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Se vuoi sapere come andrà con il vaccino, devi guardare Israele

Lo stato mediorientale ha una grande percentuale di vaccinati, di conseguenza è diventato “un laboratorio a cielo aperto” per osservare gli effetti della vaccinazione di massa. Come mai?

MENAHEM KAHANA/AFP via Getty Images

In uno studio pubblicato nel 2019 dalla John Hopkins University, Israele si era classificato al 54esimo al mondo per capacità del proprio sistema sanitario. Solo un anno dopo, con l’arrivo del vaccino contro la Covid-19, è invece primo al mondo, e con un certo distacco, per vaccinazioni. Il primato di Israele riguarda innanzitutto la percentuale di popolazione vaccinata, quasi il 30%; ma il Paese è anche tra i primi in assoluto per numero di dosi somministrate, ben 3,9 milioni su una popolazione totale di 9 milioni: di cui alcune centinaia di migliaia di persone hanno già ricevuto anche la seconda dose. In particolare è interessante il dato relativo agli over 60: ben il 75% di loro ha già ricevuto almeno la prima dose, e l’intera popolazione potrebbe essere vaccinata entro fine marzo.

La performance particolarmente efficiente di Israele si è vista sin da subito. Le vaccinazioni sono iniziate il 19 dicembre, e il primo gennaio le persone vaccinate erano già circa un milione. Per avere un termine di paragone, l’Italia ad oggi ha somministrato 1,49 milioni di dosi di vaccino, le persone che hanno già ricevuto la seconda dose sono circa 195 mila.

I motivi per cui Israele riesce a essere così efficiente nelle vaccinazioni sono due. Il primo è che, come ricorda il giornalista Uri Friedman su The Atlantic, la struttura della sanità pubblica è particolarmente capillare e organizzata sin da quando lo stato di Israele è stato fondato, se non addirittura da prima. Il secondo motivo riguarda invece l’esistenza di un accordo che il governo israeliano ha stretto con Pfizer, la casa farmaceutica produttrice del primo vaccino ad aver passato i test di sicurezza ed efficacia.

L’accordo prevede che l’azienda farmaceutica fornisca un numero maggiore di dosi in cambio di un prezzo maggiorato (circa 50 euro per dose anziché 16) e di dati molto precisi e articolati sulle vaccinazioni da parte del governo israeliano, dati utili per verificare l’efficacia del vaccino stesso. In altre parole, alla domanda sul perché Israele sia diventato un laboratorio a cielo aperto per verificare l’efficacia del vaccino, la risposta include sia alcune caratteristiche specifiche dello stato – una dimensione e una popolazione ridotte, oltre a strutture sanitarie e organizzative efficienti – che una specifica necessità da parte delle case farmaceutiche di ottenere immediatamente dati utili a migliorare le sperimentazioni.

Leggere come Israele ha organizzato le vaccinazioni può aiutarci a capire perché sta andando meglio di tutti. Partiamo dalla prima persona a essere stata vaccinata in Israele, cioè il premier Benjamin Netanyahu, che ha ricevuto la sua prima dose in diretta televisiva. Netanyahu ha pronunciato parole che richiamavano quelle dell’astronauta Neil Armstrong al suo arrivo sulla Luna: “una piccola iniezione per un uomo, un grande passo per la salute di tutti”.

La portata simbolica di questo discorso fa intuire come il vaccino, un po’ come il primo allunaggio, oltre ad avere un’ovvia importanza sanitaria ne ha anche una politica. Come mandare il primo uomo sulla Luna è stato una grande vittoria per gli Stati Uniti nella Guerra Fredda, essere il primo Paese a vaccinare la propria popolazione è una grande vittoria dell’amministrazione Netanyahu: sia per la sua stabilità interna, oggi molto a rischio, sia per la sua politica estera – visto che questo primato parla forte e chiaro al resto del mondo, dimostrando efficienza e capacità organizzative che pochissimi altri stati possono vantare.

Veniamo al resto delle vaccinazioni. Il piano prevede la priorità assoluta per le persone più a rischio, che come sappiamo sono gli over 60 (tre quarti dei quali sono già vaccinati, quindi l’obiettivo è quasi raggiunto) e insieme al personale sanitario. Subito dopo toccherà a chi, per lavoro, ha contatti costanti con altre persone e può quindi diventare veicolo di contagio, come le forze dell’ordine e i dipendenti delle istituzioni pubbliche.

C’è però un particolare da considerare quando parliamo delle percentuali della popolazione israeliana già vaccinata, e cioè che nei conteggi Israele non comprende i palestinesi. Al momento, infatti, nel Paese possono vaccinarsi tutti i cittadini, sia ebrei che arabi, a patto che abbiano documenti che ne provano la cittadinanza. Il governo ha deciso che anche i palestinesi di Gerusalemme est potranno vaccinarsi, ma stando alle regole attuali circa 5 milioni di palestinesi – cioè quelli che vivono in Cisgiordania e a Gaza – non hanno accesso al vaccino. 

Secondo le istituzioni israeliane non sta a loro fornire il vaccino ai palestinesi che vivono nei territori occupati, ma il diritto internazionale dice il contrario: la Convenzione di Ginevra infatti stabilisce chiaramente che le “forze di occupazione” devono provvedere obbligatoriamente all’assistenza sanitaria delle popolazioni dei territori occupati. E qui si apre il problema: Israele è definibile come una forza di occupazione? Secondo le istituzioni internazionali è così: lo hanno affermato ufficialmente sia la Corte di giustizia internazionale, sia l’ONU, sia l’Unione Europea. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sollevato dubbi sulla legittimità della mancata distribuzione del vaccino ai cittadini palestinesi ed è per questo che le notizie sugli ottimi risultati di Israele nell’organizzare le vaccinazioni sono spesso accompagnate da critiche molto dure – che parlano ad esempio, di “apartheid del vaccino”, come titolava pochi giorni fa Euronews.  

L’accordo tra Pfizer e Israele è stato siglato anche perché il Paese avrebbe potuto fornire sin da subito dati utili a valutare l’efficacia del vaccino. E questi dati, al momento, sembrano incoraggianti: l’efficacia prevista per il vaccino era di circa il 50% dopo la prima dose e del 95% dopo una settimana dalla somministrazione della seconda dose. Dalle analisi preliminari condotte per conto di Clalit, una tra le principali aziende sanitarie israeliane, su due gruppi di 200mila over-60 vaccinati e non vaccinati, l’efficacia del vaccino di Pfizer è confermata al 95%, con soltanto lo 0,015% di chi ha ricevuto la seconda dose che ha poi contratto la Covid-19.

Al momento il dubbio è un altro: sappiamo che il vaccino è molto efficace nel non far ammalare chi lo ha ricevuto, ma non abbiamo dati su quanto impedisca i contagi. Un conto è non sviluppare i sintomi quando si viene a contatto con il coronavirus, un’altra non poterlo trasmettere.