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Sanremo 2024, ma la politica può davvero restare fuori dal Festival?

Da intenzioni di Amadeus dovevano essere due rette parallele che non s'incontrano mai. E invece: da 'Bella ciao' in conferenza stampa alla protesta dei trattori, fino al 'cessate il fuoco' di Dargen D'Amico. Sì, la domanda è retorica

Foto: Daniele Venturelli/Getty Images

Da intenzioni di Amadeus, Sanremo e la politica dovevano restare due rette parallele che non s’incontrano mai, almeno per queste cinque serate di diretta (in altri momenti, viene da sé, è inevitabile), invece sono bastati un giorno e due conferenze stampa per accedere il solito vespaio di commenti, reazioni piccate a destra, misure e contro-misure.

L’agente del caos è Enrico Lucci, storico giornalista e inviato di, boh, satira di costume, che ora è a Striscia la Notizia ma che è un volto storico delle Iene, con un talento innato per la provocazione – nel senso che sotto la veste di comico fa ciò che tanti colleghi si sono dimenticati di fare, in particolare adesso, cioè mettere in difficoltà i conduttori. Partendo dall’allergia di Giorgia Meloni a dirsi «antifascista», in conferenza, dal niente, ha chiesto ad Amadeus e Marco Mengoni se si sentissero tali. Alla risposta affermativa, li ha invitati a intonare Bella ciao davanti alla platea di giornalisti: il risultato, al di là delle diverse doti canore dei due, è un invito per le homepage di siti e quotidiani, che hanno rilanciato la notizia spesso decontestualizzandola, omettendo già dal titolo che si trattava di una provocazione; il risultato è stato un «Amadeus e Mengoni cantano Bella ciao», che ha autorizzato la destra a parlare di Festival «politicizzato», «di sinistra». Tra i tanti, Daniele Capezzone su Libero scrive di un Amadeus «furbissimo, ha subito intonato l’inno partigiano per evitare scomuniche progressiste»: forse preferiva una risposta vaga? Dal governo se non altro non sono arrivate risposte – anche perché nel caso c’è da citofonare a Lucci, più che ad Amadeus.

Meloni e Lollobrigida, semmai, sono in tutt’altre faccende affaccendati, cioè capire come risolvere la grana degli agricoltori in rivolta, a cui Amadeus – con un taglio pluralista per cui «le proteste vanno ascoltate» ma che, giurano a destra, è un attacco personale – ha aperto le porte. Come racconta Repubblica, ieri i vertici Rai hanno stabilito che ospitarli sul palco presenta troppe incognite, banalmente perché non si sa bene da chi sono rappresentati, si rischierebbe di scontentare anche parte dei manifestanti stessi chiamando, magari, i nomi sbagliati. Ma pure chiudergli le porte, dopo l’invito del conduttore, potrebbe peggiorare la situazione. Che si fa? L’ipotesi più probabile è la lettura di un comunicato scritto, che verrà visionato prima dalla Rai, come sempre in questi casi, su uno dei palchi laterali allestiti fuori. E nel caso non sarà comunque Calvani, simbolo delle lotte di questi giorni, a farlo, ma un nome più neutro e «meno politicizzato».

Ultime (ehm) le canzoni, e gli artisti in gara. Ecco, se c’è un ambiente in cui proprio la politica fatica a entrare è la musica italiana: ieri zero frecciatine, zero riferimenti, zero esposizioni. A parte Ghali, che in Casa mia parla di’integrazione, l’unico a prendere posizione è stato Dargen D’Amico, che alla fine della sua Onda alta ha invitato a riflettere su quanto sta succedendo a Gaza: «Il nostro silenzio è corresponsabilità. La storia, Dio non accettano la scena muta. Cessate il fuoco». L’applauso del pubblico fa riflettere: davvero c’è questa maggioranza silenziosa per fermare la guerra lì? Ama poi in conferenza stampa ha spiegato: «Sto con lui per quello che ha detto sul palco, ancora di più se si parla di bambini». Per il resto, Sanremo è realtà, televisione, prima serata; è impossibile che la politica resti fuori. Nonostante, va detto, gli altri ventotto concorrenti ce la mettano tutta per farlo.

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