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S’avanza una strana sinistra populista

Antieuropeista, anti-immigrazione, isolazionista, il fenomeno degenerativo già ampiamente visto a destra sta prendendo piede anche al polo opposto: quasi nessuno in Europa ne è immune

Sarah Wagenknecht. Foto di Michael Kappeler/dpa/Alamy Live News

Il populismo di destra spumeggia in tutta Europa, in ordine alfabetico dall’Austria all’Ungheria passando per l’Italia. Ma accanto al populismo di destra e al populismo-boh dei Cinque Stelle, c’è anche un populismo di sinistra. E questa non è una notizia. La notizia è che il populismo di sinistra – che per ora in Europa ha avuto un successo elettorale inferiore a quello di destra e comincia quindi a essere invidioso – sta mutuando dal campo apparentemente opposto alcune parole d’ordine che si sono dimostrate molto efficaci nella raccolta di consenso elettorale. 
Il tentativo di imitazione è peraltro dichiarato.

Chantal Mouffe, che è una delle levatrici intellettuali del populismo di sinistra, al quale ha dedicato anche un pamphlet, ha scritto sul Guardian: «In vari Paesi europei i partiti di destra hanno articolato attraverso un vocabolario nazionalistico e xenofobico le istanze di quelli che sono stati abbandonati dal centrosinistra (…). I populisti di destra capiscono che la politica è sempre di parte e richiede un conflitto “noi“/“loro”, inoltre riconoscono la necessità di sollecitare la sfera delle emozioni e dei sentimenti per costruire identità politiche collettive e, tracciando una linea tra il “popolo” e l’“establishment”, respingono esplicitamente il consenso post-politico. Queste sono precisamente le posizioni politiche che la gran parte dei partiti di sinistra non sono capaci di prendere». Ecco, l’impressione è che però, contrariamente agli auspici di Chantal Mouffe, il neopopulismo di sinistra stia proprio acquisendo qualcosa di non profondamente diverso da quel «vocabolario nazionalistico e xenofobico» da lei evocato come un modello da non seguire.

La diffidenza della sinistra radicale e della sinistra populista (che non sono per forza la stessa cosa) per l’Unione europea non è certo inedita. Ma finora questa diffidenza era stata perlopiù declinata al riparo dell’ambiguo appello a “un’altra Europa”, con o senza Tsipras. Da ultimo, però, il desiderio di cambiare radicalmente le istituzioni europee lascia sempre più il posto a una sottomarca del sovranismo di destra e al desiderio di ripiegarsi all’interno delle proprie frontiere, attribuendo all’esistenza stessa dell’Ue lo status di nefandezza suprema (e, sì, la parola chiave è sempre quella: “neoliberismo”, oh yeah…).

Questo fenomeno, che innerva molte delle forze arrembanti che emergono o riemergono in vari Paesi europei e tentano l’assalto elettorale e ideologico al galeone malconcio delle sinistre riformiste, coinvolge anche qualcuno dei più importanti capitani del galeone medesimo, come Jeremy Corbyn, il leader del Labour inglese, che a suo tempo non è stato capace di dire qualcosa di vagamente chiaro sul tema della Brexit e tuttora si sottrae a ogni domanda al riguardo.

Se per quanto riguarda l’antieuropeismo si assiste alla degenerazione di sintomi pregressi, sul tema immigrazione siamo invece di fronte a una mutazione davvero sorprendente. Quella che inizia a serpeggiare in modo sempre meno dissimulato nella sinistra populista non è una comprensibile preoccupazione per i fenomeni migratori o una volontà di revisione di certi precedenti modelli laissez-faire di accoglienza e di conseguente non integrazione che non hanno funzionato – e sui quali proprio la sinistra a sinistra del centrosinistra non aveva mai voluto neppure discutere. No, spesso si tratta proprio di puro fastidio nei confronti dell’immigrazione, per quanto un po’ dissimulato. O, nella migliore delle ipotesi, di una comprensione (prossima all’aderenza totale) degli umori di quegli elettori che «io non sono razzista, ma…».

È un fenomeno che compare in molti Paesi. In Germania, la nuovissima piattaforma crosspartitica Aufstehen (“In piedi!”) fondata dalla leader della Linke postcomunista Sahra Wagenknecht si è autoinvestita della precisa missione di recuperare, anche e soprattutto attraverso l’adozione di toni più rauchi sul tema dell’immigrazione, gli elettori che votavano a sinistra e che hanno ora traslocato sotto le insegne antistranieri di Alternative für Deutschland. A Parigi, il capo de La France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, già un paio di anni fa aveva detto cose scivolose («Sono stato frainteso…», ça va sans dire) sulla competizione per il pane (per il pane!) tra lavoratori stranieri e lavoratori francesi e comunque anche in seguito ha assunto posizioni sui fenomeni migratori estranee, diciamo così, alla tradizione della gauche.

A Copenaghen, non la sinistra populista ma addirittura il Partito socialdemocratico applaude dai banchi dell’opposizione il nuovo pacchetto di misure legislative che si rivolgono in modo molto ruvido verso le comunità di stranieri che vivono nel Paese. In realtà, quello dei socialdemocratici è un applauso con riserva ultrarigorista, perché ritengono troppo morbido il progetto a cui sta lavorando l’esecutivo di centrodestra di Lars Løkke Rasmussen, che tra l’altro gode dell’appoggio esterno del Partito del popolo danese, uno fra i più longevi movimenti populisti di destra di conio nordico. Mattias Tesfaye, che è il responsabile sui temi dell’immigrazione del partito socialdemocratico danese (ed è figlio di un rifugiato etiope) ha detto: «Abbiamo cercato di negoziare perché queste misure fossero, per dire così, più draconiane. Riteniamo che il governo sia stato troppo soft al riguardo».

Persino in Spagna qualcosa si muove. Qualche giorno fa, Julio Anguita, Héctor Illueca e Manolo Monereo hanno scritto un elogio dell’azione del governo italiano (Anguita è stato per dieci anni il leader del Partito comunista spagnolo e il coordinatore di Izquierda Unida; Illueca è un noto docente dell’Università di Valencia; Monereo è un importante deputato di Podemos). A questa presa di posizione hanno subito fatto eco reazioni entusiaste e reazioni perplesse, mentre il giornale online El Confidencial dava per certa la fondazione da parte dei tre di un nuovo movimento politico, dialogante con l’Aufstehen tedesco e addirittura con la Lega nostrana. In un ulteriore intervento in cui smentisce la gestazione del nuovo soggetto politico raccontato dal Confidencial, Monereo ha approfittato per dire cose inequivocabili su Bruxelles («L’Unione europea è una macchina per costruire fascisti»), sulla moneta unica («Proponiamo un’uscita dall’euro») e sul ruolo che dovrebbe avere l’izquierda radical («C’è spazio in queste istituzioni europee per un’alternativa di sinistra? Secondo me, secondo Anguita e secondo Illueca, no»). Sul tema migranti, invece, Monereo ha tirato la palla in tribuna («Quello che ci sembra incredibile è che si attacchi Salvini e non l’Unione europea, come se l’Unione europea avesse delle politiche migratorie diverse da quelle messe in pratica da Salvini»).

Nel Regno Unito, mentre Corbyn, come già accennato, sovranisteggia balbettando risposte omissive sulla Brexit, sul New Statesman il brexitaro convinto Jonathan Rutherford, che è uno dei cofondatori della corrente Blue Labour interna al partito del centrosinistra inglese, non balbetta affatto: «Il populismo ci riporta alle domande fondamentali sulla nazione, sulle differenze etniche, sulla cultura, sull’idea di umanità e sui modi in cui le persone vivono insieme», scrive. Poi dice che la destra interpreta tutto questo in modo xenofobico e che «il populismo di sinistra del Labour è disarmato di fronte a questi argomenti». E conclude: «Per il suo rinnovamento politico, il Labour deve allargare il suo populismo a una definizione nazionale e inclusiva di chi siamo “noi” come Paese. Ha bisogno di una politica nazionale popolare. Per molte persone la cittadinanza di una nazione sovrana è più importante di un astratto diritto universale di appartenenza all’umanità».

Il problema è che questi tentativi di contrastare i toni xenofobi e il nazionalismo antieuropeista del populismo di destra a colpi di sovranismo rosso e di proclami sull’immigrazione pronunciati a mezza voce – tentativi che hanno molto a che fare con l’accettazione di un diffuso e generico fastidio “popolare” per gli stranieri e ben poco con un doveroso, urgente e razionale ripensamento degli strumenti con cui affrontare un fenomeno di enormi proporzioni e di grande impatto sulla società – non stanno funzionando: presso l’opinione pubblica i proclami a pieni polmoni del populismo di destra continuano a rivelarsi molto più efficaci delle imitazioni di sinistra.

Lo dimostrano anche in Italia i sondaggi che, con buona pace del presidente della Camera e del guatemalteco dde Roma, mostrano il crescente apprezzamento dell’azione di Salvini da parte di una maggioranza degli elettori cinquestelle, che pure provengono in parte non minuscola dalla sinistra moderata e da quella radicale. Certo, recuperare questi elettori è difficile. In occasione delle ultime elezioni ci ha provato – per la verità con tutt’altri metodi che in quel caso prescindevano completamente da cedimenti antieuropeisti, antistranieri e populisti in genere – anche Pier Luigi Bersani, che diceva di voler riportare a casa gli elettori di sinistra «che sono scappati nel bosco» e che avrebbero potuto votare a destra: ma nel bosco, invece degli elettori fuggitivi, Bersani ha incontrato soltanto il lupo di Gallipoli, ed è stato lui a non tornare più indietro. D’altronde, riportare a casa chi ha ascoltato le sirene salvinian-lepenist-orbaniane-eccetera non era e non è un compito facile e finora non è ancora stata trovata una ricetta efficace per contrastare da sinistra il populismo di destra. Ma contrapporre a populismo populismo e mezzo, per poi vedere l’effetto che fa, può essere una strada davvero pericolosa.

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