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Spolitify, le canzoni dei politici

Che sia per le elezioni presidenziali o per un referendum, non c'è campagna politica che non sia stata accompagnata da una canzone. Da Renzi a Salvini, fino alle Sardine, ecco la playlist delle piazze degli ultimi anni

Matteo Renzi ascolta 'La musica non c'è' di Coez

Non s’è mai vista una marcia senza una musica che ne esaltasse i passi. Persino quella delle Sardine, che più che marcia è nuotata, si è dotata di apposita colonna sonora: oltre all’eterna e rinvigorita Bella Ciao (grazie, La Casa di Carta), e oltre a La libertà di Giorgio Gaber (che “è partecipazione”), domenica sera i 25 mila di piazza Duomo hanno eletto a loro inno Com’è profondo il mare. È una canzone bellissima del 1977, in cui Lucio Dalla parla di povertà, di un’Italia vittima del terrorismo e di lotta di classe. E parla di uomini che iniziano a pensare: e “chi pensa è muto come un pesce”, e “come pesce è difficile da bloccare”. E insomma il pensiero è come “l’oceano, non lo puoi bloccare”. Canzone quasi più profonda del movimento stesso. Canzone perfetta, per la quale, ricordando il Troisi che diceva come lui facesse “i film per accompagnare le canzoni di Pino Daniele”, valeva la pena di fondare un movimento da affiancarle.

Ma che fosse verso una piazza, la Casa Bianca o le elezioni, ogni marcia è stata accompagnata da una canzone. La tradizione è propriamente anglo-americana, e intoccabile. Franklin D. Roosevelt all’inizio degli anni ’30 scelse la scanzonata Happy Days Are Here Again per la sua campagna verso Washington. John Kennedy alla fine dei 50 scelse l’ottimista High Hope dell’amico Frank Sinatra. Specie dagli anni ’80 in poi, i candidati Usa hanno arricchito musicalmente le proprie campagne in due modi: primo, circondandosi di musicisti-testimonial che li appoggiassero pubblicamente; secondo, scegliendo canzoni anche meno famose ma dal significato particolare.

Il migliore su entrambi i fronti è stato Barack Obama, che già nella campagna del 2008 si circondò di figure come Bono Vox, Jay-Z e Beyoncé, e creò addirittura la Presidential playlist, la colonna sonora della sua campagna contenente gemme ancora sconosciute al grande pubblico (ricordiamo Fake empire dei The National, vero?). Nella campagna per la rielezione del 2012, il democratico aggiornò e “ammorbidì” la sua playlist. Bruce Springsteen non urlava più a squarciagola Born to Run, ma rassicurava tutti che sì, We Take Care of Our Own. C’era pure Al Green, un cantautore nero degli anni 70, e la sua “Let’s stay together”. E insomma, cari moderati indecisi e attirati dalle promesse di welfare dei repubblicani, rimanete con noi democratici, “stiamo insieme”, e tranquilli che noi “ci prenderemo cura di noi stessi”. E di voi.

Altrettanto originale la sua “collega” di partito Hillary Clinton, che per la sfida del 2016 contro Donald Trump ha scelto due canzoni di autrici femminili: Roar di Katy Perry e Fight Song di Rachel Platten, una canzone che parla di lottare e di non mollare, sparata durante un sacco di reunion aziendali, eventi sportivi e video di YouTube creati per farvi piangere.

È finita come sappiamo, con quel simpaticone di Donald che la notte della vittoria trollava Hillary con You Can’t Always Get What You Want, facendo schiumare di rabbia i democratici e gli stessi Rolling Stones. Già in passato, infatti, la band aveva diffidato The Donald dall’usare le sue canzoni, unendosi alla protesta antitrumpiana dei R.E.M. (incavolati neri per l’utilizzo di It’s the End of the World as We Know It), di Adele, dei Queen e di Neil Young (incacchiato per l’appropriazione indebita di Rockin’ in the Free World).

Nel nostro Paese, i politici hanno iniziato a spingere più continuamente le proprie campagne con canzoni contemporanee a partire dalla metà degli anni duemila. Apripista è stato forse Walter Veltroni, con la sua campagna del 2008 accompagnata da quella tenerissima Mi fido di te. “Quando Veltroni me la chiese, io glielo dissi: guarda che in realtà questa canzone parla di perdita, dice ‘cosa sei disposto a perdere’. Non è proprio un inno per trionfare. Non è una bandiera per una campagna elettorale”, ha raccontato in seguito il cantautore. “A lui però piaceva l’inizio, non aveva sentito la fine del ritornello…”. È andata com’è andata.

Forse sulla scia di Walter, in quegli anni altri partiti sperimentavano nuove composizioni. L’Udc si affidava a Pace e libertà, scritta e cantata dal conduttore tv Luca Sardella; la Margherita sceglieva One degli U2 e Berlusconi; Berlusconi optava per una più egoriferita Meno male che Silvio c’è.

A sinistra, i successori di Walter hanno proseguito con scelte sonore più o meno azzeccate. Nel 2009 Pier Luigi Bersani sceglie come slogan della campagna congressuale Un senso di Vasco. E pazienza per la frase “un senso non ce l’ha”. Quattro anni dopo, da segretario del Pd, lancia la campagna elettorale scegliendo il nuovo inno: è Inno, di Gianna Nannini. Lineare.

Più attivo Matteo Renzi, che per la campagna referendaria a sostegno del Sì alla riforma costituzionale, decide di rompere una consuetudine ormai consolidata e sceglie per la prima volta una canzone scritta da un non-italiano. People have the power, di Patti Smith. Rimedierà due anni dopo, facendosi filmare mentre canta l’italianissimo e giovanissimo Coez. Il titolo non fu mai più azzeccato di quello: La musica non c’è, almeno non più.

Più rock, almeno nei suoi primi anni, il Movimento 5 Stelle, che nel 2010 a Cesena organizzò il suo Woodstock a 5 Stelle, mega evento rock con la partecipazione gratuita tra gli altri di Samuele Bersani, Stefano Bollani, Dente, Fabri Fibra, Marracash e Daniele Silvestri. Per la campagna del 2013 il Movimento potè godere invece dell’inno L’urlo della rete, una sorta di taranta composta dal giornalista del Tg1 Leonardo Metalli. Tra le liriche di maggior impatto: “Né padri né padroni, ridateci i soldoni”. Nel 2014 Grillo si fece scrivere addirittura un inno da Fedez. Titolo: Non sono partito. Svolgimento: “Sono ancora qui, e non sono partito, anche se sembro un partito, io non sono un partito”. Qualche anno dopo, il comico virò sul classico e dal palco di Palermo chiuse Italia 5 Stelle cantando Un amore così grande, la canzone interpretata da Claudio Villa.

Altrettanto classico Matteo Salvini, che tra i suoi cantautori preferiti (esclusi i dj del Papeete) ha sempre citato De André e Vasco. Fu proprio il rocker di Zocca a diffidarlo dall’usare la sua C’è chi dice no per la campagna contro il referendum del 2016 :“I politici devono mettere giù le mani dalle mie canzoni!”, scrisse spazientito il Blasco. “Che imparino a usare parole originali loro”. Bella canzone, ciao.

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