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Salvini stacca la spina, beve un mojito, e innesca il countdown della sua fine

Niente panico, la crisi di Governo è la migliore notizia possibile per gli avversari del ministro dell'Interno (sì, anche se stravincerà le prossime elezioni, anzi proprio per quello).

Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Foto: Ernesto S. Ruscio/Getty Images

Partiamo dalle certezze. Uno: qualsiasi cosa – ma proprio qualsiasi, cioè l’intero contemplabile – è meglio del Governo gialloverde. Questo lo si metta agli atti, da solo vale la giornata, adesso espirare.
Due, rivolto a quelli che “e adesso Salvini prende il 40, prende il 50, oddio aiuto blablabla”, ecco la verità: sarebbe successo in ogni caso. È ovvio. Anzi a ben vedere è già successo, giusto qualche settimana fa, e nessun fatto eclatante si è registrato nel Paese che possa indurci a considerare imminente l’accensione della spia arancione di fine sintonia tra il leader della Lega e i suoi elettori.
Questo perché il vincolo tra Matteo e il suo popolo al momento è di natura fideistica, il massimo possibile, 100 punti su 100. Salvini non ha convinto il popolo italiano, Salvini ha creato una nuova fattispecie di popolo italiano, che prima non c’era e adesso c’è, che va ai comizi eccitato e convinto di essere nel giusto, che vuole il mojito del capitano perché il capitano è il capitano, cioè uno a cui si dà la fascia ma che gioca insieme a te, un compagno di squadra, un pari. Questa roba è partita e non la fermi, troppo tardi.

È tardi non solo per la specificità del caso, ma perché il caso in questione non è un caso isolato, fa parte di un ciclo elettorale superiore, solo apparentemente disordinato e spontaneo, in realtà inscritto in un qualcosa che esiste da tempo anche se non lo abbiamo ancora assimilato. C’è, è solido, ed è condiviso anche tra gente che apparentemente non si parla. Trump, Putin, Bolsonaro, Brexit, Salvini, Vox, Le Pen ma pure Melenchon, Orban, Kurz, Boris Johnson ma pure Corbyn, sono tutti uniti da una cosa che si credeva esaurita ma non lo era, causa primigenia di tutti i mali, a temporaneo riposo per senso di colpa bellico ma mai davvero espunta dal testo psicologico degli individui. L’identità, per dirla in modo politicamente corretto, il nazionalismo per tradurla in termini politici, la paura, la chiusura, la necessità di darsi un senso all’interno di un gruppo, di stare con gli altri, altri come te, trascendere in forza di una ragione, una ragione che è sempre costantemente in pericolo.
E quindi ecco gli appelli comuni alla resistenza, il senso di baluardo, di ultima spiaggia. In verità non hai nulla, quindi avresti mille ragioni per protestare, ma ti convincono che il passaporto è un valore da difendere, il luogo di nascita è un valore da difendere, alla fine il nulla assoluto è un valore da difendere. Si inverte la logica dell’ultima crisi intestina alle società capitalistiche, lavoro / capitale, massa / elite, centro / periferia, e si innesta un assurdo ibrido di fantasia, che resiste per tradizione orale, una riuscitissima affabulazione antistorica, per cui i nemici dei poveri sono altri poveri, anzi quelli più poveri di te – che evidentemente desiderano un pezzo della tua povertà – e tutto il resto scompare. Non c’è più nulla, non c’è gioia del vivere in comunità, resiste forte l’avvertimento che quel che non hai ti potrebbe venire sottratto. Sembra incredibile, funziona.

Ed è su questa rappresentazione tragicamente falsa che, da formidabile uomo politico qual è – il più bravo di tutti, e per distanza – vive e vegeta Matteo Salvini. Che è venuto per vivacchiare ma ora vincendo una mano dopo l’altra vuole rimanere. E probabilmente ce la potrebbe anche fare, come l’altro arcitaliano prima di lui, non fosse per la gola. Perché Matteo, a differenza di Silvio che era dotato di altri interessi oltre al comando e soprattutto trasportava una prospettiva di immortalità utile ad astrarsi dalle faccende diurne, ha la bava alla bocca. È un po’ bauscia per natura e un po’ perché teme che il sogno finisca. Non se la gode. È in tutto e per tutto simile a Renzi, anche se Renzi diceva cose potabili e Salvini no, ma né ti convinceva quello, né riesci a prendere sul serio tutto ciò che spara questo. È animato da vera passione ma è imprigionato in una sua personalissima “beruf” che non riesce a sciogliere, ma non è il potere per il potere, non è nemmeno il potere come mezzo, non lo sa nemmeno lui, è un cazzone a cui sta riuscendo bene il metodo Madoff.

Poi è anche l’uomo forte tanto caro alle analisi panciute degli approssimativi, ma è l’uomo forte che ti eccita gratis e che può contare sul fatto che con gli altri, comunque, vivevi esattamente allo stesso modo. Avevi i conti un po’ più a posto, sì, ma capirai.
Ma la notizia è che ieri l’uomo forte, facendo la cosa giusta, cioè azzannando alla giugulare quell’armata brancaleone del partito di maggioranza relativa decretandone di fatto la morte, si è accorciato la vita. Vincerà le elezioni, quando saranno – speriamo presto, Mattarella dovrebbe addomesticare il suo senso di Stato – e governerà in solitudine, o quasi. Probabilmente gli basterà la Meloni, che verrà via per tre ministeri inutili e la sua vicepresidenza, e finalmente sarà libero di scatenarsi davanti al popolo. Arresterà, chiuderà, sgominerà e combatterà. Tutti i nemici immaginari saranno vinti. Le apocalissi scansate. Gli invasori fermati. I pericoli sapientemente previsti ed evitati. L’odiata Francia si piegherà. E invece no, tutto rimarrà com’è, niente flat tax, niente uscita dall’euro, niente ricchezza. Solo che sbarazzandosi dei 5stelle, non avrà più nessuno su cui fare scaricabarile – la solita Europa dei tecnocrati, ma non durerà. Quindi ecco che senza le stronzate di Gigino Di Maio Matteo fallirà e sarà normalizzato, ennesima speranza tradita della politica del tutto un magna magna, “pure sto Salvini, eh”. Poi si stabilirà elettoralmente in doppia cifra bassa, tornerà a gestire il partito opportunista che è sempre stato, il più democristiano degli ultimi 25 anni.

Ma esiste una seconda possibilità: Salvini governerà in modo formidabile, soddisfacendo la maggior parte degli italiani – e in questo caso ce ne rallegreremo tutti perché vorrà dire che non saremo fottuti. Ma insomma quello che vogliamo qui è insinuare ottimismo, perché il clima è ideale, perché mai ko sarà più dolce da incassare, perché il capitano si è messo all’angolo, senza più i Toninelli da bullizzare, in leadership solitaria. Lasciamo spazio a questi nuovi patrioti, che amano la patria perché la patria è l’unica cosa che credono di conoscere e purtroppo non sanno di che cosa parlano, e aspettiamo che si schiantino. Gli altri, gli incapaci di proporre alcunché di progettuale, avranno il lavoro semplificato: si tratta solo di ignorare i discorsi da post-sbronza da mojito e attendere la fine del tour. Nient’altro. Passerà, la buona notizia è che sarà molto prima del previsto.

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