Home Politica

Sandro Veronesi: “Il Pd ha fatto abbastanza danni. Largo a donne, giovani e ambientalisti”

Dopo un’estate da attivista con l’ossessione dei morti in mare e delle parole del ministro Salvini - come racconta nel suo ultimo libro -, lo scrittore guarda avanti, al modo in cui usare i nostri Corpi d’ora in poi

L’estate da cani di uno dei più popolari scrittori italiani è iniziata a metà giugno, quando alla nave Aquarius, con 629 persone a bordo, è stato negato l’approdo in un porto italiano, dopo giorni di stallo in mare. Ad agosto l’episodio si è ripetuto con la Diciotti, e oggi è divenuto la norma (anche se i migranti continuano a sbarcare, al netto della propaganda). A turbare Sandro Veronesi – autore di libri come La forza del passato e Caos calmo – non solo le sorti di centinaia di persone, spesso donne e bambini, ma l’eloquio muscolare – o demenziale – del ministro degli Interni Matteo Salvini, che nella sua crociata contro le ong aveva preso a utilizzare espressioni come “pacchia” o “crociera”.

Veronesi – come racconta in Cani d’estate, instant book pubblicato per La nave di Teseo – era come vinto da un’ossessione per quello che stava succedendo, e che lui non riusciva ad accettare. Inizia a scrivere in privato ad amici e colleghi che è necessario fare qualcosa, prende a trollare Matteo Salvini su Twitter, lancia appelli pubblici a Roberto Saviano e altri esponenti del mondo della cultura proponendo l’idea di salire sulle navi delle ong – per qualcuno i “taxi del mare” – e documentare quello che succede al largo della Sicilia. Nasce così Corpi, un insolito ed eterogeneo collettivo che si scambia idee, lancia progetti, si scopre o riscopre attivista nonostante l’età , come successo a Veronesi. Che ora, finita l’estate e iniziata una nuova fase, racconta i suoi mesi “sulla barricata”, e cosa si augura accadrà in futuro.

Nel libro racconti la tua ossessione nei giorni del blocco navale nei confronti di Aquarius. Non era solo passione civile, ma quasi una debolezza personale che necessitavi di affrontare.
In un primo momento non è stato semplice: ho capito subito che stava diventando, appunto, un’ossessione, perché la notte non riuscivo a dormirci. Non solo per la tragedia umanitaria che si stava verificando su quella nave, ma per quel vocabolario insulso e insopportabile che il nostro ministro degli Interni ci associava: la “crociera”, la “pacchia”. Quella sua idea del mare come una vacanza mi feriva: lui non sa quanto sia pericoloso e duro affrontare le onde. Quella roba lì per me passava la misura, e non ho saputo contenere lo sdegno.

E hai cercato se qualcun altro in giro, come te, stesse male per quanto accadeva.
E ho scoperto che questa ossessione mi accomunava a tanta gente. Mi sono rivolto a persone che stimavo per coinvolgerle, mobilitarle dietro un’idea che era nata spontaneamente: quella di mettere i nostri corpi sulle navi. In quei giorni venivano create fake news terribili, e le ong erano diventate gruppi di scafisti. Per questo mi sono detto: non ci si può più fidare delle parole degli altri, bisogna andare a vedere le cose in prima persona.

A questo punto nasce Corpi. Che cos’è esattamente?
Il nome riunisce il gruppo di persone con cui in quei giorni abbiamo iniziato a sentirci di continuo, scambiandoci “latrati” sulla situazione. Grazie a loro ho finito per passare un’estate assurda, ma mai così plurale. Non ci siamo fatti sentire subito, perché all’inizio ci pareva che una nostra protesta finisse solo per fare il gioco di Salvini, che aveva capito come maltrattare dei moribondi – come altro volete chiamare i naufraghi? – gli faceva guadagnare consenso. Nel tempo il collettivo, però, ha cominciato a lavorare, per mettere il proprio corpo su quelle navi. Con fatica abbiamo dato vita a un calendario di partenze da parte di nostri “membri” sulle imbarcazioni delle ong, ma poi, purtroppo, come noto, anche l’ultima che aveva accesso al mare, la spagnola Open Arms, è stata bloccata. Io sarei dovuto andare con loro a luglio, ma non è stato possibile.

Cosa è successo a questo punto?
Che non ci siamo fermati, anzi il gruppo, nato un po’ per caso, si è incaponito. Abbiamo iniziato a rafforzare la nostra presenza social su questi temi, abbiamo pensato a iniziative di supporto, e ci siamo preparati per quando saremmo potuti finalmente andare in mare. Questa cosa ci ha unito. Negli scorsi mesi una di noi, Elena Stancanelli, è partita sulla nave Mare Jonio, ed è pronta a ripartire. Nel frattempo è sorta Mediterranea, una piattaforma italiana per il salvataggio di vite in mare, che noi “fiancheggiamo”. Poi è arrivato il mio libro: di questi tempi anche non essere riuscito a salire sulla nave, è qualcosa che va raccontato.

I migranti attendono comunicazioni circa il possibile sbarco sul ponte dell’Aquarius

Strana la vita: a quasi 60 anni ti sei scoperto attivista politico.
Nessuno di noi era un attivista. Ma quello che stava succedendo ci ha spinto a prendere quella strada, e ci siamo dentro ancora. Ora se ne parla meno, anche perché il ministro sta un po’ più zittino sulla questione, visto che tutti hanno capito che nonostante le chiacchiere le navi arrivano comunque. Oppure, molto peggio, vengono riportate in Libia.

Che voi siate diventate dei “cani da guardia” del potere, è dovuto anche al fatto che in epoca di fake news chi in un sistema democratico sarebbe incaricato di farlo, i giornalisti (watchdog, da abusata definizione della stampa anglosassone), hanno abdicato al loro ruolo?
Non saprei. Noi siamo stati mossi da un bisogno personale, per la necessità di consolare una voce che sentivamo dentro. Per questo volevamo salire sulle navi, per questo abbiamo addirittura scritto un manifesto che rappresentava il nostro modo di vedere le cose (lo trovate sul libro di Veronesi, ndr).

Qual è oggi il ruolo degli intellettuali, tra le categorie più bistrattate di questo momento storico?
Anzitutto riaffermare di essere ancora necessari alla società. Nelle pagine chiare della storia recente gli intellettuali sono stati fondamentali, in quelle scure, chissà perché, sono sempre stati emarginati, eliminati, messi al confino. Che il popolo non voglia gli intellettuali è una falsità, anzi è dall’unione tra le classi popolari e gli intellettuali che si sono create le rivoluzioni e i grandi movimenti del ‘900, quelli che hanno permesso di conquistare i diritti che oggi abbiamo. Dobbiamo rivendicarlo, e va benissimo se mi insultano perché esprimo le mie idee. Un tempo davano le manganellate, ora per fortuna ancora no. Ma non è difficile stabilire chi abbia ragione, tra chi pesta – metaforicamente oppure no – e chi ha come missione quella di esprimere la sua opinione, testimoniare, ragionare, sviluppare pensieri e lottare contro l’inaccettabile.

C’è ancora troppa “timidezza” nel vostro mondo nel farsi sentire, vista la gravità della situazione?
Secondo me c’è un elemento che sta alla base di tutto questo momento politico: l’odio per il Pd. Quando ci insultano sui social diventiamo miracolosamente tutti piddini, anche se la maggior parte di noi – forse eccetto Virzì, che a un certo punto aveva preso la tessera del partito per “provocazione – l’ha nemmeno votato. Eppure l’intellettuale è diventato in automatico uno del Pd, secondo questa centrale di odio attiva dalla mattina alla sera che si sfoga sui social. Anche perché il Partito Democratico non sa difendersi, devastato com’è dalle divisioni interne. E noi ci siamo andati di mezzo, solo perché ci opponiamo a certe derive.

Un gruppo di immigrati nordafricani in attesa di salire su una nave diretta a Lampedusa. Foto di Dan Kitwood/Getty Images

Per molti è stato il Pd, l’ex ministro Minniti in particolare, ad anticipare molte delle politiche di Salvini in tema di migrazioni. Cosa ne pensi tu?
Be’, gli accordi con la Libia li ha fatti lui. Non parliamo di uno Stato sovrano, ma di diverse entità che lottano tra loro per il controllo del territorio. Abbiamo trattato con una banda armata, di fatto. Questa situazione disonorevole è cominciata con un governo a guida Pd.

Qualcuno del Pd ti è stato vicino in questi mesi di attivismo?
Nessuno. Ho incontrato un paio di esponenti di Sinistra Italiana, un radicale e basta. Mi sono preso tutti gli insulti del mondo per via del Pd, ma del Pd nemmeno l’ombra. Ci sono delle persone che stimo, penso all’assessore Majorino a Milano, ma per me quel partito è stato un ingombro e nulla più.

Il Pd si può salvare secondo te? E può salvare il Paese?
Oggi l’opposizione non la fa un partito, ma singole personalità sui social a titolo personale, spesso per visibilità personale. Io penso che non si possa salvare più nulla del Pd, nemmeno il nome. La guerra intestina che lo lacera da anni non sarà ricomposta, anzi con ogni probabilità ci saranno nuove scissioni a breve. Questo Pd prima si leva di torno, e meno danno fa.

Il senatore del PD Davide Faraone durante la votazione per il Decreto Sicurezza. Foto di Armando Dadi / AGF

Torniamo ai migranti. Nel 2019, con ogni probabilità, si vedranno gli effetti del Decreto Sicurezza, e tante persone che sono arrivate in questi anni perderanno il loro diritto a stare in Italia. Corpi si farà sentire anche in questo caso?
Se eravamo disposti a mettere il nostro corpo in mare, figuriamoci se non possiamo farlo nelle nostre città. Sapere che delle persone finiranno in strada mi dà un enorme dolore. D’estate li fanno affogare in mare, d’inverno li fanno morire ghiacciati: c’è qualcosa di diabolico. Ma questo corpo va affidato a un referente, a persone che sappiano come usarlo. E, sinceramente, in terra non ci sono persone di cui io mi fidi come mi fido di Oscar Camps (fondatore della ong Open Arms, ndr) e di Sea Watch (organizzazione senza scopo di lucro che svolge attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, ndr).

Come vivi l’argomento “la maggior parte della gente è con noi”, cui, forte di scranni in parlamento e sondaggi, Salvini ricorre di continuo?
La totalità della gente vuole la sicurezza nelle proprie città, sono il primo a riconoscerlo. Ma non sono i migranti a creare insicurezza, questo è solo quello che ci hanno fatto credere. Non è stata un’operazione banale, e sono convinto che ci sia stata una regia dietro: non a caso in Italia abbiamo sempre Steve Bannon (che di recente è tornato a parlare, ndr) tra i coglioni. Spezzare questo flusso di disinformazione è complicato, ma fondamentale. Bisogna interrompere una comunicazione mortifera basata sul rovesciamento della realtà. Attendo che personalità molto popolare si schierino, farebbe tutta la differenza del mondo.

Perché questi “super popolari” non si sono ancora schierati?
Alcuni rivendicano il diritto di non farlo. Altri hanno un po’ sottovalutato la situazione – a meno che non sia io a sopravvalutarla -, e non si sentono toccati in prima persona. Altri hanno paura del contro-muro di insulti, di perdere popolarità, di diventare automaticamente del Pd.

Si possono usare i Corpi per contrastare la percezione sbagliata che i social – immateriali per definizione – hanno creato?
La prima cosa che servirebbe è una legge di riforma del web, che metta fine all’anonimato online. Serve la licenza per guidare o per pescare, ma non per spargere fake news che fanno danni tremendi. Anche per fare i gradassi in Rete bisognerebbe doversi identificare. Credere al Web della libertà assoluta è stato un errore madornale: dove non ci sono regole vince il criminale. Muhammad Alì dopo Rumble in the Jungle disse “se incontro Foreman in un vialetto dell’angiporto mi fa a pezzi, ma sul ring, dove ci sono le regole, vinco io”. Nemmeno il Web dovrebbe essere la giungla, dove sbucano di continuo delle bestie feroci. Se no finisce che ci  teniamo Steve Bannon tra i coglioni.

Steve Bannon, tra i fautori della vittoria di Donald Trump

Quali insulti ti hanno fatto più male, e quali ti hanno fatto sorridere?
I più dolorosi non sono stati quelli sui social, ma quelli dei giornali di destra. Perché mi hanno fatto venire la tentazione di fare causa, e io non voglio fare causa a chi scrive. Infatti non l’ho fatta, ma mi ha dato fastidio anche solo la tentazione. Uno scrittore è abituato alle bastonate: quando mette un libro in mano a un critico è nudo, e sa che può rimanere ferito. Ma in questo caso è stato diverso, perché non c’era nessuna deontologia dietro ai loro attacchi. Mi puoi attaccare pesantemente, ma gli insulti sui giornali non dovrebbero trovare spazio. Prese per il culo divertenti? C’è stato qualche gioco di parole che mi ha strappato una risata, ma alla fine me ne scordo.

E quando, invece, i vostri Corpi dovranno finire in una scheda elettorale? Il rischio è alto, tutti quelli che negli ultimi anni si sono candidati a sinistra sono usciti umiliati dalle urne. Però in questo momento, praticamente, non esiste un’opposizione, quindi bisognerebbe darne una al Paese al più presto.
In Europa tutti i successi contro i populisti sono merito di donne, giovani e ambientalisti, che in questi anni da noi sono stati abbandonati e sviliti e invece sono centrali per il futuro della politica. Servirebbe poi una realtà con un’anima profondamente europeista: un’idea di Europa autentica e non quella degli Junker, che pur è molto meglio di ogni nazionalista.

E quando dovrebbe sorgere questa nuova formazione?
Non c’è nulla di meglio delle Europee per collaudare un partito di questo tipo. Quando Monti si candidò nel 2013, dando vita a una formazione politica che non aveva alcun senso di esistere – visto che le stesse istanze potevano benissimo finire nel Pd o in Forza Italia -, prese il 10% e per tutti fu una delusione. Io, invece, mi domando ancora come possa aver raggiunto un simile risultato. E non vedo perché un partito vero, con idee vere e moderne, non possa fare anche meglio. Io lo voterei domani.

In Italia chi ha detto le cose politicamente più convincenti negli ultimi anni?
I ragazzi che hanno occupato il Tasso a Roma, e che sono andato a trovare. Gli ho detto di candidarsi – almeno quelli che hanno l’età per farlo -, perché c’è bisogno di loro. Oggi la gavetta non la fa più nessuno, ma quelli sono ragazzi con una formazione politica e civile profonda, e mi darebbero fiducia immediatamente. Dicono “non hanno esperienza”. E Di Maio, invece?

Leggi anche