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Suicidio assistito, non c’è nessuna rivolta da parte dei medici italiani

Dopo la sentenza della Consulta sul fine vita, media e mondo cattolico cercano di imporre l'idea che ci sia un esercito di professionisti pronti all'obiezione. Ma sono meno del 2% del totale, spiega il medico Mario Riccio

“Credo ci sia un diritto alla vita, ma è da dubitare ci sia un diritto alla morte”. Alla fine, non particolarmente attesa né influente, è arrivata la dichiarazione di Giuseppe Conte sulla  sentenza della Consulta, che ha “aperto” al suicidio assistito ed esortato una volta di più la politica italiana ad assumersi le proprie responsabilità. Le parole del capo del governo chiudono una settimana che ha fatto la storia, e che non ha mancato di suscitare reazioni forti quanto prevedibili.

Quella del mondo cattolico è stata immediata. Dichiarazioni di politici e opinionisti contrari a un cambiamento legislativo in materia di fine vita si sono susseguiti per giorni, a loro hanno fatto eco i professionisti del settore. “Almeno 4mila medici cattolici sono pronti a fare obiezione di coscienza nel caso in cui, a seguito della pronuncia della Consulta, il Parlamento italiano legiferasse a favore del suicidio medicalmente assistito”, ha detto il vicepresidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), Giuseppe Battimelli. Che ha aggiunto: “La grande maggioranza dei medici italiani è sulla nostra posizione”. 

Le sue parole sono finite su tutte le prime pagine dei giornali e nei principali tg, utili a veicolare l’idea dell’esistenza in Italia di una specie di esercito di camici bianchi indisponibili a portare alla morte una altrettanto corposa marea di gente entusiasta di farla finita. O per lo meno questa era la sensazione che si provava negli scorsi giorni, a cercare di informarsi su una materia fondamentale e complessa.

A rendere ancor più di difficile lettura il quadro le parole di Filippo Anelli, presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e 0dontoiatri), “massima autorità” in materia nel nostro Paese. Pur spiegando come la sua categoria non si esimerà dal rispettare e applicare come sempre la legge, Anelli chiede “di poter continuare a fare i medici, così come abbiamo sempre fatto. Medici che hanno il dovere di tutelare la vita, la salute fisica e psichica, di alleviare la sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana. Chiediamo al legislatore che sarà chiamato a normare questa delicatissima materia di sollevarci dal compito finale, affidando l’estremo atto, quello della consegna del farmaco, a un ‘pubblico ufficiale’, un funzionario individuato per questo ruolo”. 

Da qui partiamo nella nostra chiacchierata con un altro medico, Mario Riccio. Anestesista che lavora a Cremona e dirigente dell’associazione Luca Coscioni, è stato il professionista che 13 anni fa ha aiutato Piergiorgio Welby a morire. 

Il presidente Anelli dice che non devono essere i medici a occuparsi dell'”estremo atto”.
Trovo davvero grave che Anelli parli a nome di tutta la categoria. Non può dire che i medici vogliono chiamarsi fuori dal suicidio assistito. Non è così, sicuramente non per me. Qualche mese fa Anelli aveva inviato una circolare a tutti i presidenti degli Ordini provinciali sostenendo che, anche qualora ci sia un intervento da parte del legislatore sul suicidio assistito, i medici non dovrebbero partecipare per via del codice deontologico. Una specie di fatwa. Perché se si contravviene, si rischia la radiazione dall’albo. E se non si è iscritti, non si può lavorare. Che cos’è, se non una minaccia?

Il suo argomento principale, appunto, è che il codice deontologico dei medici sia di fatto superiore a ogni altro ordinamento. Verità?
No. Perché il codice deontologico è fonte secondaria rispetto alla legge del Paese in cui si opera. E il codice va adeguato ai tempi e al contesto, per questo è il momento di abolire l’articolo 17 che parla di eutanasia. D’altra parte è già successo con la legge sull’aborto, che ha portato a un adeguamento del testo sulla base della novità introdotta dal legislatore. 

I medici cattolici parlano di una grande mobilitazione collettiva contro il suicidio assistito, un esercito di professionisti pronto a opporsi.
Un esercito molto modesto. Gli iscritti all’Ordine sono 400mila, i medici in servizio tra i 250mila e i 300mila. Se coloro che si oppongono, come dichiarato, sono 4mila, vuol dire che parliamo di meno del 2% del totale. Non mi sembra esattamente una rivolta… E c’è chi parla a nome di tutta la categoria. 

Quanto sono importanti i numeri di chi è d’accordo e chi no in questi casi?
Importanti, ma non fondamentali. La cosa che conta più di tutto è ciò che è giusto e ciò che non lo è, senza dimenticare che c’è la legge a cui i medici non sono superiori.

Che significa questo? L’obiezione di coscienza è superata?
In alcun modo: come diceva Sant’Agostino “la coscienza non è indagabile”, per cui nessuno vuole imporre niente a nessuno. Si tratta solo di rispettare la volontà del paziente. Tutti i Paesi civili hanno l’obiezione di coscienza e io per primo, che sono considerato il medico cattivo che stacca le spine ai malati, ne sono un convinto sostenitore. Però c’è un però.

Quale?
Un tempo chi non faceva il servizio militare doveva prestare servizio civile per due anni, dimostrare di non aver mai usato armi in vita sua e impegnarsi a non usarle mai più. Per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza, ad esempio, l’obiezione di coscienza è un’occasione per lavorare meno e spesso anche per avere vantaggi politici in certi ambienti, venendo dalla Lombardia lo so bene. Legittimo non obbedire alla legge per seguire la propria coscienza, ma bisogna “dare qualcosa in cambio”. Una decurtazione dello stipendio o la rinuncia ad alcune mansioni o ai ruoli apicali. Non si può avere tutto. 

C’è il rischio che per quanto riguarda il suicidio assistito in futuro si crei una situazione simile a quella dell’interruzione di gravidanza, in cui l’obiezione di coscienza di massa porta spesso alla negazione di un diritto?
Per il momento direi di no, sulla base dei dati. In Olanda, dove la legge sul fine vita esiste da 17 anni, il 4% del totale delle morti oggi avviene in maniera assistita, ma per numerosi anni la percentuale è stata stabile attorno al 2. Ed è questo il dato che assumerei anche per noi, almeno nel primo periodo. In Italia muoiono ogni anno 500mila persone, quindi circa 10mila potrebbero richiedere il suicidio assistito. Più probabile siano 5 o 7mila. Una cifra assolutamente gestibile da parte del sistema.

Sono comunque numeri importanti: quindi non stiamo parlando di pochi casi isolati, e molto pubblicizzati.
La gente pensa che tutto quello che facciamo sia per Fabo, Welby e una manciata di altre persone. Posto che anche se fosse un solo caso, faremmo lo stesso ciò che stiamo facendo, perché è giusto farlo, la verità è che esiste una popolazione numericamente importante che vorrebbe avere l’opportunità di una fine meno dolorosa. 

 Cosa dovranno fare i medici in concreto dopo la sentenza della Consulta?
Chiamo ancora in causa l’esempio olandese. Lì è il medico mutualista che si occupa del suicidio assistito, se è un obiettore ha l’obbligo di indicare un collega non obiettore che lo faccia. Ci vuole un minimo di formazione, competenze in materia di sedazione e farmaci, ma in generale non è una procedura complicata. A gestire i suicidi assistiti potrebbero essere anestesisti, oncologi, palliativisti, in generale quei professionisti che sono già abituati ad avere a che fare con il fine vita.

Ma parliamo di settimane, mesi o anni prima che tutto questo sia realtà?
Devo smorzare qualche entusiasmo, purtroppo. La sentenza della Consulta, per come riportata e in attesa di leggerne l’impianto completo che sarà disponibile tra qualche settimana, dice che per poter accedere al suicidio assistito il paziente deve essere dipendente dai trattamenti sanitari salvavita. Così si elimina una fascia ampissima di pazienti. Mi chiedo addirittura se ciò che sostengono i giudici della Corte Costituzionale non rientri già nei limiti previsti dalla legge 219 del 2017 sulle cosiddette “direttive anticipate”, applicate per esempio nel caso Welby. Mi chiedo inoltre se quanto stabilito dalla Consulta rientri nel caso di Davide Trentini, per la cui morte a fine novembre ci sarà la prima udienza, in cui Marco Cappato è imputato, come per Dj Fabo. Davide non era attaccato a un “ventilatore”, non era tecnicamente sottoposto a una terapia salvavita. Vogliamo capire se la sentenza è una risposta anche al suo caso, e alle sue sofferenze, oppure no. 

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