Home Politica

Senza utero per un cancro, senza figli per una legge

Giulia è lesbica e ha perso l'utero per un cancro: non può avere figli e non può adottare. È solo una delle tante donne a cui la gestazione per altri, se fosse legale, cambierebbe la vita

Simona Granati - Corbis/Getty Images

Giulia non ha più utero né ovaie. Giulia è lesbica. Eppure vuole un figlio. O meglio, lo ha desiderato per molto tempo. “Ormai ho 49 anni e la vedo dura”, ha raccontato a Rolling Stone durante una lunga chiacchierata telefonica dalla sua casa di Roma.

“Sono stata sposata con un uomo, ma le cose sono andate male. Non siamo riusciti ad avere bambini. Prima perché guadagnavamo troppo poco, siamo figli del nostro tempo: facevamo gli archeologi, riuscivamo a mala a pena a pagare l’affitto e le bollette. Poi, quando avremmo potuto, il rapporto è andato a rotoli”.

Come Giulia, sono moltissime le donne che vorrebbero diventare madri, ma non possono. Su tutte le circa 6mila nate senza utero. Si chiama sindrome di Rokitansky e fino ad ora se n’è parlato troppo poco. I dati statistici riportano 1 caso ogni 5mila venute al mondo.

“Conosco moltissime ragazze a cui l’Italia nega il diritto di fare figli. Perché l’Italia è il paese dove Giorgia Meloni ha fatto una proposta per rendere la gestazione per altri un ‘reato universale’, ci ha spiegato Giulia.

In base a quanto chiesto dalla Meloni, in effetti, le donne che facessero ricorso a tale pratica potrebbero essere punite con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600mila a un milione di euro, anche nei casi di gestazione per altri conclusa all’estero, in piena legalità, nei Paesi in cui questa è consentita da una legge dello Stato”. 

Per chi non avesse chiaro il concetto, quando parliamo di gestazione per altri intendiamo una gravidanza portata avanti da una donna che sceglie in maniera libera, autonoma e volontaria di ospitare nel proprio utero un embrione sviluppato attraverso le tecniche di fecondazione in vitro, e di favorirne lo sviluppo fino alla fine della gravidanza compreso il parto. In parole povere: prendo l’ovocita della donna –volgarmente detto uovo- e il seme maschile, li fecondo in vitro (cioè in provetta), e impianto l’embrione in un soggetto terzo, che non è la donatrice degli ovociti. Alla fine dei 9 mesi, il soggetto terzo –che non deve essere pagato per aver portato avanti la gravidanza, ma deve scegliere di farlo come gesto solidale e deve ricevere tutti i rimborsi legati alle spese per una gravidanza durante, prima dopo la stessa-,  partorisce il bambino o bambina che sia e lo lascia a coloro che hanno avuto accesso alla tecnica di fecondazione assistita con gravidanza solidale e ne diventano, quindi, i genitori.

In Italia questo tipo di pratica è vietata dalla legge 40 del 2004: la norma in vigore individua il divieto di commercializzazione e lo prevede come reato punibile. Ma, sempre in Italia, nel 2000 fu emessa la prima decisione del Tribunale di Roma che autorizzava il trasferimento degli embrioni di una coppia nell’utero di una donna che per solidarietà senza fini di lucro, commerciali, aveva deciso di portare avanti una gravidanza per i due che non poteva affrontare una gravidanza. Oggi in assenza di una legge che disciplini il percorso, sono i Tribunali a dover intervenire su ogni singolo caso, come nel 2000. Come 20 anni fa.

“Considero la mancanza di una legge che renda possibile l’accesso alla gestazione per altri un fondamentale diritto negato a tutte noi. Io non sono nata senza utero, ma l’ho perso per colpa di un cancro: ho subito un’isterectomia bilaterale e poi ho fatto mesi di chemio. Lì ho cominciato a guardarmi intorno, e ho conosciuto tante storie di donne private della possibilità di diventare madri. Ed è per tutte queste donne che combatto oggi”.

Certo, esisterebbe la via dell’adozione. Se non fosse che “l’adozione per persone single o per coppie dello stesso sesso non è prevista” – come ci ha tenuto a precisare Giulia. Quindi, “l’unica cosa a cui potrei accedere io è l’affido, ovvero una situazione a tempo determinato, per cui il bambino viene allontanato dai genitori per gravi ragioni, ma rimane comunque in contatto, con l’obiettivo finale di un ricongiungimento familiare”.

Per Giulia non è semplice parlare della sua vita e raccontarci tutto quel dolore. Ma dalla sua voce traspare sempre un velo di forza che porta speranza.

“Oltre all’ingiustizia della malattia, l’umiliazione dell’asportazione e della chemio, devo anche gestire quotidianamente la mia condizione di donna omosessuale”, ci ha spiegato ancora. “Dopo essermi separata dal mio ex marito sono rimasta sola per molto. Finché ho incontrato la mia attuale moglie: è stato un colpo di fulmine, me ne sono innamorata pazzamente. Ma essere lesbica nell’Italia di oggi significa ancora avere un sacco di preoccupazioni in più. Basti pensare che troppo spesso ai colloqui di lavoro una delle prime domande riguarda la vita privata. Sei sposata? Hai figli? Ne vuoi? Di certo, dichiarare di essere sposati con una persona del tuo stesso sesso rischia di non aiutare. Diciamo che se devono scegliere chi assumere, preferiscono probabilmente un uomo o, di certo, non tendono a non prendere una donna lesbica. Per il resto, quando vado in giro con mia moglie me ne frego. Penso che l’omosessualità femminile sia meglio tollerata, forse perché colpisce positivamente l’immaginazione maschile”.

Discriminazioni, raramente le è capitato di avvertirne. “Ricordo, però, un giorno in cui io e mia moglie eravamo in vacanza in un albergo e volevano darci a tutti i costi due camere separate. Parlo di qualche anno fa, ormai. Ma forse accadrebbe ancora. Spero di no, ma temo di sì. La verità è che mi son dovuta difendere spesso, ma ce l’avevano più col mio essere donna che col mio essere omosessuale”.

Giulia racconta senza sosta, solo ogni tanto si ferma per brevi pause piene di quel significato di cui solo la sofferenza vissuta davvero è impregnata. “Il mio è stato un percorso lungo. Ho imparato a conoscermi e a conoscere la realtà che mi circonda, con tutto il suo bello e la sua miseria. Ho imparato ad ascoltare e ho scoperto che le donne vengono troppo spesso lasciate sole ad affrontare situazioni drammatiche delle quali non si parla o non si vuole parlare. E, allora, mi piacerebbe che tutti i miei sforzi non fossero vani. E per questo allo Stato italiano chiedo di intervenire in modo serio, come si confà a un paese civile, affinché le altre donne possano essere libere di scegliere. Perché la mia è una battaglia per le donne, per tutte le donne che hanno il desiderio di avere un figlio. Vorrei che il fatto di poterne avere uno diventasse un diritto e non rimanesse soltanto un privilegio”.