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“Se non puoi batterli unisciti a loro”: l’addio di Dibba e l’ultima mutazione del M5S

Il M5S ha deciso di sostenere il governo Draghi, causando l'addio di Di Battista. Il movimento antisistema, alla fine, ha accettato di diventare un partito come tutti gli altri

Foto: ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images

E così, il Movimento 5 Stelle ha compiuto la sua ennesima giravolta: nella votazione online di ieri sulla piattaforma Rousseau, il 61% degli iscritti ha votato a favore del complicatissimo quesito – quasi una supercazzola – con cui si chiedeva se appoggiare o meno il governo Draghi. Quesito che (come già accaduto in passato) sembrava scritto apposta per far passare una certa linea, quella dell’ala governista del M5S, riducendo la votazione online a una mera formalità, un rito svuotato di significato con cui il partito paga omaggio alle sue radici populiste.

Questo aver reso la democrazia diretta, cavallo di battaglia delle origini, qualcosa a metà tra una cerimonia da teologia politica e una farsa – il quesito è stato definitivo “demenziale” e “palesemente fuorviante” da diversi parlamentari del M5S – ha fatto definitivamente scoppiare la guerra civile che covava da tempo dentro il M5S. Da una parte il blocco di governo del partito, i pragmatici: l’ex leader Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, il premier uscente Giuseppe Conte e persino Beppe Grillo, ricomparso personalmente sulle scene per incontrare Draghi facendo valere il peso politico del suo essere “garante”. Dall’altra una piccola fazione di idealisti composta da circa 30 parlamentari e da Alessandro Di Battista, il Che Guevara a cinque stelle, quello che mentre i suoi compagni di lotta si impegnavano nell’edificazione populista sceglieva di non compromettere la sua immagine e viaggiare per il mondo in cerca delle ormai celebri “spremute di umanità”.

Ieri sera, circa un’ora dopo l’arrivo del risultato delle votazioni su Rousseau, Di Battista ha pubblicato un video su Facebook per annunciare il suo addio al Movimento 5 Stelle. “Da ora in poi non parlerò più a nome del Movimento 5 Stelle anche perché in questo momento il Movimento 5 Stelle non parla a nome mio”, ha detto. Forse c’è anche un calcolo dietro questa decisione, che permette a Dibba di conservare la sua immagine di idealista che, come il M5S delle origini, non si compromette. Una scommessa sul fatto che il Movimento “di lotta” sia ancora riconoscibile e appetibile per il suo elettorato, mentre quello “di governo” sia destinato a scomparire, a implodere alla fine della legislatura – come sembrano indicare i sondaggi che lo vedono in calo costante da quando è diventato “di governo”.

È un paradosso: il M5S è riuscito a ottenere diverse delle cose su cui ha sempre puntato, come il taglio dei vitalizi e la riduzione del numero dei parlamentari. Eppure il prezzo politico che ha pagato per averle è pesantissimo: scendere a compromessi, allearsi con quelli chi fino a poco tempo prima era suo nemico, fare giravolte e doverle giustificare, adottare tutti i comportamenti della “casta” che ha sempre criticato. Il Movimento che nelle memorabili parole del suo fondatore doveva “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” è stato dal Parlamento aperto e svuotato del tutto – non ha retto quando ha sbattuto la testa contro il muro della politica vera. La classica storia dei movimenti anti-sistema che dal sistema finiscono assimilati. 

Era una tendenza che lentamente lavorava ai fianchi del M5S fin dal suo primo accesso ai palazzi del potere, ma che ha raggiunto il suo apice nelle ultime settimane. Per due anni, Conte ha personificato un equilibrio tra le due ali del M5S, quella rivoluzionaria e quella istituzionale. La sua caduta ha rotto quell’equilibrio, e l’arrivo di Draghi ha allargato le crepe createsi. Non più una semplice divisione tra governisti a tutti i costi e idealisti anticasta, ma una situazione in cui i primi scendono al compromesso supremo – appoggiare un governo insieme a tutto l’arco parlamentare, a tutta la casta, presieduto dall’ex presidente della BCE. Tutto ciò dove non c’è mai stata né una cultura di partito (il M5S è sempre stato fiero del suo essere un “movimento”) né un collante ideologico (i grillini si sono sempre collocati “oltre la destra e la sinistra”).

Per questo motivo i vertici del partito – di solito tanto autoritari nei confronti dei dissidenti – stavolta hanno cercato di stemperare le tensioni e di abbassare i toni. Lo stesso Grillo è sceso in campo. La votazione online, un rito svuotato di contenuto, ha in questo contesto assunto il valore di pretesto per unire il movimento, di ultima possibilità perché i dissidenti rientrassero all’ovile. Di Battista ha scelto di non farlo e ha detto che la sua “bellissima storia d’amore” con il Movimento è definitivamente conclusa. Il resto dell’ala di lotta del M5S non è detto che non si ravveda – anche perché i parlamentari dissidenti sono ben consci che, a questo punto, se non  voteranno la fiducia a Draghi verranno espulsi.

Insomma, la traiettoria politica del M5S come forza del populismo antisistema ha raggiunto forse il suo nadir. Sulla sua lapide si potrebbe scrivere, come epitaffio: se non puoi batterli unisciti a loro. Che è quello che ha fatto il Movimento, non solo nel caso del sostegno al governo Draghi. 

Resta da vedere che cosa succederà dopo. Un tentativo di salvare il salvabile sembra già in corso, con l’abbandono del “vaffa” e dell’antipolitica – significativo, a questo proposito, il fatto che una delle forme del Movimento 5 Stelle delle origini, il V-Day, sia stato appropriato dalla minoranza ribelle, che ne ha di recente tenuto uno virtuale contro Draghi. La maggioranza, che ha deciso che la politica e la casta non sono poi così male, ha deciso di abbandonare le posture “gentiste” e sta provando a riposizionarsi come partito verde, europeista, progressista. Nelle analisi conta forse anche quello che sta succedendo in altri Paesi – Germania in primis – dove i partiti verdi sfidano sempre più alla pari i vecchi partiti socialdemocratici, e la percezione che in Italia quello spazio politico non sia ancora occupato.

È questa la direzione in cui va la guerra civile nel M5S. I prossimi campi di battaglia si vedono già chiaramente: la modifica dello Statuto per eliminare la figura del capo politico (oggi Vito Crimi) in favore di un organismo composto da cinque persone, e soprattuto la volontà di emanciparsi da Davide Casaleggio e dalla piattaforma Rousseau, ossia dalla concezione di democrazia diretta in mani private. Quando anche quel paletto sarà caduto, si potrà ufficialmente dire conclusa la dolorosa transizione del Movimento 5 Stelle in uno dei vecchi partiti in opposizione ai quali è nato – in una parabola che ricalca la comparsa, il successo e il riassorbimento del momento populista.