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“Tio” Bernie Sanders vs “Sleepy” Joe Biden – cosa cambia dopo il Super Tuesday

Stanotte Joe Biden ha vinto ed è diventato lui il favorito per sfidare Trump, ma ora la sua visione e quella di Sanders dovranno trovare una sintesi politica che eviti gli errori del 2016

Bill Pugliano/Getty Images

Come spesso accade, le previsioni della vigilia sulle primarie democratiche americane sono state ribaltate dai fatti concreti. Sui 14 stati in ballo nel Super Tuesday, dieci (Virginia, North Carolina, Massachusetts, Tennessee, Alabama, Oklahoma, Texas, Arkansas e Minnesota) sono stati vinti da un ex senatore ed ex vicepresidente di lungo corso come Joe Biden, eletto per la prima volta al Senato nel 1972, quando venne rieletto presidente Richard Nixon, qualche mese prima del Watergate. Gli altri quattro (Vermont, Utah, California e Colorado) però sono stati conquistati da un altro politico di lungo corso, deputato dal 1991 al 2006 e senatore dal 2007, quel Bernie Sanders che ha sdoganato, almeno in parte, la parola “socialismo”, per anni tabù nel discorso politico statunitense.

Molto male invece l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che numerosi commentatori davano come favorito per aver speso 500 milioni di dollari in pubblicità, attivisti social e membri dello staff della campagna: il suo patrimonio di 65 miliardi di dollari (più del doppio di George Soros, per intenderci) non è bastato a far nascere artificialmente una passione per un uomo che in molti ricordano come l’esponente repubblicano amico di Donald Trump che a una conferenza a porte chiuse nel 2015 sosteneva come il 90% dei reati di sangue fosse commesso da minoranze etniche. Come del resto non basta essere la candidata più amata dal mondo accademico come Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed ex docente di Harvard, battuta da entrambi i dominatori della serata nel suo stato di residenza, dove si è dovuta accontentare di un misero 19%.

Ma al netto delle fortune dei candidati, sono principalmente due i fattori che hanno portato Joe Biden a ribaltare i pronostici di qualche giorno fa. Il primo è la forza dell’apparato del Partito Democratico: come capitò ai repubblicani nel 2016 con Donald Trump, nel 2020 il senatore del Vermont ha tentato una scalata ostile al partito, al quale non è iscritto, per cambiare radicalmente quella struttura che ritiene corrotta e tendenzialmente al servizio di quegli interessi particolari dei combustibili fossili e delle grandi strutture bancarie. Ma stavolta il soggetto colpito ha reagito duramente: nel giro di pochi giorni, tre ex candidati più moderati di Sanders (perché, a ben guardare i programmi di Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’ Rourke, anche Barack Obama è alla loro destra) sono accorsi a sostegno dell’unico candidato che avesse una strada di fronte a sé per battere quest’ultimo.

Ma Joe Biden non sarebbe andato da nessuna parte senza l’appoggio convinto di una larghissima maggioranza dell’elettorato afroamericano, dipinto per decenni da una retorica repubblicana subdolamente razzista come composto da “profittatori del welfare” che in realtà è estremamente pragmatico: preferisce puntare su un candidato dalle proposte sicuramente più modeste rispetto all’istituzione di una sanità pubblica sul modello europeo e un tetto agli affitti su scala nazionale, ma che può portare a termine un risultato concreto per una comunità di persone che spesso ha trovato ostacoli pretestuosi nello svolgimento della sua vita quotidiana, non ultime le politiche di incarcerazione di massa per reati minori.

Ma non bisogna comunque derubricare Sanders: anche se ha perso dei consensi anche dove ha trionfato (nel Vermont dove risiede ha registrato 30mila suffragi in meno rispetto a quattro anni fa), ha dimostrato di sapere allargare la sua coalizione ai latinoamericani che votavano Hillary quattro anni fa e che adesso invece lo soprannominano affettuosamente “Tio Bernie”, così come ai nativi americani. Ha ancora della strada da fare, invece, tra gli afroamericani che adorano “Sleepy” Joe Biden e tra gli abitanti di quei sobborghi benestanti che nel 2018 hanno deciso di abbandonare i repubblicani, divenuti troppo estremisti, per abbracciare candidati pragmatici come la senatrice dell’Arizona Kyrsten Synema, radicale nel difendere i diritti civili ma moderata in campo fiscale e attenta a non usare troppo l’argomento dell’innalzamento della pressione fiscale.

Di certo c’è che per battere un Donald Trump che teme solo il propagarsi del coronavirus tra le fasce deboli della popolazione, queste due visioni dovranno trovare una sintesi politica che eviti l’errore della Clinton che, con la scelta del senatore Tim Kaine come suo vice, decise di accantonare il movimento di Sanders e a ben vedere anche l’esperienza di governo di Barack Obama.