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Il velo di Silvia Romano ci mostra che non c’è più un solo tipo di femminismo

Il velo "cancella l'identità" o esprime una scelta personale? La spaccatura del movimento femminista italiano sul tema è l'ennesima conferma del fatto che in realtà esistono molti femminismi diversi tra loro

Mario Cinquetti/NurPhoto via Getty Images

Quattro giorni dopo la liberazione di Silvia Romano la polemica sulla sua conversione non accenna a diminuire. In particolare è ancora molto acceso il dibattito scaturito dal post facebook di Nadia Riva, storica femminista radicale milanese, che ha definito Romano come “una donna sorridente in un sacco verde della differenziata”. In difesa di Silvia sono presto arrivate le risposte di altri nomi noti del femminismo italiano – da Loredana Lipperini alla fondatrice della libreria delle donne di Milano, Pinuccia Barbieri – e, ancora una volta, si è parlato di spaccatura all’interno movimento femminista italiano.

Per analizzare quello che è accaduto negli scorsi giorni è necessaria una premessa: già da tempo non si parla più di un femminismo monolitico, e si preferisce utilizzare il termine al plurale, “femminismi”, proprio per puntualizzare la pluralità di un movimento con due secoli  di storia e moltissime declinazioni al suo interno. È inoltre naturale che vi sia uno scontro generazionale: con il mutare di determinate situazioni sociali e politiche mutano anche le battaglie e le rivendicazioni. Come spiegano Carlotta Cossutta e Elisa Virgili su Effimera, il femminismo è “una critica al presente”, e come tale è giusto che evolva insieme alla società, alla storia e alla cultura. 

Da un certo punto di vista, le dichiarazioni di Nadia Riva possono essere figlie di un femminismo che si è battuto per la liberazione della donna in una società prettamente bianca e cattolica, in cui la vittoria era riappropriarsi del proprio corpo, scoprirsi, proclamarsi padrona delle proprie scelte e dunque uscire dall’ordine costituito e da anni di imposizioni maschiliste. Lei stessa spiega a Repubblica: il post non voleva essere una critica a Silvia Romano, quanto un “conato di tristezza e di dolore, vedendo questa giovane sorridente messa in un sacco come a volerla eliminare, cancellandone l’identità”. 

Alcuni però hanno notato come dalle parole di Riva emerga un chiaro giudizio negativo, e che la sua polemica assuma subito toni accesi, denigratori e razzisti: “Io vedo solo questa poveretta, Silvia Romano, messa sotto dal solito ego maschile che vuole cancellare la donna pronta per essere buttata nella spazzatura. Mi sono sentita male, quando l’ho vista scendere dall’aereo vestita nel sacco che i terroristi pretendono che le loro donne mettano per cancellarne ogni individualità”, spiega Riva, per concludere con “non posso pensare che la sua scelta sia autonoma.”

In un saggio uscito nel novembre 2019, Sara Farris conia il termine “femonazionalismo” per indicare l’uso da parte dei partiti di estrema destra della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste – per cui da un lato troviamo la retorica dell’invasore straniero maschilista e violento, e dall’altro la figura della donna musulmana vista come vittima da liberare.

Farris nota come, però, questa dialettica non sia mero appannaggio della destra, ma anzi venga spesso ripresa da larga parte dell’opinione pubblica progressista, che – nella convinzione che l’integrazione passi solo attraverso l’assimilazione di pratiche culturali occidentali – mostra tutta la sua islamofobia. E non solo, anche il movimento dei femminismi, tradizionalmente antirazzista, avrebbe talvolta sposato queste idee di supremazia occidentale, pretendendo di voler “salvare” le donne musulmane dalla sorte a loro imposta dagli uomini. 

Sono molte le attiviste che si stanno battendo contro le derive femonazionaliste, facendo notare come queste finiscano a chiudere gli spazi di libertà delle donne, che ancora una volta si ritrovano a non essere padrone delle proprie scelte. La risposta è quella di un femminismo inclusivo, che si batta affinché le donne siano davvero libere di decidere chi essere, quale religione professare, chi amare, cosa indossare. 

Con la Women’s March del 2017 – e grazie a una delle sue fondatrici, l’attivista Linda Sarsour – è emersa molto di più la voce delle femministe musulmane, che rivendicano a gran voce il loro diritto a portare il velo. In italia molto attiva e seguita è la 23enne Aya Mohamed – attivista e blogger italiana di origini egiziane, meglio conosciuta sui social come MilanPyramid – che attraverso la sua pagina Instagram spiega: “indossiamo il velo per Dio, non per gli uomini”.

In un’intervista rilasciata ieri, Aya ha commentato la polemica sul caso Romano: “Viene a galla nuovamente l’ossessione che abbiamo con il corpo delle donne. È come se la società si sentisse legittimata a imporre a una donna di togliersi il velo per vedere cosa c’è sotto, come a dire ‘il tuo corpo non ti appartiene'”. Contro chi, come Nadia Riva, sostiene che il velo privi le donne della propria identità, c’è chi rivendica il diritto di avere un’identità che non sia imposta dall’esterno, e che le proprie scelte vengano rispettate. 

Ciò che è certo è che oggi il femminismo non può non essere inclusivo, e non può porgere il fianco a logiche razziste e xenofobe. E se è vero che le finalità del movimento sono l’emancipazione femminile e la parità dei diritti, allora queste non possono essere perseguite se ancora vige l’idea di una cultura dominante e colonizzatrice atta a imporsi sulle altre. Affinché questo avvenga è necessario che le donne siano davvero padrone del proprio corpo, senza che altri (uomini o donne che siano) si sentano legittimati a decidere per loro. 

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