Home Politica

Siamo un Paese di vecchi, ecco la madre di tutti i nostri guai

Alla base di buona parte dei nostri problemi c'è l'età media di un Paese che non fa figli e grava ogni giorno di più sui conti pubblici. Ecco perché, retorica a parte, questa è l'emergenza più grande da affrontare

Foto Chung Sung-Jun/Getty Images

Una lezione pratica durante un corso di medicina in Corea del Sud

Crollo delle nascite. Emergenza culle. Bomba sociale. Sono questi termini e toni con cui negli ultimi tempi viene affronta la questione demografica in Italia, spesso sovrapponendola in maniera più o meno strumentale ad altri temi, dalla famiglia e i diritti civili fino all’immigrazione. L’argomento, per definizione, è uno di quelli su cui si gioca il futuro di una nazione, a cominciare dalla possibilità di averne uno. Che le nostre statistiche in merito non siano tra le più invidiabili è fatto noto. Secondo dati Istat, rispetto ai 60,6 milioni del 2017, la popolazione residente calerà fino a 59 milioni nel 2045 e a 54,1 milioni nel 2065. Oggi abbiamo un’età media molto elevata, attorno ai 45,2 anni. Lo confermano i numeri diffusi dall’Ocse pochi giorni fa, secondo cui tra i Paesi dell’organizzazione l’Italia è quella con la più bassa quota di giovani tra i 15 e i 29 anni, il 15% contro la media del 19%, e, soprattutto, contro il 23% del 1960.

Quanto siamo nei guai, e quanto lo saranno i nostri figli? Che conseguenza avranno questa variabile sulla società e su un’economia non proprio florida in questo momento storico? E cosa si può fare per provare a invertire una rotta? Abbiamo girato queste domande ad Alessandro Rosina, professore di Demografia alla Cattolica di Milano e autore del libro Il futuro non invecchia.

Quanto è corretto un approccio “catastrofista” alla questione?
L’Italia è uno dei Paesi con il più accentuato invecchiamento della popolazione al mondo. Questo perché siamo allo stesso tempo uno dei Paesi con maggior longevità e con la maggior riduzione della presenza di giovani. Il vivere a lungo e bene, chiaramente, è un processo positivo, che dovremmo incoraggiare. Ma l’obiettivo è sostenibile solo in una popolazione che ha una solida consistenza di giovani, che vanno a rafforzare l’asse portante della produzione di ricchezza e benessere nel territorio in cui vivono.

Invece da noi si è creato un forte squilibrio tra vecchie e giovani generazioni.
Che stiamo aggravando, come conseguenza della persistente denatalità. Il numero medio di figli per donna da noi è attorno a 1,32, molto sotto al livello di 2,1 che consente un adeguato equilibrio tra generazioni. Con una natalità così bassa, in ogni nuova generazione, i figli sono sistematicamente di meno dei genitori e ancor meno dei nonni. L’Italia ha portato lo squilibrio a livelli tali da trovarsi con un numero di nati inferiore alla popolazione di ottant’anni. Non si tratta di essere catastrofisti, ma di prendere seriamente atto delle trasformazioni demografiche in corso. E rispondere con adeguate scelte politiche, in grado di ridare vitalità e solidità ai processi di sviluppo del Paese.

Quali sono le conseguenze di un simile invecchiamento?
In un Paese che mantiene una fecondità non troppo inferiore ai due figli per donna, l’aumento della longevità fa conquistare gradualmente anni di vita in età avanzata senza far mancare la forza di sostegno della popolazione in età attiva. Se invece, come avviene in Italia, la fecondità rimane sensibilmente sotto tale soglia, il costo dell’aumento della longevità – in termini di spesa per pensioni e salute pubblica – diventa sempre meno sostenibile, perché la denatalità va a erodere la capacità del Paese di produrre ricchezza.

Quale scenario si viene a creare?
Quello di avere nuove generazioni italiane sempre più esigue che entrano in un mercato del lavoro che attualmente le include poco. Su di loro viene caricato uno dei debiti pubblici più alti d’Europa, con una spesa sociale crescente a favore della popolazione anziana. Sottrarsi da questo contesto penalizzante e andare in cerca di migliori opportunità all’estero rischia di essere una tentazione sempre più forte.

La recessione potrebbe peggiorare le cose da un punto di vista demografico?
La combinazione tra quadro economico non favorevole e carenza di politiche efficaci non può che ridurre le prerogative delle nuove generazioni. Dobbiamo decidere se continuare a piegare al ribasso le ambizioni delle nuove generazioni per adattarsi a un Paese che non cresce, o, al contrario, far tornare a crescere il Paese, facendo leva sulle potenzialità che le nuove generazioni possono esprimere. Nel primo caso avremo sempre più squilibri, e giovani che se ne vanno all’estero. Se, invece, puntiamo sulla seconda opzione, dobbiamo mettere coerentemente in campo tutte le risorse e gli strumenti che consentono di formare bene i giovani e renderli attivi e intraprendenti nel mondo del lavoro.

Che benefici dà un Paese più giovane?
Un paese più giovane tende ad essere più dinamico, innovativo e aperto al cambiamento, più interessato al proprio futuro e disposto ad investirci. Le nuove generazioni hanno meno posizioni consolidate, diritti acquisiti e interessi da difendere rispetto alla popolazione adulta e anziana, e tendono quindi a guardare la realtà da una prospettiva meno “difensivista”. Sono la risorsa principale per alimentare processi che espandono nuove opportunità e possono rendere più competitivo il Paese. Una società che disinveste sui giovani si trova fatalmente a veder ridotta la propria capacità di crescita, mentre si allargano squilibri demografici e diseguaglianze sociali. Il contributo di tutte le generazioni è importante, ma è dal basso che una società si rinnova e mette solide basi per il proprio futuro. Se non si è un Paese per giovani, si diventa un Paese che è anche sempre meno per vecchi.

Quali sono le aree maggiormente a rischio spopolamento?
Quelle meno attrattive, che offrono minori possibilità alle nuove generazioni di essere parte attiva di processi di crescita e sviluppo. Quindi soprattutto le aree montane e vaste zone del Sud Italia. Realtà che vedono sia una bassa formazione di nuovi nuclei familiari, sia un maggior abbandono da parte dei giovani più dinamici.

Ecco, appunto, la fuga dei giovani italiani continuerà?
La facilità di spostamento e di accesso a opportunità presenti in qualsiasi luogo del mondo rendono molto più comune oggi la scelta di viaggiare per svago, studio e lavoro. Che è una cosa positiva, se si rimane nel dominio delle scelte e delle opportunità e molto meno se si parte per necessità. I dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo mostrano come, rispetto ai coetanei europei, nel valutare la possibilità di andare all’estero finiti gli studi, sia più alta tra i giovani italiani la componente positiva della scelta che quella negativa della necessità.

Parte del problema è che migrano i giovani maggiormente formati.
L’Italia è uno dei Paesi in Europa con maggior saldo negativo tra laureati e dottori di ricerca che migrano rispetto a quelli che attraiamo dagli altri Paesi avanzati. Secondo i dati più recenti dell’Istat, negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso oltre 150 mila laureati e diplomati. Altrove trovano salari più elevati, certo, ma più di tutto, come varie ricerche evidenziano, ci sono le maggiori possibilità di crescita professionale legate all’impegno personale e alle proprie effettive competenze e capacità. Cercano insomma contesti che consentano di dimostrare davvero quanto si vale, cosa che troppo spesso i giovani italiani non trovano nel nostro Paese.

Qual è il ruolo degli immigrati da un punto di vista demografico? Chi dice che “ci stanno salvando” ha ragione?
Gli squilibri demografici accentuati del nostro Paese sono dovuti al repentino, drastico e persistente crollo delle nascite. Se vogliamo ridurli, la ripresa della natalità è solo una parte delle risposte da mettere in campo. Anche perché solo tra vent’anni e oltre le nuove nascite potranno produrre il loro impatto di rafforzamento nel mercato del lavoro. Nel frattempo un’immigrazione regolare e integrata nel nostro modello sociale e di sviluppo avrebbe effetti favorevoli. La prospettiva di trovarsi con sempre più persone in pensione e bisognose di assistenza sanitaria e al contempo una riduzione della popolazione nell’età in cui si produce ricchezza, benessere, innovazione, impone prima di tutto la necessità di valorizzare al massimo la presenza dei giovani nel mondo del lavoro. E, in secondo luogo, attrarre persone che rafforzino, a tutti i livelli, i settori con carenza di manodopera.

Nel suo agire concreto, la politica cosa può fare?
L’Italia, al di là di promesse e tanta retorica, è uno dei Paesi avanzati con minor investimento in politiche per la famiglia e natalità. I nodi principali sui quali si dovrebbe intervenire con maggior efficacia sono due. Il primo è la difficoltà dei giovani a conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine e a formare una famiglia. È necessario rendere più solido tutto il percorso di transizione scuola-lavoro, rafforzando le possibilità di occupazione di qualità e di valorizzazione del capitale umano, con maggior impulso anche alle politiche abitative. Siamo il Paese in Europa con il record di NEET, giovani che usciti dal percorso formativo non riescono a trovare pieno inserimento nel mondo del lavoro. Questo prolunga la loro permanenza nella condizione di figli dipendenti dai propri genitori fin oltre i 30 anni, producendo rinvii e rinunce su tutto il percorso successivo. Non a caso siamo uno dei Paesi con l’età media più alta di arrivo del primo figlio.

E poi, spesso, non ne facciamo altri.
Questo è il secondo nodo critico: i freni alla progressione oltre il primo figlio. Se con la nascita del primogenito ci si trova in difficoltà ad armonizzare impegno esterno lavorativo e interno alla famiglia, difficilmente si rilancia con la nascita di un secondo. I Paesi sviluppati, con una fecondità superiore alla nostra, non hanno un numero desiderato di figli più alto rispetto alle coppie italiane, ma offrono migliori strumenti e servizi per le famiglie. Anche nel confronto tra regioni italiane si osserva che dove più efficienti sono gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia, chi ha un’occupazione sceglie maggiormente di avere un figlio e chi ha un figlio maggiormente si offre nel mercato del lavoro. È necessario fare un forte investimento perché le scelte familiari e quelle lavorative siano viste come un tutt’uno, e non in collisione tra loro. Serve un cambio di paradigma, che porti a considerare le misure a favore della famiglia e delle giovani generazioni all’interno delle politiche di sviluppo del Paese.

Leggi anche