizzazione della sessualità femminile si è riproposta dopo che la notizia ha intercettato l’attenzione dell’opinione pubblica. 2La vittima non è certo la maestra. Se si inviano certi video devi mettere in conto che qualcuno li divulghi. Non potevo credere che una maestra facesse certe cose”, ha affermato in un’allucinante intervista alla Stampa il marito della donna che ha informato la preside. Lei, intanto, da due anni non lavora: “Non ho più trovato lavoro da quando sono stata costretta a licenziarmi. Le strutture chiedono referenze, ma non sempre queste sono positive. Ho un marchio addosso che non riesco a cancellare”, spiega.

Da qui le fotografie provocatorie affisse nelle strade di Torino. “Ho chiesto a tre insegnanti delle elementari di inviarmi dei loro selfie senza veli, come se dovessero mandarli al loro fidanzato. Poi li ho stampati e affissi per strada. I loro corpi sono stati esposti al pubblico, così come nel revenge porn l’intimità viene violata e lasciata al pubblico ludibrio”, ha spiegato l’artista. “Molto spesso le donne vengono giudicate per la loro vita sessuale privata. Nel mondo dell’istruzione primaria vige l’ipocrisia che una donna non possa avere una sessualità, e le donne sono de-sessualizzate come individui. Una ragazza che ha partecipato a questo progetto ha detto che aveva timore ad andare a bere la sera per paura che qualcuno la fotografasse ubriaca e potesse così perdere il posto di lavoro. Spero di poter sensibilizzare con questa affissione sui pregiudizi sociali che affliggono da tempo la percezione della sfera privata femminile”.

Quella di Andrea Villa è, come ha d’altronde spiegato lui stesso in un’intervista, un’arte pensata per vivere sui social, al di là del semplice oggetto artistico. Non si può dire che non sia riuscita nel suo intento: oltre a finire sulla prima pagina della sezione torinese del Corriere, infatti, i poster hanno risvegliato sui social l’ennesimo dibattito attorno a un tabù che si racconta come abbattuto negli anni Settanta, ma che continua imperterrito a mietere vittime cinquant’anni dopo – quello della libertà sessuale, femminile in primis. Tra i sempreverdi “qualcuno pensi ai bambini” e i commenti di chi ci tiene ancora a far sapere che pensa sia colpa delle vittime se le loro fotografie private vengono condivise senza consenso, le critiche più articolate sono arrivate da chi da anni si occupa di educazione sessuale, anche sui social.

“Sì, le maestre fanno sesso. Trovo coraggiosissime le insegnanti che hanno donato la loro immagine per questa campagna, rischiando di essere riconosciute e rischiando di essere stigmatizzate. Trovo lodevole Andrea Villa nell’intenzione della sua campagna”, scrive Isabella Borrelli, digital media strategist e attivista femminista che ha pure tenuto un TED Talk che decostruisce il modo in cui siamo abituati a parlare di sesso e corpi femminili fin da ragazzini. “Penso però che ci sia qualcosa che, per me, non funziona bene. Innanzitutto ancora una volta la protagonista del racconto è la persona lesa: ancora non riusciamo a parlare invece di chi ha commesso un crimine, ovvero l’ex fidanzato e la preside. In secondo luogo la narrazione scelta per parlare di normalizzazione della sessualità femminile è in qualche modo oggettivante. Volente o nolente probabilmente ci troviamo a guardare dei corpi sexy, conformi e nudi e ad alimentare le nostre fantasie erotiche sulle maestre”, scrive ancora. “Insomma, non è che stavamo scarsi a immagini di nudo. Stiamo invece scarsi a parlare di chi condivide materiale intimo in maniera non consensuale. Dovremmo forse parlare di questi ultimi”.

L’ha interpretata in modo più positivo Ella Marciello, direttrice creativa, artista e attivista. “Si dicono alcune cose molto importanti sull’intento dell’opera e che con il revenge porn c’entrano, anche se lateralmente: le donne fanno sesso. Le maestre che accudiscono i vostri infanti fanno sesso. Il revenge porn esiste anche in funzione del fatto che il sesso fatto dalle donne è colpevolizzato. Questi corpi esistono, in maniera privata e in maniera pubblica, il loro valore può essere anche valore politico ed è bene che tutti lo sappiano. Il revenge porn esiste anche perché esiste il branco e il branco definisce ciò che è giusto e ciò che non lo è”, scrive. “I manifesti sono apparsi di fronte a tre scuole materne di Torino: qui vedo l’intento. Sappiatelo, mamme, papà, direttori e direttrici: questa cosa è normale e umana. Così che la prossima volta – se ci sarà – saprete che state colpevolizzando l’umanità delle donne, e non lo fate mai con quella degli uomini. E questo è sbagliato”.

È impossibile quantificare quanto il messaggio dell’opera sia riuscito a far breccia nella mentalità sessista scoperchiata dalla storia della maestra di Torino, al di là dell’inglese infelice e della decisione di ritrarre soltanto corpi che siamo fin troppo abituati a veder ritratti. Se non altro, la provocazione ha però permesso di continuare a tenere accesi i riflettori su una storia emblematica di quanto lontani siamo da quella liberazione sessuale che si credeva raggiunta negli anni Settanta. Perché restiamo il Paese in cui i nudi di una ragazza condivisi privatamente, nell’intimità di un rapporto di coppia, abitano da settimane la fantasia di chi si eccita davanti all’assenza di consenso. Se la stessa regione Piemonte cancella la tanto necessaria educazione sentimentale dall’insegnamento scolastico, forse non sarà una serie di poster a farci fare qualche passo verso il riconoscere che una donna che vive liberamente la propria sessualità non è per questo meno seria, rispettabile o capace di fare il suo lavoro. Continuare a ripetere quella che dovrebbe essere una sacrosanta ovvietà, già di più.

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