Roberto Gualtieri: Dio, patria e finanziamenti europei | Rolling Stone Italia
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Roberto Gualtieri: Dio, patria e finanziamenti europei

Il candidato del PD non è un tribuno del popolo e non conosce il senso di colpa della competenza. I suoi non sono comizi, ma salotti a cielo aperto. Riuscirà a convincere un popolo così abituato a sguazzare nel declino?

Foto: Antonio Masiello/Getty Images

Roberto Gualtieri, candidato del Partito Democratico a sindaco di Roma, incarna un modello di classe dirigente di cui si fa sempre più fatica a trovare traccia nel mondo contemporaneo. Eppure era molto attuale qualche era politica fa quando, per fare il rappresentante di un popolo, essere migliore di quel popolo non era necessario, ma aiutava.

Storico alla Sapienza e saggista; europarlamentare tra i più attivi delle ultime legislature e ministro dell’Economia in tempo di pandemia, Roberto è un animale politico più forestiero che italiano, e men che meno romano; di quelli che, ad esempio, non provano pudore per l’auto blu, né la vantano come una medaglia al valore o una borsa di studio logistica: semplicemente, la considerano uno strumento di lavoro.

Gualtieri non conosce il senso di colpa della competenza, comune a tanti suoi colleghi non del tutto illetterati che tendono a insabbiarla, come se fosse il peccato originale della loro mancata popolarità. Anzi ritiene i suoi saperi vantaggiosi sia per sé che per i suoi potenziali amministrati e l’onestà intellettuale con cui, anche in una campagna elettorale come quella che lo vede contrapposto a candidati più accesi o meno forbiti di lui, tende a palesare non solo la sua dottrina e la sua esperienza, ma anche i sacrosanti benefit accessori che esse gli hanno procurato, come le benedizioni delle oligarchie culturali o i codazzi che lo stimano veramente. Cose che non lo renderanno una principessa pop nelle periferie di Roma, ma almeno lo fanno funzionare alla grandissima nel centro storico.

Nello stupendo complesso del Pio Sodalizio dei Piceni, la sera del 28 settembre, Gualtieri è atteso da un conclave di amministratori pubblici convenuti da ogni regione del Paese per il Festival delle città, nonché per incoronarlo principe in pectore dei sindaci italiani.

Dopo essersi mosso, discretamente come solo un ex ministro in grisaglia può fare, attraverso il labirinto di cortili e cappelle del palazzo, Gualtieri trova la strada per il giardino interno, dove Walter Veltroni lo sta per investire ufficialmente come suo erede. Veltroni dapprima mette le mani avanti, per creare suspense: “Gli amministratori non vengono valutati per la bellezza delle loro interviste”, ma subito dopo affonda: “Le caratteristiche fondamentali di Gualtieri sono la competenza e la capacità di capire e affrontare i problemi”.

Gualtieri non è da meno: “Esclusi i presenti, il mio sindaco preferito di Roma è stato Petroselli”. Il candidato prosegue ringraziando Draghi per la candidatura di Roma a sede di Expo 2030. Esulta per un allineamento favorevole degli astri: oggi la messa a terra delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, poi il Giubileo del 2025, poi ancora, nel 2033, il bimillenario della passione di Cristo. “Così, finita la pandemia, potremo conoscere lo storico valore spirituale dei popoli che si riabbracciano”. Non c’è nulla che Roberto non sembri poter affrontare grazie al giusto mix di PNRR, scadenze cristiane o cristologiche e relazioni istituzionali. La sua visione del mondo è basata su un sistema trinitario costituito da Dio, Patria e finanziamenti europei.

Sentire Gualtieri e Veltroni conversare dopo anni di salvinismo e diverse settimane di campagna per il Campidoglio, è come guardare una serie tv ucronica in cui le forze del male oratorio non hanno trionfato e la consecutio temporum e i nessi causa-effetto sono ancora vive e lottano insieme a noi. Gualtieri non farà mai battute spiazzanti alla Ivo Karlovic ma almeno ha un fair play da Roger Federer. “Ci sono candidati che hanno conosciuto un tasso di polemiche più alto e altri più basso. Io ho abbassato la media perché ne ho fatte zero”.

Dopo averlo visto schitarrare in piazza Testaccio o passeggiare per la borgata di Massimina, questa ambientazione lo fa sembrare un delfino ferito e guarito che riprende forza e dà i primi colpi di coda in mare aperto.

Quando parla Gualtieri parlano anche tesorieri di fondazioni, membri di comitati dei garanti, consigli di indirizzo scientifico. Non ha alcuna velleità, come in suoi competitori, di essere un tribuno del popolo, ma accetta volentieri e con gratitudine, il suo destino di tribuna d’onore. Deve essere il lato positivo dell’apparato. Avere come pubblico un intero popolo o ciò che si considera tale può risultare soverchiante o fuorviante. Invece rappresentare un insieme di persone più ristretto è il primo passo per essere più realistici ed efficaci.

Gualtieri è soddisfatto di sé e non avrebbe alcun motivo di non esserlo. Se fosse un poster motivazionale non reciterebbe mai una frase fatta sul cambiamento fine a sé stesso o un motto consolatorio sulla falsariga di La vita non è aspettare che passi la tempesta ma imparare a ballare sotto la pioggia. È più probabile che sulle pareti del suo ufficio si trovi semplicemente un ombrello di squisita fattura inglese, fabbricato su appointment reale, o una targa in ottone con inciso qualcosa come Sii la stasi che vuoi vedere nel mondo. Perché provare a migliorare qualcosa che è già perfetto, così com’è?

Per i tanti giovani politici di centrosinistra più o meno rampanti presenti, rapidamente illusi e poi altrettanto rapidamente delusi dai toni accattivanti ma prevaricatori del rap politico di Renzi, Gualtieri è l’occasione di un sano revivalismo del bel canto all’italiana. Quando non v’è alcuna certezza o prospettiva, come sanno bene categorie di lavoratori dalla vita ben più difficile di quella della classe politica, la cosa migliore è rifugiarsi nel passato. Perfino Enrico Letta, con le sue partite a Subbuteo, le sue ospitate in maniche di camicia a Propaganda Live, presenta il vizio di essere troppo fresco agli occhi di questi giovani assetati di senescenza, dignità e solennità, che darebbero volentieri tutti i loro follower su Instagram in cambio di un briciolo dell’assennatezza di Gualtieri, o anche solo di un pomeriggio in sua compagnia alla Fondazione Gramsci, sorseggiando una cedrata e discettando del giusto bilanciamento tra esplorazioni periferiche e sani rientri in centro per la presentazione di un nuovo volume su Togliatti o delle esequie di un vecchio compagno.

“Ero a una cena di universitari per Gualtieri e c’era il 50% dei migliori climatologi mondiali. Dicevano che se non fermiamo le emissioni – che non è mica un lusso radical chic – qui si inonda tutto. Il PNRR per fortuna ha i soldi per piantare un milione di alberi a Roma”. Continua: “La politica sociale è la prima cosa che deve fare un sindaco di Roma: munirsi di ago e filo e ricucire il rapporto tra periferia e centro, portando le cose belle e i servizi in periferia”. Le tre campane di San Salvatore in Lauro (la chiesa annessa al Pio Sodalizio), intitolate rispettivamente al Beato Giovanni Paolo II, a san Padre Pio e a san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, cominciano a suonare, a confermare la bontà della posizione espressa e a sottolineare che la combo tra prestigiose radici di sinistra e un pizzico di misticismo ecclesiale potrebbe costituire un’arma letale in mano a Gualtieri.

Ma il più grande vantaggio competitivo che Roberto possiede su rivali come Carlo Calenda e soprattutto Enrico Michetti è che è l’unico tra di essi che sembra già un sindaco, prima di esserlo. Vantaggio di non poco conto se si considerasse che Virginia Raggi, dopo cinque anni, non lo sembra ancora.

L’unico difetto in grado di minare le probabilità del prossimo successo elettorale di Gualtieri è che votarlo, almeno sulla carta, sarebbe la cosa giusta. Forse troppo giusta, un po’ sospetta, per questa Roma che preferisce rovistare nell’immondizia alla ricerca di fiori del male che imparare di nuovo a godersi le proprie bellezze per quello che sono; bellezze che non includono solo palazzi, chiese e primi ipercalorici, ma anche talenti amministrativi come quello di Roberto Gualtieri. Talenti non più numerosi e ben nascosti; eppure ne esistono ancora e, quando escono allo scoperto, sanno illuminare con la loro saggezza la grande rotatoria della politica, l’unica strada in grado di portarci avanti, anche se torniamo indietro.

Ci sono pochi popoli che hanno saputo e sanno fare i conti con la prospettiva della loro decadenza e/o fine così spesso ed efficientemente come quello di Roma. Chissà che i romani non vogliano voltare le spalle a un sindaco nominalmente salvifico come Gualtieri, proprio in nome della loro capacità di sguazzare nel declino. Ma li si potrebbe provare a convincere del contrario usando un argomento alternativo che somiglia molto alla scommessa di Pascal sull’esistenza di Dio. E se puntare tutto sul PNRR e sul decentramento dei servizi fosse un po’ come credere troppo al Paradiso? In tal caso anche i romani più autodistruttivi possono procedere con fiducia a votare Gualtieri così com’è.