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Salvini e Trump hanno un piano: fare dell’Europa la nuova America Latina

Donald aveva le idee chiare già nel 2012: il modello da seguire sono gli USA di inizio '900, quando le big companies guidavano l’economia ignorando inquinamento e diritti. Ora, d’accordo con il Capitano, tocca al Vecchio Continente

Matteo Salvini e Donald Trump a Philadelphia nel 2016

Foto: Twitter

Molti analisti all’indomani dell’elezione di Donald Trump si chiedevano in cosa consistesse esattamente la politica dell’America First. E se la guerra dei dazi con la Cina e le nuove limitazioni al commercio con l’Unione Europea ha mostrato il suo lato economico, fino a un paio di mesi fa non era ancora chiaro quale fosse il risvolto politico. A partire dalla sua visita nel Regno Unito, dove ha tessuto le lodi di Nigel Farage e di Boris Johnson e ha esortato il governo britannico ad abbracciare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, sbilanciato totalmente sugli interessi americani. Poi le visite di Viktor Orban e del presidente polacco Andrzej Duda. Infine, l’uomo forte dell’Italia, Matteo Salvini.

In una parola: neoisolazionismo. Che, attenzione, non vuol dire affatto ritiro dalla scena mondiale per ripiegare su un’autarchia completa. Ma piuttosto di abbandonare il ruolo che l’America ha fatto proprio sin dal 1941, quello di “arsenale della democrazia”. Non tanto in quanto armeria (anche se in parte lo è), ma perché questo concetto ha simboleggiato il collante del concetto di democrazia occidentale di stampo liberale. Sappiamo bene, con abbondanza di prove, che l’America ha avuto il suo lato oscuro, specie per quanto riguarda i suoi rapporti con il continente latinoamericano. Ma adesso questa faccia nascosta viene mostrata con orgoglio.

Gli Stati Uniti non vogliono alleati, vogliono paesi fedeli. E dire che Trump aveva già magnificato questa visione all’interno di una miniserie di History Channel, Gli uomini che fecero l’America, andata in onda nell’autunno del 2012. L’allora imprenditore elogiava quel periodo storico, che andava grosso modo dal 1876 agli inizi del Novecento, nel quale gli Stati Uniti erano dominati da poche grandi aziende come la Standard Oil, la Carnegie Steel e la J.P. Morgan Bank e l’economia cresceva in modo impetuoso, badando poco all’inquinamento e ai diritti dei lavoratori. Oltretutto, seguendo la Teoria del “Destino Manifesto”, coniata nel 1845 dal giornalista John O’ Sullivan e poi quella della “potenza navale” Alfred Thayer Mahan, pubblicata in un saggio del 1890, gli Stati Uniti cominciarono il loro intervento nell’area centromeridionale del continente. A cominciare dall’indipendenza di Cuba, sostenuta con le armi nel 1898, che di fatto regalò loro un avamposto per la penetrazione economica e militare nel continente. Un rapporto assolutamente impari che sarebbe continuato per decenni anche in piena guerra fredda e dove interessi economici anche minori, come quelli della United Fruit in Guatemala, potevano portare Washington a spingere per un cambio di governo anche violento.

Quindi, di fatto, un ritorno alla politica del grosso randello, un sistema di alleanze maggiormente sviluppato, ma dove gli interessi americani possono prevalere sempre senza troppi problemi. Appare evidente nel suo proposito trumpiano di aprire “alla competizione” il sistema sanitario pubblico britannico, detto in parole povere: aprire al mercato delle assicurazioni private. E qual è la linea di Salvini, amerikano con la k, disposto ad appoggiare la linea dura contro Venezuela e Iran? Parrebbe disposto ad attenuare persino il suo essere filorusso per puntare a un indebolimento dell’Unione Europea, che Trump vede come un ostacolo del suo disegno imperialista. Ma altri aspetti non sono chiari. Certo non avveniva dal 1945 che un leader americano fosse così ostile al disegno europeo. Certo, nemmeno Barack Obama era particolarmente entusiasta dell’Europa, ma nessuno aveva mai sfidato Bruxelles in questo modo. Anche per questo, pur avendo fini diversi, Salvini e Trump si trovano dalla stessa parte, pur difendendo interessi divergenti, soprattutto nel settore agroalimentare tanto caro a una parte dell’elettorato leghista.

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