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Roberto Saviano risponde a Veronesi: «Portiamo su quelle navi le nostre voci e i nostri corpi»

La risposta dell'autore di Gomorra alla lettera dello scrittore pubblicata dal Corriere della Sera

Caro Sandro Veronesi, ti ringrazio per la tua lettera e per aver dedicato tempo e passione a ciò che sta succedendo. L’attenzione che mostri verso chi sta vivendo l’inferno in terra non è cosa scontata in tempi in cui si è tutti trincerati dietro steccati di paura. E il tuo mettere il corpo al centro di tutto non è vaneggiamento, perché di corpi si tratta. Sempre. Antonio Tabucchi fece dire al suo umanissimo e cattolico Pereira «io non credo nella resurrezione della carne». Con questo voleva dire che il nostro momento è ora. È qui che dobbiamo essere, senza sperare che nell’aldilà avremo una seconda possibilità.

Il corpo è al centro di tutto. Corpi lasciano la loro terra, corpi percorrono il deserto, corpi soffrono per mancanza di acqua e di cibo, corpi incassano colpi inferti nei lager libici, corpi vengono seppelliti durante il viaggio, corpi vengono violati, corpi vengono pianti, corpi affondano nel Mediterraneo.

Condivido: dobbiamo chiamarci, guardarci negli occhi e tornare a superare la paura. Ma cosa è accaduto in questi anni? Quello che è mancato negli ultimi tempi, da quando a unire tutti ha smesso di essere l’antiberlusconismo, è stato l’essere presenti, e questo perché quando prendi una parte, subito ricevi l’accusa di essere tuttologo. Io ci sono abituato, ma il mio lavoro è questo, sarebbe assurdo che passassi il tempo a occuparmi solo di mafie, posto che poi anche quando mi occupo di mafie scontento qualcuno. Molti altri non riescono a gestire queste accuse folli: fai il tuo lavoro e zitto, gioca a pallone, canta, posta su Instagram e zitto. Se prendi posizione politica ti bersagliano.

Ora, tu scrivi, servono i corpi, e hai ragione; servono come misura d’emergenza perché sono mancate le voci per troppo tempo. Ma il silenzio, le mezze frasi, quelle sopite o strozzate in gola hanno una causa comune, effetto degenere di eventi che spesso si presentano nella nostra storia. La criminalizzazione del denaro generato dal lavoro rientra in quella deriva pauperistica che solo per un caso fortuito oggi è espressa con una certa violenza nei toni dal M5S. In altre epoche queste stesse istanze sono appartenute ad altri, sortendo sempre effetti nefasti.

Su di me ho sperimentato anche questo, una sorta di diffidenza per il solo fatto che avessi una occupazione e che mi guadagnassi da vivere scrivendo; e quando si inizia a pensare che chi scrive tutto sommato non lavori, significa che le cose stanno seriamente peggiorando. L’attacco agli intellettuali è il primo passo totalitario che può fare una democrazia. Se hai un lavoro, se sei realizzato, già questo basta perché le tue parole siano squalificate: “parli bene tu che hai le spalle coperte”.

Ma in questo ho un certo vantaggio: la mia storia pubblica è nata contro spietati clan di camorra e a 26 anni ho perso tutto quello che potevo perdere, di certo non mi spaventava e non mi spaventa ricevere insulti per ciò che scrivo, per il mio lavoro. Ma non è così per tutti, quindi capisco chi in questi anni ha smesso di intervenire perché bersagliato da feroci insulti sui social, perché divenuto oggetto di aggressioni sui giornali o in tv. Questi attacchi avvelenano la vita perché ti svegli la mattina con decine di messaggi di persone che ti invitano a tacere, magari per il tuo bene, perché se attacchi il potere, se ti schieri, diventi scomodo e ti viene tolto spazio. O magari ci sono persone che non ti cercano più perché ti sei schierato, o altre ancora che ti dicono che difendendo le Ong fai il gioco di Salvini.

A questi rispondo: non devo tacere io, ma dovete parlare voi, smentendo le bufale, una a una. E se con Berlusconi tutto poteva sembrare meno complicato, perché in qualche modo c’era una parte disposta a fare squadra contro un “nemico” comune, anche lì gli attacchi erano continui e non entravano mai nel merito delle tue parole, ma si cercava sempre di inventare qualcosa di vagamente verosimile per iniziare un processo di delegittimazione. Lo squadrismo M5S/Lega è il proseguimento, dentro e fuori dai social, di questo fango selvaggio, ed è per questo che le persone hanno paura.

Che talento ha Matteo Salvini se non quello di creare il panico?

Cosa ti può capitare? Semplice, che inventino qualsiasi cosa su di te. A Gino Strada hanno appioppato una casa a Montecarlo, a me un attico a Manhattan ed è fantastico come questa balla, inventata da un senatore berlusconiano vicino a Nicola Cosentino, sia ora il cavallo di battaglia del governo fake M5S/Lega contro di me. Qualcuno verrà accusato di massoneria, ma soprattutto setacceranno tutto quanto sia possibile usare contro di te inventando qualsiasi cosa e il tuo lavoro, legalmente retribuito, diventerà una attività sovversiva a libro paga di Soros.

La paura ha fatto avanzare queste ombre funeste che, da invidia e rabbia verso chi viene considerato privilegiato, dopo anni di disinformazione, sono diventate odio cieco verso chiunque, anche verso chi meriterebbe una mano tesa e non di morire in mare o di torture nelle prigioni libiche.

Dobbiamo chiamare a una insurrezione civile e democratica contro questa barbarie fondata sulla menzogna sistematica, ma non esiste un gesto unico. Ciascuno di noi, facendo il proprio lavoro con onestà, vivendo e trattando il prossimo con onestà, avrà fatto la sua parte. Qualche mese fa Diego Bianchi è stato sull’Aquarius restituendoci un servizio che vale la pena vedere per capire la “normalità” del lavoro delle Ong. Ieri Repubblica ha raccontato la frustrazione dei volontari, ora fermi a Marsiglia.

Mi piace il tuo invito a portare corpi resi riconoscibili dalla fama sulle imbarcazioni che salvano vite umane, ma mi tradiscono le mie origini. Sono nato a Napoli e cresciuto in una terra che un tempo era chiamata Terra di lavoro. Una definizione che mi ha sempre inorgoglito, che mi ha fatto sentire fiero di essere cresciuto a Caserta.

Il lavoro è quello dei cooperanti sulle navi nel Mediterraneo, il lavoro è il nostro che ne scriviamo, il lavoro è del giornalista che informa in maniera corretta dando notizie senza fabbricare esche, il lavoro è della professoressa che a scuola insegna ai propri studenti ad avere fiducia nel prossimo, prima ancora che matematica, latino o italiano. Il lavoro è di chi sta alla cassa di un supermercato ed è gentile con tutti allo stesso modo, senza badare al colore della pelle o alla condizione sociale. Il lavoro è quello di un medico che aiuta chi ha meno mezzi senza approfittare dell’ingenuità e della soggezione.

La vera rivoluzione oggi è essere moltiplicatore di empatia, qualunque sia il tuo ambito perché nel piccolo spazio di terra che ciascuno di noi occupa può fare tantissimo. Salvare vite in mare è legge. «La gente a mare non l’ho lasciata mai» è la dichiarazione di un pescatore di Lampedusa; nessuna civiltà ha mai tradito questa legge, dai Fenici. Nessuno fino a oggi. E non è istinto di bontà, ma la regola della reciprocità: se non salvi non sarai salvato.

E a chi si domanda come è potuto accadere che chi salva vite sia stato accusato di avere rapporti con i trafficanti di esseri umani, do una risposta semplice: scorciatoia. Le scorciatoie esistono per tutto, anche e soprattutto per la politica e per i politici. E chi più urla è chi ha meno competenze. La politica dei porti chiusi, la magistratura che pretende di regolare i flussi migratori paventando l’esistenza di qualcosa di molto simile al fantomatico piano Kalergi, è la manifestazione più palese di mancanza di capacità. Matteo Salvini che possibilità aveva di ottenere consenso se non alimentando paure? Che talento ha Matteo Salvini se non quello di creare il panico? E Danilo Toninelli che competenze ha? Parla solo di chiudere o aprire i porti come se l’Italia esistesse solo in quanto meta di migrazione. Come fa chi li ha votati e sostiene ancora oggi queste politiche criminali a non capire che i migranti sono solo un modo per distogliere l’attenzione da una incapacità a governare che è fin troppo manifesta?

Sandro, prima ancora che a salire sulle imbarcazioni delle Ong attive nel Mediterraneo, invito le persone che hai citato, e tutte le altre che per mancanza di spazio non hai citato, a far sentire la propria voce senza aver paura, perché se la somma delle nostre paure dà spazio a questa barbarie, sarà il coraggio di tutti noi, uniti nelle nostre profonde diversità, a ricacciare questo rigurgito nella fogna da cui è uscito.

Del resto è un vecchio gioco: Giacomo Matteotti venne calunniato sistematicamente dalla canaglia fascista che poi arrivò ad ammazzarlo, non essendo riuscita a ucciderlo con le calunnie. Di cosa lo accusavano? Di essere un proprietario terriero e, per questo stesso fatto, come poteva un latifondista parteggiare per i lavoratori? Ciò che aveva era il risultato del lavoro della sua famiglia, nessun furto o disonestà, ma i fascisti ricattavano: se hai, zitto e non parlare. Accusavano Matteotti che anzi sentiva doveroso mettere il suo impegno di socialista riformista al servizio dei braccianti mentre Mussolini riceveva gratuitamente dal principe di Torlonia la villa per sé e i suoi familiari: 132 mila metri quadrati, il cui fitto veniva pagato simbolicamente una lira all’anno (meno di un euro di oggi).

Non bisogna cedere al ricatto, le nostre opinioni devono essere libere senza temere di doversi giustificare perché l’autocensura quando si ledono i diritti è un lusso che nessuno di noi può permettersi.

La tua, Sandro, era una lettera alta, che voleva parlare allo spirito, io mi calo invece sempre nella materialità e qui trovano i nostri percorsi un punto di congiungimento, nella fisicità della battaglia che deve contemplare i corpi a difesa dello Stato di Diritto. Chi oggi chiude i porti alle Ong ha già chiuso le porte agli italiani, li sta condannando alla peggiore delle povertà possibili, perché oltre alla povertà del corpo rischia di condannarli anche alla povertà dello spirito.

Caro Sandro, io ci sto, questa battaglia la combatto da anni e non ho alcuna paura di perdere perché sono certo di una cosa: saremo più grandi noi nella nostra sconfitta, che loro in questo barbaro trionfo.

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