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“Te la senti?” “Sicuro”. Così a 22 anni mi ritrovai a fotografare la strage di Bologna

Pierpaolo Capovilla interpreta un testo del fotografo Roberto Serra, tra i primi ad arrivare in stazione il 2 agosto 1980: lo scoppio, la caldaia che non era, la decisione istintiva di non scattare i corpi martoriati. Un racconto tra la cronaca e l'analisi psicologica di un Paese colpito e attonito

Ieri ho scritto un lungo pezzo per introdurre il leggente o l’ascoltatore (o tutt’e due contemporaneamente, perché no, anzi) in questo pezzo letterario e giornalistico. Rileggendolo, stamane, ho pensato che non avesse senso.
Questa è una testimonianza oculare. Scritta nel 2004, rimembrando le circostanze. È perfettamente sufficiente a se stessa e non c’è niente, davvero niente da aggiungere. Me ne sono accorto mentre registravo.
Roberto è un fotografo di lungo corso. Quando scrive, scrive esattamente fotografie. Perché sembra di vederle, le cose, leggendole. Perché questa chiarezza narrativa non ha bisogno di introduzione. Perché questo racconto è un biglietto di sola andata dalla fotografia alla poesia.
In memoria delle vittime.
Per un paese diverso.

Pierpaolo Capovilla

Era estate, d’agosto, e per me quasi ventiduenne che usavo la fotografia negli studi all’Accademia di Belle Arti e nel lavoro di reporter, stava iniziando un mese di stanca.
La prima parte della stagione dei concerti era appena terminata e toccava aspettare quasi un mese perché riprendesse. Quasi tutti gli amici poi erano partiti per la loro vacanza o stavano per farlo.
Io ero rassegnato ad un periodo di solitudine, tanto più perchè la mia ragazza mi aveva da poco lasciato e questo mi dava una nota continua di malinconia.
Ma non rimpiangevo né questo né di non avere soldi per nessuna vacanza, ero soddisfatto della mia vita: centellinavo gli scatti perché non avevo soldi abbastanza per le pellicole… Figurarsi per “andare in vacanza”!

Come sempre mi ero svegliato con in testa una musica. Fin da quando riesco a ricordare ho sempre avuto qualche musica da rigirarmi nella testa, in ogni momento della giornata. Da bambino capitava con Beethoven e Bach, poi, crescendo, mi ero aggiornato, e adesso da Zappa agli Stones o Hendrix e i Clash o i Devo, sempre, ma in quel periodo mi stava capitando di essere pieno di energia per il jazz e il blues che avevo da poco scoperto fotografando i concerti di Muddy Waters, B.B. King, Art Blakey, Fats Domino, Max Roach. Ero rimasto folgorato e avevo tappezzato camera mia con quelle fotografie. Ero ancora un rocker, certo, ma questo qualcosa d’altro stava bussando.
Ma era estate e quella mattina mi alzai senza fretta, attraversato a metà da queste considerazioni; il caldo che faceva già poco dopo le nove metteva quasi paura nella camera in cui vivevo allora, a casa di mia nonna, “dietro alla stazione” come diciamo a Bologna per indicare le case che stanno dall’altra parte dei binari rispetto al centro.

Fra lavoro e studio il mio disordine cominciava a crescere in maniera preoccupante nella stanza. Stavo sistemando alla meglio alcune cose senza riuscire a stabilire se, appunto, attenessero allo studio o al lavoro.
Seminudo nella penombra delle imposte chiuse, stavo perdendo tempo in questo modo quando un rumore enorme mi interruppe. Un suono potentissimo e basso che durò a lungo e scosse i muri, vetri e me. Enorme tanto da impaurire e non lasciare scampo ai pensieri.

Rimasi immobile qualche istante.

Sbigottito iniziai velocemente a vestirmi domandandomi cosa potesse averlo provocato. Un crollo? Il lampadario non oscillava e quindi non era un terremoto e il rumore era stato anche quello di uno “scoppio”. Più simile al bang di un aereo, ma molto più forte, come se tutta una squadriglia avesse potuto passare il muro del suono, tutta assieme, contemporaneamente.
Doveva essere stato un qualche incidente, forse in stazione, il boato sembrava venire da quella parte, e doveva essere successo qualcosa di molto grave, più dello scontro tra due treni. Finivo di vestirmi e continuavo a pensare e che non c’erano molte alternative. Anche se la tentazione c’era, lasciai le macchine fotografiche dietro di me, in camera.

La nonna urlò qualcosa nel suo dialetto piacentino mentre ero per le scale: «Cus’el stà?» «Non lo so, vado a vedere».
Il fatto che lavorassi “nei giornali” mi concedeva ai suoi occhi una certa autonomia di pensiero, anche se considerava pericolose le mie tendenze politiche. «Ma ha fatto un botto grosso!», disse lei. «Forse è una bomba…», mi lasciai sfuggire.

Sgranò ancor più gli occhi, ammutolita, attonita. La sola idea le faceva male. Lei le bombe le aveva sentite scoppiare durante la guerra. Aveva visto i morti. E adesso che in guerra non eravamo non poteva concepire fatti del genere, quando li sentiva dire al telegiornale chiudeva gli occhi e si prendeva la testa fra le mani scuotendola lentamente, in silenzio, ferita.
Più volte avevo tentato di spiegarle che la televisione non era la sola verità e non era nemmeno tutte le notizie; non voleva ascoltarmi, non voleva credere che una cosa tanto importante potesse sbagliare, figurarsi che potesse addirittura mentire, diceva che io c’ero nato con la televisione e lei invece no. Quando era nata lei c’era la radio.

Uscii salutando, lasciai quel pezzo di me che erano le mie macchine fotografiche e infilai il portone e la strada.

Avevo deciso da tempo che non avrei più fatto lavoro di cronaca, tantomeno “nera”. Questo bel risultato l’aveva ottenuto il capocronista del “grande quotidiano della nostra città”, che con i suoi “tagli” uniti a una buona dose di moralismo benpensante era riuscito a crearmi disgusto in quel modo di fare giornalismo. Avevo deciso che avrei fotografato solo spettacoli, teatro e concerti. Anche sport, ma di sicuro niente cronaca.
Da collaboravo con la redazione dell’ANSA, e là stavo andando per la via più breve.
Per strada mi sembrava ci fosse un’atmosfera sospesa, o forse era solo una mia sensazione data da quello in cui sentivo di star per imbattermi da un momento all’altro: un immane disastro. Arrivato sul ponte della stazione lo vidi con i miei occhi, il disastro.

La gente intorno a me correva alle spallette, temevo fosse per quella rivoltante curiosità morbosa alla quale avevo assistito altre volte e che detestavo. La scena era davvero surreale, uno spettacolo da non credere e che faticavo a mettere in relazione con il suono che avevo sentito. Dove i miei occhi erano abituati a sapere un solido pezzo di edificio di stazione ferroviaria, ora c’era un buco enorme irto di macerie.

L’intera parte sinistra del corpo centrale della stazione non c’era più.
Ripensai al rumore, che non era stato di solo crollo, ma di esplosione, e dentro me stesso mi rassegnai all’idea che fosse stata una bomba. Da quando i carabinieri avevano ammazzato Francesco Lorusso, tre anni prima, ero diventato molto più realista. Sognavo sì… Ma non mi illudevo più.

Allora non era così strano pensare ad una bomba, ogni tanto c’era chi ne metteva una qua o là e faceva in modo che non ci scordassimo. Erano bombe vigliacche che uccidevano a caso una dozzina di persone o più e facevano una rabbia sorda, come rabbia mi faceva e ancora mi offende che abbiano tentato di affibbiarle agli anarchici, ma non c’erano lotta né protesta in quelle bombe, erano vigliacche come solo i fascisti sanno essere.

Non sapevamo niente di servizi segreti o di massoneria, tantomeno “deviati” se mai lo sono stati visto che agenti in borghese e non sparavano negando poi di averlo fatto, e sparavano dritto, come oggi, come sempre, ammazzando.
Ci si era quasi abituati all’idea che si potesse vivere così, fra gli spari, le bombe ogni tanto e più spesso le cariche e i manganelli. Ma quale bomba poteva essere stata così devastante?

Era un sabato mattina d’estate, di inizio mese: fra quelli che partivano e quelli che rientravano doveva esserci stato un traffico enorme in stazione.
Avevo la salivazione azzerata, immaginavo cosa potesse esserci sotto quelle macerie, non avevo esperienza tale da poterlo sapere esattamente ma conoscevo già lo squallore della morte scomposta, mi era già capitato di incontrarla e fotografarla.
La gente correva attorno a me, forse a portare soccorso, forse semplicemente lontano da lì e da quella follia, io cercai di organizzare i miei pensieri e tristemente sapevo che in ufficio con un fatto di quella portata ci sarebbero stati confusione e lavoro, ma non volevo essere di nuovo utilizzato per la cronaca.

Con il giornalismo di agenzia sapevo di potermelo permettere. Sapevo che in quel momento i colleghi stavano lavorando con la solita competenza che conoscevo bene. Sarei stato del tutto superfluo se non addirittura d’intralcio nel piccolo ufficio.

Ma potevano esserci un sacco di cose da fare e non volevo tirarmi indietro, decisi che sarei andato.
Feci a piedi un percorso più lungo che aggirasse la stazione e arrivai all’ufficio quando pensavo che stessero per rientrare i fotografi con i primi rullini da sviluppare. La redazione teneva la porta sempre aperta in quegli anni e non c’era bisogno di suonare nessun campanello, semplicemente entravi in un corridoio che dava sulle stanze: a destra la sala apparati con le telescriventi e a sinistra la stanza con le scrivanie dei giornalisti. Su questa si affacciava la stanzetta dell’ufficio fotografi con le camere oscure.

Entrando vidi l’agitazione sui visi di quei pochi presenti, parlai che non si erano ancora accorti di me, dissi: «Ho visto il disastro in stazione e… sono qui. Se c’è bisogno per sviluppare, stampare… anche ai telefoni». Quasi mi saltarono addosso. Nobili, il vice-caporedattore, non mi lasciò finire. Mi trascinarono di peso nel reparto fotografico, aprirono il mobile dell’attrezzatura e mi cacciarono in mano due macchine fotografiche, scelsi due lenti e mi riempii le tasche di rullini. «Non c’è nessuno, Ernesto è in autostrada per fotografare il traffico dell’esodo dei vacanzieri e non possiamo raggiungerlo, gli altri sono partiti ieri per le ferie, vai tu!».

Non mi era venuto in mente che potessero essere partiti e che l’unico rimasto potesse essere irraggiungibile. Mi sentii in colpa per avere tardato. Chiesi: «Ci sono notizie su cosa è successo?». Risposero: «La questura non ha ancora detto nulla… ma dovrebbe essere stata una bomba».

Quella parola rimase nel breve silenzio che la seguì, e per quanto me l’aspettassi pesò nelle mie orecchie.
Un conto era che io la evocassi parlandone a casa, un altro era sentirla da un giornalista di cui mi fidavo.
Erano tutti intorno, mi guardavano, in fondo era da poco che lavoravo lì e per loro ero ancora un elemento relativamente sconosciuto. Era normale che non sapessero bene cosa aspettarsi da me, non ero stato a contatto con i giornalisti, sapevano solo che fotografavo sport e concerti, di cronaca con loro non ne avevo ancora fatta.

Poi però pensai ai problemi che ero abituato a risolvere e che loro non potevano nemmeno immaginare. Esclamai dubbioso: «Ho anche i capelli lunghissimi, ci sarà la polizia a bloccare i curiosi… non mi lasceranno passare in una situazione come questa».
«Prendi il bracciale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dovrebbe bastare». Feci una smorfia dubbioso: «Non ho neanche la tessera dell’ordine… Forse passando da dietro, da via Carracci, entrando dai binari della linea per Venezia… Nessuno può prestarmi un motorino?». Lanucara, il telescriventista di turno, mi porse le chiavi del suo.
Le macchine erano F2, non ci avevo mai lavorato, erano modelli più vecchi delle mie e le conoscevo poco. Mentre parlavamo, automaticamente caricavo le macchine e montavo gli obiettivi. Nobili mi chiese «te la senti?». Pensai che parlasse delle macchine fotografiche e non dello sfacelo alla stazione, risposi tranquillamente al suo sguardo e semplicemente dissi: «Sicuro».

Uscendo sentii i loro sguardi che mi seguivano.
Andando pensai a come il conflitto con la mia coscienza si fosse risolto da sé, cessando di esistere di fronte ad un fatto di quella portata. Non potevo tirarmi indietro semplicemente per una presa di posizione permalosa o amareggiata che fosse: ci si aspettava che facessi la mia parte, e l’avrei fatta.
Ancora non sapevo però cosa avrei trovato in stazione, immaginavo blocchi severi, controlli e polizia che mi avrebbero rallentato e fatto difficoltà, forse avrei dovuto inventarmi chissà cosa per passare…
Mollai il motorino e corsi veloce lungo i binari tenendo le macchine in mano in maniera che non sballottassero. Io sudo copiosamente e subito, faceva caldo, il percorso era lungo e difficile per via delle rotaie, mi venne la smania di arrivare e accelerai il ritmo.

Arrivai sul marciapiede principale dalla parte del piazzale ovest che grondavo. La scena che vidi da lì non era catastrofica: ero già sotto la tettoia ma avevo quel pezzo di edificio della stazione a nascondermi la zona dello scoppio. Camminavo affrettandomi lungo il primo binario e vedevo là in fondo il punto dove la tettoia era crollata assieme al resto dell’edificio; un treno fermo sul primo binario e in apparenza normale nascondeva la vista degli altri binari. Non mi fermò nessuno, se c’era polizia io non la vidi e loro non videro me: tutto bene fin qui.

I primi soccorritori li passai di slancio e incontrai Gigi, un cameraman che conoscevo. Forse avrebbe potuto mettermi al corrente di qualcosa di utile. Lo salutai ma lui non mi rispose neppure, mi guardò soltanto.
Avrei dovuto capire, avrei dovuto riconoscere quel suo sguardo, avrei dovuto restare fedele alla mia risoluzione, avrei dovuto essere lontano da lì! E invece, come tante altre volte, mi ero lasciato prendere dalla necessità e dalla foga del lavoro ed ero arrivato di corsa. Troppo di corsa, come tante altre volte.

Arrivando lì avevo abbandonato quello che avevo visto dal ponte e quello che avevo immaginato di trovare: calarmi nel lavoro e affrontarne i problemi mi aveva allontanato dalla realtà e avevo sperato che potesse essere meno grave di quanto invece non fosse.
Non mi fermai e lo superai di slancio, proseguii lungo il marciapiede del 1° binario e mi ci trovai in mezzo.
In quei dieci metri passai dalla normalità di ambienti e cose che conoscevo da sempre a un delirio di distruzione.

Il treno fermo sul primo binario le cui prime carrozze mi erano sembrate normali era lungo fin lì, ma i vagoni che avevo di fianco ora erano sconquassati. Dall’altra parte del marciapiede il buffet era distrutto, i muri perimetrali avevano retto per fortuna, era venuta giù tutta la parte dov’era la sala d’attesa di seconda classe. C’erano diverse grosse travi del tetto crollato che non si capiva bene se tenessero ancora in piedi qualcosa o se invece minacciassero di venir giù, anche loro comunque bloccavano in parte ed erano bloccate da macerie e i detriti.
Continuai ad avvicinarmi alla zona crollata cercando di mostrare un misto di abitudine e sicurezza, nascondendo il timore di essere allontanato, ma in realtà nessuno faceva caso a me.
Ero ancora all’ombra della tettoia del primo binario e preparai le macchine; considerai l’esposizione, lì era forte la differenza fra luce e ombra, sapevo che sarebbe stato complicato stampare quelle fotografie. Cominciai a guardarmi attorno cercando soggetti, ancora non ne trovavo, ma avevo ripreso fiato e mi ero un po’ ricomposto.
C’era gente intenta a sgombrare alla meglio i detriti che venivano portati lì dalla zona delle macerie. Era una quantità di persone che lavorava con intensità nella penombra, l’atmosfera si ispessiva e ogni passo era più difficile. Buttai un occhio dentro al buffet ma sembrava non esserci nulla di importante, i feriti erano già stati sgombrati.

Vidi un conoscente fra i soccorritori, stava dove iniziavano le macerie e mi avvicinai, mi rivolse un espressione del viso provata, si guardò attorno come cercando qualcosa che potesse metterci in comunicazione. Poi, serio e afflitto, mi indicò una cosa larga un palmo che sbucava affiorando dalle pietre ad un metro di altezza.
La toccò con delicatezza. Mentre lo faceva mi resi conto che si trattava della calotta cranica di un uomo, irriconoscibile, grigia di polvere com’era, pochi capelli radi e corti, non riuscivo a capire da che parte fosse girata, il resto del corpo era sepolto nella massa di macerie e solo quella parte affiorava. Mi agitai, pensai a come tirarlo fuori in fretta da là sotto, cercavo di orientarmi, di dare una logica a quella fisicità, ma vidi la superficie rispondere al tocco come fosse appartenuta ad un pallone sgonfio. Nessuna resistenza da parte di ossa che pure dovevano esserci… frantumate, sbriciolate.

Mi prese la tristezza dell’inutilità, del sapere che non c’era più niente da fare, eppure bisognava estrarlo da là, ancora pensavo che quel corpo dovesse essere intero… e quello forse poteva esserlo.
Allargai lo sguardo e mi resi conto di come fosse imprigionato da quella enorme massa di detriti formata da grandi blocchi di mattoni ancora uniti dal cemento e da quelli invece spezzettati, mattoni, tegole, legni, metalli, oggetti ancora riconoscibili.

Non serviva a nulla stare lì sotto la tettoia, sul limite fra sole ed ombra, mi arrampicai sulle macerie e mi inventai un percorso avviandomi verso la luce, là dove accadevano le cose, ma stando attento a quel che pestavo.
Non fu difficile arrivare, arrivai in cima al mucchio dove la gente stava lavorando con energia.

C’erano pezzi di muro che avevano resistito e delimitavano un poco quella zona dalla piazza.
Nessuno guardava nessuno, nessuno parlava, tutti facevano qualcosa.
Scavavano con le mani fra i mattoni, frugavano a testa bassa, con forza e risolutezza. Lo feci anch’io.
Guardai i vestiti per capire chi fossero, c’erano camici di dottori, ferrovieri, vigili del fuoco, militari, molti passanti.
Mi mossi sotto il sole spietato cercando i visi affondati in quell’ombra netta, tagliente di mattina d’agosto.
Le rughe sui visi seri si facevano ogni momento più profonde, sul sudore che le bagnava si attaccava la polvere di quelle macerie.
Trovarono qualcuno, morto, a pezzi.
Fra i detriti vidi spuntare qualcosa, qualcuno faceva del suo meglio per raccogliere quel qualcosa, l’istinto mi diceva che quello era il momento migliore per scattare.

Decisi di no, decisi che non era giusto che ci fosse quello sulle pagine dei giornali, decisi che non volevo che un orrore maciullato e sanguinante conquistasse la morbosità della gente con quella rapida facilità che odiavo, decisi che non l’avrei nemmeno fotografato per evitare che a qualcun altro potesse venire in mente di usarlo, decisi che la gente avrebbe dovuto capire dalle altre fotografie la cosa schifosa che era successa.
Constatai che non mi veniva in mente di piangere, non sarebbe servito a nessuno e nessuno lì attorno si permetteva quel lusso.

Fotografai loro, i vivi che cercavano altri, sperandoli vivi.

Scattai, cercando di pensare, scattai, in silenzio, scattai facendo quel rumore assurdo e indiscreto in quel silenzio di pietre mosse, scattai scattai scattai con rabbia, scattai.
Ogni tanto qualcuno chiedeva ad alta voce di fare silenzio, ancora più silenzio per ascoltare se ci fossero richieste di aiuto da sotto, allora tutti ci fermavamo e tendevamo l’udito allo spasimo in quel silenzio pesante, irreale, ma niente.

Non c’era più musica nella mia mente, il ronzio dei pochi pensieri che riuscivo a sintetizzare gareggiava con il rumore del mio respiro, sudavo che sembravo una fontana. Un paramedico mi porse una mascherina come portavano tutti, la indossai, ma sudavo talmente tanto in quel sole che dopo cinque minuti era fradicia, mi si incollava alla faccia e non serviva più a nulla. Sotto al punto dell’esplosione c’era il sottopassaggio che portava ai binari, era orribile l’idea che fatalmente qualcuno potesse essere là al momento dell’esplosione, mi venne fatto di pensare che se là sotto c’era qualcuno vivo noi gli stavamo sopra e mi sentii di troppo, mi venne voglia di andarmene.

Sarebbe stato facile concederselo e andarsene lontano da lì, ma sapevo di dovere restare, era importante che restassi per raccontare al mondo cos’era successo e come e chi era quella gente, per vedere cosa fotografare e cosa no, per vedere e ricordare, per sempre.

Invidiavo quelli che scavavano, il loro fare urgente e febbrile aveva un significato preciso, volevo esserci se avessero trovato qualcuno di vivo, avrei per forza dovuto esserci.
Vennero invece altri morti.
Era passata più di un’ora e stavo finendo la pellicola, decisi di andarmene di là per tornare in redazione.
Corsi per il breve tratto di viali fino all’ufficio, là trovai Ernesto appena arrivato anche lui dalla stazione, ma dalla parte opposta alla mia e non ci eravamo incontrati. Aveva avuto più fortuna di me e aveva potuto fotografare il soccorso ad una ragazza ferita, parlando tenevo i rulli in mano.
«Cosa c’è dentro?» mi chiese. «I soccorsi, la gente che cerca e che scava, i visi e le panoramiche». «Morti? Feriti?». «Stanno ancora cercando feriti, ma trovano solo morti, ma quelli non li ho fotografati, non sono fotografabili». Non disse nulla. «Senti, che si fa?» – gli chiesi – «Vuoi tornare tu là e io sto qui a sviluppare e stampare?».

Era lui il fotografo titolare e spettava a lui prendere una decisione, io ero un semplice collaboratore.
Ci guardammo negli occhi, forse voleva capire se me la sentivo o forse non se la sentiva lui, ma non credo; disse «Bisogna anche trasmettere le telefoto e parlare con Roma, vai tu». Era giusto così, scaricai le macchine, gli porsi i rulli, ne arraffai di vergini e partii.
Non mi passò neanche per la testa di non andare, volevo stare fra quelli che cercavano e volevo che trovassero qualcuno di vivo.
Rifeci la strada più corta, quando arrivai c’era molta più polizia a tenere lontana la gente che prima sostava muta per poi sfilare attonita, ma non mi fecero storie.
Tornai direttamente sulle macerie, nessuno mi fermò. Ci rimasi sopra spostandomi circolarmente per un periodo che non saprei definire, per quanto scavassero sembrava che non progredissero, che fossero sempre al punto di prima. Ero ipnotizzato dai soccorritori, li fotografavo ma non riuscivo a distinguerli l’uno dall’altro, sembravano tutti simili in una stessa uniforme di polvere e di sudore, qualcuno era stato avvicendato, altri no, e continuavano incessanti cercando e spostando assieme. E trovando persone, ma non vive.

Vidi uno col camice bianco da medico alzarsi per allontanarsi e fu subito sostituito da un’altro, io lo guardai in volto. Era grigio, terreo, aveva gli occhi fissi. Lo lasciai che se ne andava nell’atrio dove c’era gente tenuta a distanza che guardava, mi domandai se aspettassero notizie di amici o parenti, c’era anche questo terribile aspetto da considerare. Non riconobbi nessun segno di una apprensione più grande di altri, quasi nessuno parlava, l’espressione sui visi era più o meno la stessa per tutti.

Niente da fotografare, ritornai sul primo binario, incontrai un’infermiera che conoscevo, risposi al saluto che mi mormorò. Contemporaneamente un medico, un uomo alto e robusto, si accasciò di colpo sulla balaustra del sottopassaggio, piangendo senza freni.
Mi resi conto che era il primo che vedevo piangere, che tutto accadeva in quel quasi silenzio che era il rumore di chi spostava le pietre, senza una voce.
Ritornai sulle macerie, ero là da ore e sulle facce c’erano scritte le ormai poche speranze, era gente sfinita ma che non si arrendeva e continuava ancora a scavare con le mani. Non si poteva fare altrimenti.
Decisi di tornare ancora all’ANSA con quelle nuove fotografie, mi stavo giusto muovendo quando venne verso di noi un ferroviere con gli occhi spalancati dicendo «la televisione ha detto che è scoppiata una caldaia, ma non c’è mai stata nessuna caldaia là». Lo guardai senza sapere bene come valutare quello che aveva detto, ma sperai fosse stata una caldaia.

E invece era stato un bugiardo ad inventarsi quella notizia, il giornalista Bruno Vespa che aveva appena dato una bella spinta alla sua carriera e che una volta scoperto, invece di essere cacciato sarebbe diventato il più celebrato giornalista di successo dei nostri giorni. Ma allora non lo sapevamo, nessuno di noi, e io varcai la soglia dell’ufficio con in tasca i rulli impressionati e nella testa quel nuovo dubbio.

Erano arrivati anche gli altri e tutto stava prendendo un ritmo, se possibile, più normale.
Questa volta sviluppai io, la camera oscura mi sembrava quasi fresca, mi lavai la faccia e non so perché con quel gesto mi domandai quanto tempo fosse trascorso. Io non porto l’orologio da mai, ma stavolta avevo perso la cognizione del tempo.
Poi, mentre Ernesto stampava, parlai con Maurizio, erano sue le macchine fotografiche che avevo usato, lui e Franco erano rientrati dalle ferie nel frattempo. Mi chiese se ero d’accordo a non firmare le fotografie ognuno con il proprio nome, gli risposi che mi sembrava la cosa migliore che potessimo fare, che quel lavoro non apparteneva a nessuno di noi in particolare. Avremmo firmato tutto il lavoro ANSA/STAFF.
Chiesi ai giornalisti che notizie c’erano sulla caldaia/bomba, ma mi risposero che non sembrava un’ipotesi probabile, che l’aveva detto solo la RAI e non si sapeva la fonte.
Tornai ancora in stazione, servivano altre panoramiche più larghe, cominciavano ad arrivare gli uomini politici e non si poteva dire cosa sarebbe successo.
Era arrivato l’esercito, che faceva cordone per tenere lontana la gente, erano i soldati di leva adesso a scavare e a sgombrare. Non sapevano come, ma si sforzavano di fare del loro meglio. Erano anche più giovani di me, ma per quanto da poco fossero arrivati le loro facce erano già indurite, le espressioni dei visi erano gravi, i loro occhi segnati.
I vigili del fuoco avevano tolto le travi e una quantità di detriti era stata spostata.

Salii sul tetto dell’atrio del piazzale ovest per fotografare dall’alto, un vigile del fuoco e un poliziotto mi fermarono, spiegai loro chi ero e mi lasciarono passare raccomandandosi che non cadessi di sotto, che non sapevano quanto fosse pericolante o no il tetto. Quasi mi venne da ridere che potesse succedere anche questo.
Quando scesi vidi che molte cose erano state spostate, molti spazi liberati. La gente veniva tenuta più lontana e non riconobbi nessun soccorritore dei primi.
Vidi l’autobus 37 con quelle tendine, mi dissero a cosa serviva, vidi che Umberto l’aveva fotografato, vidi l’autista a capo chino vicino al suo mezzo.
I treni avevano ripreso a muoversi da un pezzo.
Quei ripristini di normalità erano persino più irreali del caos di prima, me ne ritornai all’ANSA.
Uscii dall’ufficio che saranno state le sette, ci misi mezz’ora ad andare a riprendere il motorino di Lanucara e a riportarglielo.
Per tornare a casa dovevo ripassare davanti alla stazione come avevo sempre fatto, stavolta avrei preferito di no, ma ero stanco e non volevo allungare la strada.
Mi sentivo svuotato per la tensione che si allentava, passai rapido attraversando la piazza della stazione sentendomi uno dei tanti e sul ponte mi sembrava quasi di avere lasciato tutto lontano, ma bastava girare un poco la testa verso sinistra.
C’era pochissima gente per strada, le ombre si stavano finalmente allungando, faceva ancora molto caldo, mi sentii solo, ero ridotto a uno straccio.

Mi sentii salutare da un’automobile di passaggio, erano due amici musicisti con le loro mogli che stavano rientrando. Parlammo qualche minuto della questione e capii che avrei dovuto ripetere quelle parole molte volte. Avevano sentito la balla della caldaia alla televisione, l’avevano presa per buona, e perché no, del resto. Dissi il poco che sapevo, che fra i giornalisti non ci credeva nessuno, e di quel ferroviere che aveva detto che in quel punto caldaie non ce n’erano; piuttosto era più credibile l’ipotesi che potesse essere esploso un residuato bellico rimasto dai bombardamenti della guerra, che era l’unica valida alternativa all’ipotesi di un attentato.

A casa raccontai poco alla nonna, anche lei voleva che fosse stata una caldaia. Telefonai ai miei per tranquillizzarli, tutti avevano sentito la televisione, tutti volevano credere che fosse esplosa una caldaia, dicendo la verità si faceva una figura da paranoici. Ancora un po’ e mi arrabbiavo davvero anche con loro.
Feci finalmente una doccia, non avevo fame, ma la nonna, per quella saggezza dei vecchi, preparò ugualmente qualcosa da mangiare che divorai, non avevo toccato cibo tutto il giorno. Mangiai davanti alla televisione accesa che la nonna voleva vedere, non ricordo cosa guardasse ma mi sarei fatto picchiare piuttosto che guardare anch’io.
Non riuscivo a star fermo, uscii.
Sul portone istintivamente presi la strada che portava dall’altra parte, a un’altro ponte. Per quel giorno ne avevo abbastanza della stazione, quando lo raggiunsi mi sedetti sulla spalletta, rimasi là con i miei pensieri a guardare il tramonto.
Il sole calava giusto dietro la stazione, a un ponte di distanza, continuavano a scavare alla luce delle fotoelettriche dell’esercito.
Chissà chi erano i morti? E perché erano morti proprio loro? E quelli che erano partiti il giorno prima, o un’ora, o due minuti prima? Perché ero vivo io invece che loro?
Merda!

Col buio ripresi a camminare senza una meta precisa, la città era deserta.
Dal groviglio che avevo dentro spuntò il rimpianto di non avere più una ragazza, ci avrei fatto l’amore, ma non era bisogno di tenerezza o di comprensione, era per affermare che ero vivo, che ero così cospicuamente vivo. E povero.
Quella notte dormii un sonno solo, profondo, dovevo essere sfinito.

Al mattino, per una volta fu bello essere svegliato dalle voci del palazzo, anche se sentivo un gran peso dentro.
La musica era tornata a suonare nella mia testa, presi la borsa con le mie macchine fotografiche e uscii per andare al lavoro. Passando di là, vidi che la stazione sembrava un cantiere, dovevano aver continuato a scavare per tutta la notte ed era oramai sgombro dai calcinacci.
Non mi fermai, arrivai all’ufficio e mi misi a disposizione. Mi mandarono con un giornalista per ospedali, a cercare i feriti e i parenti.
Nel caldo inquietante spendemmo la giornata per girare tutti gli ospedali, c’era il solito panorama di voci sommesse, di rumori contenuti, parole di servizio, necessarie, esclamate improvvisamente ad alta voce, che ti scuotevano.
Alcuni parenti piangevano e ringraziavano dio, la maggior parte di loro sentiva di non poter tenere tutto per sé, erano disposti a parlare e a raccontarsi. Ne uscivano storie dai dettagli curiosi più che drammatici, c’era anche chi parlava di fortuna. Ma molti altri non sapevano ancora se i loro cari se la sarebbero cavata e come ne sarebbero usciti. Lì l’angoscia era palpabile.

Fra i feriti c’era gente che aveva avuto la vita orribilmente cambiata. Quasi nessuno voleva parlare, nessuno accettava di lasciarsi fotografare. Ma queste persone stavano sperimentando quelle novità e dovevano ancora provarle e dolorosamente, giorno dopo giorno, per tutti i loro prossimi anni.
Quando tornai in ufficio a sviluppare le poche immagini valide, preferivo non parlare, rispondevo a grugniti. Ce l’avevo col mondo.
Mettere la bomba nella sala d’attesa significava l’aver voluto colpire la gente più comune in uno dei momenti più normali e vulnerabili. Da allora ogni volta che passo per una stazione e noto le piccole scene di vita quotidiana mi dico «Ecco! È stato in un momento come questo, potrebbe essere adesso».

La sera tornai su quell’altro ponte a guardare il tramonto, era domenica e c’era più traffico, qualcuno era rientrato, avrei voluto correre a lungo.
La seconda notte fu più difficile.
Il giorno dopo rimasi in ufficio anche se apparentemente non c’era molto da fare, così nel primo pomeriggio mi mandarono all’obitorio dove era segnalata una ressa di parenti che andavano a ritirare i loro morti.
Mi avviai verso via Irnerio abbastanza sereno, conoscevo già il posto, mi aspettavo facce cupe, disperate ma rassegnate. L’obitorio era uno stabile austero incastonato fra le due ali degli edifici che ospitavano Accademia di Belle Arti e Liceo Artistico, erano otto anni che frequentavo quelle scuole e le scene di pena e disperazione erano purtroppo frequenti.
È un palazzo lungo una trentina di metri con ai lati due rampe che consentivano l’accesso ad un piccolo cortile sul retro nel quale solitamente sostavano i carri funebri.
Quando ci arrivai non vidi molta gente, anzi, per la verità non c’era quasi nessuno. Quei pochi erano sul primo cancello che mi si offriva arrivando, quello di destra guardando la facciata, era il lato più vicino alla camera ardente, dove venivano fatte sostare le bare prima di essere rilasciate. Vi si accedeva da una porta appena dietro l’angolo, sul cortile.

Non volevo passarci in mezzo e neanche fare fotografie standoci troppo a contatto, montai un medio tele sulla macchina per fotografarli stando abbastanza discosto. Ma, quel gruppo di persone silenziose dall’aria greve non era una scena per nulla significativa, perciò decisi di entrare passando per l’altro cancello: da quella parte non c’era nessuno e questo mi avrebbe consentito di fotografare da relativamente lontano, con la discrezione dovuta in questi casi.
Scesi l’altra rampa e mi affacciai sul cortile, sul fondo vicino alla porta della camera ardente, stava un mezzo dell’esercito carico di bare; vedevo il retro del camion con il cassone aperto e due militari in attesa, vicino a loro un operatore della RAI. Una donna anziana stava entrando proprio in quel momento, ragionai di affiancarmi al cameraman che stava guardando dentro alla porta aperta, lo vidi alzare la telecamera, anch’io alzai la macchina fotografica, camminando, avvicinandomi.
Capii l’urlo prima ancora di udirlo.
Lo sentii risuonare rimbalzando sui muri di quelle stanze fredde.
L’eco si spense mentre la donna usciva dalla porta e il suono così impoverito mi investì. Era un suono acuto che non somigliava a niente, che non poteva somigliare a niente.
La vidi, girò verso me guidata da due infermieri che la sostenevano come se non avesse peso, non aveva più lacrime, continuava ad urlare.
La inquadrai, era vicina, troppo vicina, misi a fuoco lo stesso e scattai. Un attimo, poi mi passò a fianco chiamandomi: avvoltoio. Mi ferì, non era un sentimento di offesa che non aveva ragione di esserci, ma mi ferì e lì, in quell’attimo, successe una cosa che credo non potrebbe ripetersi oggi, uno dei due infermieri le disse all’orecchio con voce bassa dal tono sincero «Signora, facciamo tutti il nostro lavoro» e lei rispose in un soffio «Lo so». Quella “comprensione per l’altro” che c’era in quei giorni non l’ho mai ritrovata.

Non avevo pensato che glieli facessero vedere, ma era evidentemente necessario che li riconoscessero. Ritornai a ciò che avevo visto in stazione, dove stavano ancora scavando e setacciando i detriti alla ricerca di… parti. Mi domandai come fosse possibile riconoscere molti di quelli, quanto potesse costare a un parente il doverlo fare.
Mi domandai e mi domando ancora, io che ricordo, quanti giorni e quante notti possa durare, e come.
Pensare a quanto lunghi sono quei giorni e quelle notti e desiderare che finiscano e non volere che finiscano.
Anche il quarto giorno lavorammo duro e la fotografia di quella donna raccontava il dolore dalle pagine di tutti i giornali del mondo. Uno, italiano, aveva colorato il mio bianco e nero come fosse stata una cartolina di inizio secolo per metterla in “prima”. Mi venne da pensare che se ci fosse stato del sangue forse avrebbero tinto anche quello di rosso, bisognava fare i conti anche con questo genere di idiozia.
Il quinto ci furono i funerali e forse fu il più faticoso.
Il sesto potemmo riposare, non siamo dei.

La vita riprese la sua normalità e giorni dopo incontrai nuovamente i soliti amici alla solita osteria di Vito, che aveva nel frattempo riaperto dopo le ferie. Parlammo dei fatti interrogandoci senza risposte. C’era Piero, fotografo lui prima di me o, spero, io come lui. Io raccontavo della mia scelta di non avere voluto fotografare i corpi, ora temevo di avere tolto qualcosa con quella scelta che avrei comunque rifatto. Dopo avermi ascoltato mi disse che anche lui era stato in stazione, io lo guardai stupito, non lo sapevo, non l’avevo visto, forse era stato prima di me o, comunque dall’altra parte della piazza. Mi disse che anche lui aveva ritenuto di non fotografare quei morti. Ci abbracciammo.

Con la normalità ripresi anche ad allenarmi. Correvo ancora, e tre settimane dopo stavo giusto andando allo stadio con il solito autobus che fermava come sempre un poco più a lungo davanti alla stazione. Ero in piedi, mi tenevo al corrimano e guardavo fuori. L’autobus girò fermandosi giusto davanti allo squarcio. Lo guardai come altre volte.
Ancora non so perché allora, proprio allora, senza chiudere gli occhi o distogliere lo sguardo, silenziosamente, piansi.

Roberto Serra