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Se stiamo andando a schiantarci non è per i più deboli

A chi si rivolge la "manovra del popolo"? Chi beneficerà del braccio di ferro con l'Europa? A colloquio con l'economista Andrea Fumagalli, tra i primi a parlare di reddito di base in Italia

Una manifestazione del M5S. Foto Andrea Ronchini/Alamy/IPA

Una fulminante battuta degli scorsi giorni di Spinoza, mettendo assieme i due provvedimenti – manovra economica e decreto Sicurezza – che maggiormente hanno tenuto impegnato il governo negli ultimi mesi, recita: “Ci deve essere un errore: che senso ha introdurre il reato di accattonaggio dopo che è stata sconfitta la povertà?”. Le misure economiche messe in piedi dall’esecutivo gialloverde, oggi oggetto di una serrata trattativa interna e con l’Europa, sono state presentate – soprattutto dalla componente pentastellata – come volte ad aiutare gli italiani più deboli, che negli ultimi anni sarebbero stati abbandonati dai governi di centrodestra e centrosinistra. “Prima gli italiani”, da un lato, e, soprattutto, “Nessuno deve rimanere indietro”, antico adagio di Beppe Grillo, sono i due claim su cui si è giocata e si gioca la comunicazione del governo. Parole d’ordine che la “manovra del popolo” deve rendere realtà.

Ma, in definitiva, per chi stiamo andando a schiantarci contro il muro dei conti che non tornano e della gogna dei mercati finanziari, delle minacciate procedure UE e dell’esplosione del debito? Davvero il popolo allo stremo – disoccupati, precari, nuovi sfruttati – sarà il vero beneficiario, al termine del braccio di ferro con Bruxelles? Ne abbiamo parlato con Andrea Fumagalli, docente di Economia Politica all’università di Pavia. Da sempre è una delle voci più dissonanti tra gli economisti italiani, è stato tra i primi a parlare della necessità di un reddito di base universale e ha fatto parte della rete degli Stati Generali della Precarietà e dei Quaderni di San Precario. Fumagalli è anche un grande appassionato di rock alternativo, come ha dimostrato nel suo libro Grateful Dead economy, in cui si spiega che la psichedelia sarebbe meglio se fosse limitata in ambito musicale e non applicata alla finanza.


Allora, quando sarà abolita la povertà?

Dubito che avverrà. In teoria dovrebbe occuparsene il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, il cui obiettivo è quello di portare tutti quanti almeno al livello della soglia di povertà, definita a livello individuale in 780 euro mensili (nelle ultime stime le cifre paiono di molto ridimensionate, ndr), è più che meritorio, ma, se a tale provvedimento sono collegati obblighi di comportamento e consumo, si introducono forme di controllo sociale che vanno rifiutate. Certe volte è meglio rimanere poveri, ma liberi!

Quali sono queste forme di controllo?

La firma obbligatoria di un patto di re-inserimento nel mercato del lavoro sulla base non sempre delle proprie esigenze, l’obbligo di garantire 6-8 ore di lavori socialmente utili presso il Comune di residenza e i vincoli sulla “moralità” dei beni che si possono acquistare. Di questo, almeno, si legge sui giornali. Inoltre è stato detto che la misura sarebbe solo a favore dei cittadini italiani. I poveri non italiani, devo presumere, continueranno a permanere.

Lei parla della necessità di un reddito universale da almeno 10 anni, che giudizio dà del provvedimento per come è stato presentato dal Movimento 5 Stelle?

Diciamo che il concetto di reddito di cittadinanza ha poco o nulla a che fare con la proposta dei 5S. In primo luogo sarebbe più corretto si parlasse di un reddito di base (Basic Income), dal momento che il concetto di cittadinanza può essere discriminatorio. In secondo luogo, un vero reddito di base dovrebbe ottemperare ai seguenti parametri: essere individuale e non familiare, dato ai residenti e non solo ai cittadini, essere incondizionato e quindi non vincolato a seguire determinati comportamenti o scelte di consumo. Inoltre dovrebbe essere finanziato da una quota della ricchezza sociale in modo diretto, quindi dalla fiscalità generale e non dai contributi sociali o da privatizzazioni e dismissioni, per una cifra come minimo uguale alla soglia di povertà relativa e sufficientemente alta da consentire di poter rifiutare una proposta di lavoro considerata “oscena” o in nero.

Però mancano le risorse.

E infatti non sarà universale. Per me, in ogni caso, andrebbe bene che fosse introdotto gradualmente, iniziando da coloro che si collocano al di sotto degli soglia di povertà relativa. Un simile reddito di base incondizionato sarebbe giustificato non solo dall’esigenze di ridurre la povertà, ma soprattutto dal fatto di essere variabile remunerativa (e non solo assistenziale) di quel tempo di vita che, pur producendo ricchezza (per qualcuno) non viene considerato produttivo o parte dell’orario di lavoro. Pensiamo all’attività di consumo, alla gestione del tempo libero, alla presenza sui social, alla partecipazione a eventi culturali e non. Tutte attività che oggi producono valore e profitti sulla base di una partecipazione che è di fatto gratuita. Siamo noi il carburante su cui Facebook, ad esempio, matura i suoi profitti, raccogliendo i nostri dati, facendo il profiling. Oggi la dicotomia più rilevante non è più tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha, ma tra chi viene remunerato e chi no. La diffusione del lavoro non pagato lo conferma.

E il “nostro” reddito di cittadinanza segue questa impostazione?

La proposta del Movimento 5 Stelle ha poco o nulla a che spartire con questa visione. È una misura di inserimento lavorativo condizionato, ovvero di “welfare to work” (workfare). Non amplia il diritto di scelta del lavoro e di autodeterminazione della persona, ma, ripeto, è uno strumento di controllo sociale, che ancora una volta parte dalle stigmate della povertà: il povero necessita di essere educato e guidato, perché ha dimostrato di non farcela da solo.

Il provvedimento ha degli aspetti positivi?

Sì, se, come si era detto prima, fissasse un livello di reddito almeno pari alla soglia di povertà relativa e non assoluta, fosse una misura individuale e le sue risorse derivassero dalla legge di bilancio. In questo caso sarebbe sempre meglio che niente.

Cosa ne pensa di quella che viene presentata come “pace fiscale”?

Molti precari e lavoratori a basso reddito, dopo aver dichiarato al fisco quanto dovevano – non sono dunque evasori -, si trovano nell’impossibilità di pagare le imposte o le pagano in ritardo. Ciò comporta spesso un onere suppletivo, che rende ancor più gravoso e difficile il pagamento delle imposte, all’interno di una spirale che vede incrementi sino al 150-200%. Poter pagare ciò che si deve senza esorbitanti sovratasse è sicuramente una cosa positiva, alla luce anche del basso reddito percepito. Non sono contrario anche alla riduzione della pressione fiscale sul lavoro a partita Iva, sino ad un reddito di 65.000 euro. Anche se si tratta di una riduzione non molto corposa.

C’è qualche misura a favore dei precari e delle fasce più sfruttate tra le politiche del governo?

All’inizio della legislatura, Luigi Di Maio aveva rilasciato dichiarazioni impegnative sull’intento di combattere la precarietà. Riguardo il destino dei riders – i fattorini del cibo -, nulla si è mosso, anzi la situazione è peggiorata. Seguendo il collettivo Deliverance di Milano, che organizza in modo autonomo i riders, ho potuto appurare che nessuna richiesta presentata al tavolo delle trattative per migliorare la condizione lavorativa – sicurezza di lavoro e maggior garanzia di reddito – sia stata accolta, e così la trattativa si è bloccata.

Poi è arrivato il decreto Dignità.

Che ha preso alcuni impegni del tutto condivisibili, che limitano un pochino l’abuso del ricorso ai contratti a tempo, che sono saliti nell’ultimo anno da 2,4 milioni a quasi 3,2 milioni. Ben più importante per quanto riguarda gli effetti, però, è la recente sentenza della Corte Costituzionale, che afferma che uno dei principi del Jobs Act di Renzi – il pagamento di appena 4 mensilità o di 6 mensilità se si viene licenziati senza giusta causa dopo 2 o 3 anni di contratto a tutele crescenti – è lesivo della dignità del lavoratore.

A scapito di chi andrà il braccio di ferro con l’Europa?

Il braccio di ferro tra governo Italiano, Ecofin e Commisione Economica europea – non è tra Italia e Europa, è utile precisarlo – rischia di essere perdente per entrambi i contendenti. Il governo italiano, in particolare la componente più populista-sovranista (Lega), azzarda la scommessa di un cambio del parlamento europeo dopo le elezioni del maggio 2019 e utilizza il niet europeo per incrementare i voti degli euroscettici, composto spesso da quella parte della popolazione che più ha sofferto delle politiche di austerity che sono state imposte (e accettate) ai precedenti governi italiani. D’altro lato, la leadership tecno-finanziaria europea non può permettersi che l’autoritarismo economico, funzionale allo smantellamento del welfare, alla finanziarizzazione dell’economia e a una distribuzione del reddito che premia sempre più i profitti e le rendite a danno del lavoro, venga messa in discussione.

Lei chi si augura che “vinca”?

Occorre capire se ci sono i margini per un compromesso che consenta a entrambi di salvare la faccia. In ogni caso le possibili fuoriuscite di questa crisi sono negative per tutti noi. Se vincono i populisti, si affermano ancor con più vigore politiche xenofobe, corporative, liberticide e di repressione sociali, con effetti economici che andranno a colpire – come al solito – i più deboli. Se vince l’oligarchia europea, il risultato è comunque un peggioramento della qualità della vita: bassi salari, privatizzazione del welfare, precarietà.

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