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Rousseau relativo, ovvero il senso dei 5 Stelle per la democrazia diretta (da Casaleggio)

La consultazione con gli iscritti sul governo è la farsa finale del Movimento, un atto quasi eversivo se non fosse una bufala. Ma ormai all'orchestrina di Di Maio non resta che inventare sempre nuovi mezzucci, per rimandare l'estinzione

Foto Laura Lezza/Getty Images

Manifesto per Luigi Di Maio durante la campagna elettorale 2018

Chi credeva che alla fine un governo Conte tra 5 Stelle e Pd si sarebbe fatto, alzi la mano. Mano giù. Non era per nulla facile immaginare un simile compromesso antistorico tra due parti così distanti, soprattutto dopo aver assistito inorriditi a quello che senza ombra di dubbio è stato, politicamente parlando, “il peggiore anno della nostra vita“. Era difficile (e nemmeno troppo piacevole) preconizzare un simile abbraccio soprattutto per chi ha sempre ritenuto che per il Movimento l’alleanza con la Lega di Salvini fosse un approdo naturale, quasi inevitabile. Che la linea degli scorsi mesi su migranti e sicurezza non fossero frutto di una contingenza politica – che comunque farebbe schifo –, ma l’orientamento prevalente di una formazione che ha usato certe idee progressiste sempre e solo come una banderuola pronta a essere ammainata alla prima occasione.

Questa, almeno, è l’idea che si è fatto chi negli anni ha letto e apprezzato i libri di Nicola Biondo e Marco Canestrari, Supernova prima e Il sistema Casaleggio poi, tra i migliori tentativi di raccontare in maniera approfondita questa creatura informe che ha sconvolto la politica italiana degli ultimi anni. La loro conoscenza del Movimento arriva dall’interno: Canestrari programmatore informatico che oggi vive a Londra, è stato dal 2007 al 2010 il numero 2 di Gianroberto Casaleggio, trait d’union tra lo staff del portale di Grillo e i meet-up locali, mentre Nicola Biondo ha curato l’ufficio stampa dei 5 Stelle alla Camera tra il 2013 e il 2014, ai tempi della prima apparizione in parlamento. A lui ci rivolgiamo per provare a capire meglio questa ennesima giravolta dei pentastellati, che segna un nuovo momento di snodo nella breve storia del partito. E che, probabilmente, servirà solo a rallentarne l’inesorabile e meritoria uscita di scena.

Hai sempre sostenuto che il Movimento sia una forza politica nei fatti di destra. Che effetto ti fa ora questo capolavoro di trasformismo?
Nessun effetto, perché loro sono tarati per stare al governo. È l’unica cosa a cui mirano oggi, anche perché sanno bene che quando si andrà alle elezioni per loro sarà finita. Perché il gioco è scoperto: il Movimento non è più quella musica rock, seppur farlocca (ora lo possiamo dire senza problemi, e io posso fare la mia autocritica assieme a qualche milione di italiani), che pareva all’inizio della sua storia politica. Nel giro di pochi anni è diventata un’orchestrina sghemba, mostrando il suo vero valore. Un anno fa hanno beccato il biglietto vincente della lotteria, ma una volta che hanno avuto i soldi in mano non avevano idea di cosa farne.

Sono diventati la nuova DC (pur in via di estinzione).
No, dai. La Democrazia Cristiana era una cosa seria, a differenza loro. Però certe loro dinamiche sanno di vecchia politica lontano chilometri, quello sì. Pochi giorni fa un parlamentare del Movimento mi ha raccontato che nella villa di Grillo (durante l’incontro a Marina di Bibbona per decidere il futuro del governo con il Pd, ndr) i big del partito hanno insistito a lungo per chiedere rassicurazioni circa la possibilità di effettuare un terzo mandato, in caso di elezioni anticipate.

Il Movimento 5 Stelle è un partito fatto al 90% di comunicazione (semicit. Luigi Di Maio). Mi chiedo come faranno a gestire l’imbarazzo di essere passati nel giro di un anno dai duri e puri che vanno da soli, a chi si mette con il peggior nemico pur di rimanere al potere?
Per provare imbarazzo ci vorrebbe il senso di vergogna e loro “non tengono scuorno“, come dicono a Napoli. In ogni caso ne vedremo delle belle: in questi giorni Di Maio non ha mai pronunciato la parola Pd, ma questa scenetta non può durare a lungo. Ho la sensazione che vogliano provare a fare con il Pd quello che Salvini ha fatto a loro, sarebbe una scelta davvero misera.

Evidentemente, però, tra le due formazioni ci sono punti e interessi in comune.
So per certo che, per dare l’ok al nuovo governo, un folto gruppo di parlamentari del Movimento ha chiesto che non siano rinnovati i ministri e gli altri esponenti che sono stati maggiormente in vista durante il Conte I, dicendo, giustamente, che essendo stati garanti dell’accordo con la Lega, non potevano esserlo anche di quello con il Pd. Ma gli Yes Man non possono saltare, perché sono la garanzia per Davide Casaleggio, che per altro ha “esternalizzato” al governo una parte della sua dispendiosa macchina. 

Nicola Zingaretti ha fatto male a prestarsi?
In parlamento nell’ultimo anno il Pd non ha mai voluto toccare il “sistema Casaleggio”, non lo ha mai nominato, perché ha sempre sperato che alla fine il patto Lega-5 Stelle sarebbe saltato, e bisognava farsi trovare pronti. Ma quello di Davide Casaleggio è un conflitto di interessi senza precedenti, e non affrontarlo è un danno per il nostro Paese e la nostra democrazia.

Ma il Pd è già stato al governo con Berlusconi, quindi dovrebbe essere abituato a ingoiare simili rospi.
Il conflitto di interessi di Casaleggio è mille volte peggiore. Berlusconi nel 1994 aveva delle aziende che producevano prodotti di successo, senza entrare nel merito della loro qualità, era quotato in borsa e la sua attività scandagliata in ogni modo dai media. Casaleggio, invece, non produce di fatto nulla: la sua ricchezza sono le relazioni, e in questo anno il suo portfolio di clienti e contatti è aumentato a dismisura, perché lui è il vero dominus di governo. Faccio una domanda a Zingaretti: che cosa vi siete detti tu e Casaleggio in quella famosa telefonata di ferragosto? Stai accettando che un imprenditore privato, che per statuto ha una carica non contendibile, continui a decidere le sorti del Paese rimanendo nell’ombra, senza nemmeno assumersi le proprie responsabilità in pubblico? Abbiamo assistito alla “Trattativa Stato-Casaleggio”, ed evidentemente qualcuno ha ricevuto delle garanzia per dare l’ok all’operazione.

Citavi i media. Temi che ora, dopo aver assistito ai clamorosi asservimenti gialloverdi di una parte del sistema dell’informazione, ci sia il rischio di un appiattimento nei confronti del Conte Bis, su cui stanno già convergendo tutti i famigerati “poteri forti”.
Lo temo. Il ragionamento è: siccome c’è lo spauracchio Salvini – che già così fa ridere – il nuovo governo non si può toccare, oppure ci becchiamo il sovranismo. Questo concetto, oltre a riempire la comunicazione dei due partiti, diventerà un refrain che sentiremo da tutte le parti. E non è un bene. 

Hai definito Rousseau “una ciofeca tecnologica”. Non sarai stato troppo tenero?
Adesso che mi ci fai pensare, forse sì.

Fra qualche giorno – per quello che sappiamo, ma la situazione è in continua evoluzione – Rousseau sarà chiamato a decidere se dare l’ok al governo. Di norma dovrebbe funzionare che il presidente della Repubblica dà un incarico, poi se un presidente del Consiglio ha il via libera del parlamento si può formare un governo. Qui invece si inserisce un nuovo passaggio nelle nostre prassi democratiche, che sta sopra addirittura al Quirinale.
E infatti quando Di Maio ha detto che il parere online degli iscritti a Rousseau sarebbe stato vincolante per la formazione del nuovo governo, poco dopo dal Colle è arrivata una chiamata a Conte, per spiegargli che una cosa del genere proprio non esiste. Pare che il messaggio sia stato presto recepito, come avrà notato chi legge i giornali vicini al Movimento, che danno già per certo che il voto in ogni caso non sarà vincolante. La verità è che sono tutto tranne che dei rivoluzionari, e rimangiarsi anche questa non sarà un grande problema per la classe dirigente a 5 Stelle. Loro sono per la democrazia diretta, sì ma da Casaleggio.

Continui a vedere una componente eversiva in questa faccenda?
Eversivo è il fatto che un parlamentare, tutelato per le sue idee dalla Costituzione, non possa votare o dire ciò che pensa, perché un voto online gli detta la linea. Eversivi sono i quesiti formulati con il Casaleggio Style, senza dare il tempo agli iscritti di informarsi sul merito delle questioni. Un giorno ci chiederemo dove sono stati in questi anni i costituzionalisti di questo Paese.

Il paradosso di Rousseau, d’altra parte, è – al di là degli aspetti più ridicoli relativi al malfunzionamento della piattaforma – lo stesso che inquina tutta la Rete. Che doveva portare la democrazia suprema, e che invece ci ha consegnato nelle mani di pochi potenti che controllano gli algoritmi.
La Rete nasce come strumento militare, poi un nucleo di persone con idee radicali e libertarie decidono di “romperla” e trasformarla in un sogno di libertà universale. Gli algoritmi ora sono l’esatto opposto di quel sogno, sono le sbarre di una gabbia. Ma Facebook, prima ancora di essere un eccezionale strumento di condivisione e contatto, è un’applicazione commerciale, e  come tale viene sfruttata. Casaleggio fa la stessa cosa, costruisce sbarre, che nasconde dietro un’impostura: siete voi che decidete.

Cosa succederà ora a chi è rimasto fedele al Movimento? Digerirà l’abbraccio tra i suoi eroi e il “partito di Bibbiano“?
Siamo di fronte alla politica dei fan, non c’è più ragionamento. Se mandassi al direttore di Rolling Stone un curriculum pieno di falsità e lui mi scoprisse, che farebbe, mi assumerebbe? La parabola del Movimento e quella di Giuseppe Conte sono la prova provata che l’opinione pubblica in Italia è stata spappolata da due decenni di falsa libertà di stampa e da una classe politica di cialtroni. Tutto è possibile, anche che un avvocaticchio sconosciuto diventi presidente del Consiglio per due volte di fila, che un uomo di burro sia eletto a simbolo della riscossa nazionale in un Paese ossessionato dalla ricerca dell’uomo forte. Gianroberto Casaleggio ripeteva sempre che non c’è nulla di impossibile, e a questo punto temo proprio avesse ragione. Abbiamo rotto un tabù, quello di considerare non sostituibile la democrazia.

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