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Storia della donna simbolo del diritto all’aborto diventata antiabortista per soldi

Dopo essere stata protagonista del celebre caso "Roe vs Wade", Norma McCorvey aveva finito per diventare un'estremista anti-aborto. In un nuovo documentario, si scopre che l'aveva fatto per soldi

Norma McCorvey (a destra) a una manifestazione in California nel 1989. Bob Riha, Jr./Getty Images

Da icona della battaglia che portò alla legge sul diritto all’aborto in America, diventò un’estremista pro-vita. Ma, sul letto di morte, Norma McCorvey ha rivelato la verità: quel voltafaccia era solo una farsa. Il movimento evangelico la pagò centinaia di migliaia di dollari per trasformarsi nel simbolo degli anti-abortisti. “Ero un pesce grosso e penso che sia stato uno scambio di favori”, ha confessato in un documentario, AKA Jane Roe, che sarà trasmesso oggi in anteprima negli Stati Uniti su FX e che è stato girato in una casa di cura l’anno prima della sua morte, avvenuta nel 2017. “Ho preso i soldi e loro mi hanno messo davanti alle telecamere e mi hanno detto che cosa avrei dovuto dire”.

Norma Lea Nelson era nata in Louisiana nel 1947 e cresciuta in una famiglia difficile, con una madre violenta e un padre assente. Dopo un’infanzia passata tra il collegio e il riformatorio, a 16 anni si sposò con un operaio, Elwood McCovery, e rimase incinta, ma sua figlia, Melissa, venne subito adottata dalla nonna. Norma beveva e faceva uso di stupefacenti, era depressa e viveva una vita disordinata: quando, a 19 anni, ebbe il secondo figlio, diede subito anche lui in adozione. Un paio di anni dopo, scoprì di essere un’altra volta incinta e tentò di abortire. Ma in Texas, dove abitava, le gravidanze potevano essere interrotte solo in caso di stupro: Norma raccontò alle sue avvocatesse di avere subito violenza, ma non aveva alcuna prova e dovette ritrattare la confessione.

Però quella causa, intentata nel 1969, divenne un caso clamoroso, ricordato come “Roe versus Wade”. Jane Roe era lo pseudonimo che la donna aveva adottato, e Henry Wade il procuratore generale del Texas che difendeva la legge anti-aborto. L’istanza di Norma fu respinta, e lei, ormai al quinto mese di gestazione, fu costretta a partorire. Ma quella causa divenne una class action nel nome delle donne che chiedevano di interrompere una gravidanza indesiderata. E Norma divenne il simbolo di tutte loro.

Eppure, una quindicina di anni dopo, ci fu la presunta conversione: l’inquieta Norma, contro tutte le aspettative sul suo conto, divenne una strenua attivista pro-vita, un’improbabile ma apparentemente convinta portavoce del movimento. Apparve nelle televisioni e partecipò alle proteste contro l’aborto, che definiva omicidio.

Il biografo di Norma ha recentemente dichiarato al New York Times di ritenere che la donna avesse accettato di aderire alla causa anti-aborto per un bisogno più complesso della semplice opportunità finanziaria: “Era per il desiderio essere accettata e ascoltata”. Intanto, però, Norma McCorvey – che non ha mai abortito – era rimasta favorevole all’interruzione di gravidanza: “Se una donna vuole abortire”, ha detto sul letto di morte, “è suo diritto farlo”.

 
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