Telejato ha chiuso, lunga vita a Telejato | Rolling Stone Italia
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Telejato ha chiuso, lunga vita a Telejato

Il 5 maggio, Telejato si è vista costretta a chiudere i battenti: negli anni, Pino Maniaci ha avuto il merito di urlare a squarciagola nomi e cognomi che, per la cultura dell’omertà, non bisognerebbe neppure pronunciare ad alta voce, lasciando però alcuni dubbi sulla sua condotta, come il più classico degli antieroi

Foto di Antonello NUSCA/Gamma-Rapho via Getty Images

Giornalista d’assalto, predicatore, influencer ante-litteram, icona: forse una personalità vulcanica e stratificata come quella di Pino Maniaci poteva trovare spazio soltanto in un territorio difficile come il palermitano, dove un fumatore incallito e insolente, non troppo istruito, pieno di sé e narcisista fino al midollo, ha dovuto (o voluto?) assumersi il fardello – non facile – di eradicare quel “non vedo, non sento, non parlo” che, negli anni, si è insinuato nel tessuto sociale come un verme sottocutaneo.

In un contesto ad alta pervasività criminale e omertoso come Partinico, una realtà disfunzionale e aggressiva come Telejato – l’emittente fondata da Alberto Lo Iacopo nel 1989 e rilevata da Maniaci, ai tempi imprenditore edile, dieci anni dopo, in stato di “imminente collasso finanziario” – ha impattato come una specie di errore di sistema, evocando una sensazione per alcuni versi simile a quella che il critico culturale inglese Mark Fisher definiva eerie, ossia quella perturbazione che si verifica quando c’è qualcosa dove non dovrebbe esserci niente, proprio come una televisione di denuncia in uno spazio permeato interamente dalla sottocultura mafiosa, una rete di provincia priva di protezioni istituzionali e santi in Paradiso che, ogni 29 aprile, apriva le trasmissioni con una frase ormai iconica: «Oggi è il compleanno di quel pezzo di merda di Matteo Messina Denaro (che Maniaci amava definire “Soldino”, ndr). Speriamo l’ultimo da latitante».

È stato questo il merito più evidente di Telejato e della sua “redazione” (composta da Maniaci, sua moglie e sua figlia, che per più di vent’anni hanno portato avanti le trasmissioni dal salotto della loro abitazione, con un fare stacanovista e passionale che sembra appartenere a un’epoca passata): urlare a squarciagola nomi e cognomi che, per la cultura dell’omertà, non bisognerebbe neppure pronunciare ad alta voce.

Il 5 maggio, dopo 33 anni di militanza, Telejato si è vista costretta a chiudere i battenti. Lo ha annunciato lo stesso Maniaci, spiegando che l’emittente non è stata ammessa nella graduatoria delle emittenti locali che possono trasmettere con i nuovi standard DVB-T2 (il cosiddetto digitale terrestre di seconda generazione). Maniaci ha spiegato che, per continuare ad avere una frequenza in Sicilia, Telejato avrebbe dovuto pagare 40mila euro, soldi che una piccola rete a conduzione familiare non possiede.

Come da previsioni, il conduttore ha voluto lasciare la scena con parole di rottura: «Non c’è riuscita la mafia coi suoi attentati a farci chiudere, non ci sono riusciti pezzi del tribunale di Palermo e ci riesce lo stato. Le nostre frequenze sono state vendute al 5G», ha detto, aggiungendo che al momento Telejato continuerà a trasmettere in streaming sul sito Telejato.it e sui canali social. Maniaci ha anche detto di essere riuscito a ottenere alcuni spazi nei telegiornali dell’emittente locale TVM. «Ho promesso alla responsabile della televisione di fare un telegiornale più soft per evitare di allungare la sfilza di oltre 380 querele che mi sono preso in questi anni».

Sullo sfondo di questa lotta senza quartiere contro la criminalità organizzata, però, si stagliano tutti gli interrogativi che una figura problematica come quella di Maniaci è destinato, giocoforza, a sollevare, tra intercettazioni relative a scappatelle extraconiugali che hanno minato la sua sfera domestica e boutade costruite ad arte per aumentare il suo dividendo di autorevolezza e credibilità – ad esempio, nel 2014, Maniaci denunciò che ignoti avevano ucciso e impiccato i suoi cani, ultima di una serie di pressioni subite, tentando di far passare come mafiosa una intimidazione legata a vicende private. A minacciarlo sarebbe stato infatti il marito dell’amante, circostanza che il direttore sapeva bene. 

Insomma, Maniaci è il più classico dei personaggi in chiaroscuro: non è un santo e neppure il demonio incarnato, come ha ben dimostrato il documentario Vendetta. Guerra nell’antimafia, ideato e prodotto da Ruggero di Maggio e Davide Gambino, disponibile su Netflix e incentrato sull’acceso dualismo tra il giornalista antimafia e la giudice Silvana Saguto.

Riassumendo: nel 2013 Maniaci iniziò a condurre una serie di “inchieste” (con metodi non propriamente giornalistici, si trattava più di una serie di j’accuse strillati in diretta, come da tradizione) su gravi episodi di corruzione a carico di alcuni rappresentanti della magistratura siciliana, accusando Saguto di aver sequestrato indebitamente dei beni, addebitando compensi eccessivi per la loro amministrazione, e di aver portato diverse imprese in bancarotta con la complicità del marito e di alcuni collaboratori. Saguto a sua volta accusò Maniaci di favorire la mafia e nel 2016 la procura di Palermo indagò il giornalista per diffamazione ed estorsione, ipotizzando l’utilizzo del cosiddetto “metodo a tenaglia” per denigrare o esaltare attraverso i suoi servizi tv mafiosi e politici locali in cambio di pagamenti in denaro. Entrambi si proclamarono innocenti e vittime di una vendetta privata, ingaggiando una disputa accesissima e dall’eco mediatica dirompente che si è conclusa (parzialmente) soltanto nell’aprile 2021 – Maniaci (difeso dall’ex magistrato Antonio Ingroia) è stato assolto in primo grado dalla condanna di estorsione e condannato solo per la diffamazione ad 1 anno e 5 mesi, mentre Saguto è stata riconosciuta colpevole di corruzione e condannata in primo grado a 8 anni e 6 mesi.

Nella travagliata vicenda di Telejato, Maniaci assume i tratti tipici dell’antieroe: una voce scomoda che ha squarciato per anni un silenzio assordante e indotto dalla paura, ma al contempo maledettamente terrena e permeabile a tutti i bias e le fragilità che pertengono all’essere umano comune. Che dire: Telejato ha chiuso, lunga vita a Telejato.