Roberto Formigoni è fuori dal carcere, un’ottima notizia. Per tutti | Rolling Stone Italia
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Roberto Formigoni è fuori dal carcere, un’ottima notizia. Per tutti

Un Paese che gode a sapere in prigione un 70enne, chiunque sia, è un Paese malato. Perché la lotta contro il debole di turno e il giustizialismo sono i peccati originali che ci hanno portato in fondo all'abisso in cui ci troviamo oggi

Foto Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Roberto Formigoni, allora Presidente della Lombardia, all'inaugurazione della stazione di Affori a Milano nel 2011

Dopo cinque mesi di carcere a Bollate Roberto Formigoni va ai domiciliari. La notizia è di queste ore: il giudice del tribunale di Sorveglianza di Milano ha accolto la richiesta degli avvocati del politico, che nel primo pomeriggio ha potuto lasciare Bollate per raggiungere la casa di un amico che lo ospiterà nei prossimi mesi, in cui rimarrà comunque sottoposto alla misura cautelare. I giudici ritengono che l’ex presidente della Lombardia abbia compreso i propri errori. Inoltre, da quanto si apprende, sarebbe stato “premiato” il buon comportamento e il basso profilo tenuto durante la sua permanenza nella struttura. Soprattutto, Formigoni, che non ha più ruoli politici, non sarebbe più pericoloso per quanto riguarda i reati che gli sono stati attribuiti.  

Lo scorso 21 febbraio l’ex governatore del capoluogo lombardo è stato condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi per corruzione per le inchieste Maugeri e San Raffaele sulla sanità in Lombardia. La sentenza arrivava alla termine di un’inchiesta iniziata nel 2012, la più grave tra le numerose in cui l’ex Celeste era incappato nel tempo. Accusato di ogni tipo di reato, è stato capace di rimanere alla guida della regione più ricca d’Italia per 18 anni. La sua stagione è stata lunga e discretamente ignobile.

In Lombardia Roberto Formigoni ha incarnato un potere mai visto prima. Ha maltrattato le prassi democratiche, dal numero dei mandati alla questione delle firme false, e fatto sfoggio di manie di grandezza da oligarca, spendendo centinaia di milioni per la costruzione di Palazzo della Lombardia. Ha dato vita a uno spoil system senza limiti e permesso a Comunione e Liberazione di innervarsi in ogni ganglio redditizio della società. È stato tra i principali artefici di quel complesso di superiorità da cui questo territorio ancora fatica a smarcarsi. E che, non di rado, scaturiva nell’illecito: se si produce e si fa andare avanti il Paese, si può fare tutto. A questo Roberto Formigoni ha sempre aggiunto atteggiamenti e uno stile personale indigesto, un mix di virtù pubbliche e vizi privati che mettevano assieme lo sbandierato voto di castità e le vacanze vanziniane sullo yacht in Sardegna.

Chi scrive ha seguito con passione il suo apogeo politico, e provato a raccontarlo. Fino a farsi una serie di convinzioni su Roberto Formigoni, sulla dannosità della sua interminabile permanenza al potere e sulla tossicità della sua eredità per il territorio che ci ospita. Allo stesso tempo la sua condanna non ha stupito in alcun modo chi ne aveva approfondito la biografia: lo scandalo della sanità privata in Lombardia, fiore all’occhiello degli anni del “formigonismo” e insieme la sua rovina, era qualcosa di enorme, e le prove contro di lui e il suo sistema sempre più solide ogni giorno che passava.

Con la fine della sua esperienza in regione e poi in parlamento, inoltre, per lui i paracaduti politici erano terminati. Non era questione di “se”, ma di “quando” sarebbe finito in prigione. È accaduto lo scorso febbraio. La sentenza contro di lui è diventata definitiva e per Formigoni si sono aperti i cancelli di Bollate. L’attenzione sul suo ingresso in carcere è stata pornografica. I media hanno raccontato ogni dettaglio di design della sua cella, ci hanno fatto il racconto minuto per minuto delle sue giornate e spiegato chi fossero i suoi “vicini di camera” e quali reati tremendi avessero compiuto. Non si ricordano la medesima dedizione giornalistica e il medesimo sprezzo quando Roberto Formigoni era all’apice del potere e guardava tutti dall’alto al basso dal 39esimo piano del Pirellone Bis.

Iniziamo ad avvicinarci al punto, che con l’edonista penitente lecchese c’entra relativamente poco. Un Paese che sente il bisogno di prendersela con chi è nella polvere è un Paese che ha perso la rotta. Vale ogni giorno per il dibattito pubblico sui migranti e oggi vale per Formigoni, che, come sempre in questi casi, dopo oggi non è più “parente a nessuno”. Alzare la voce con chi è a terra e augurargli ogni male non serve a nulla, se non a offrire legittimazione e non disturbare chi sta al potere. Domani il fango spetterà a lui, ma per il momento è ben felice che la gogna altrui distragga il popolo dalle sue magagne. E pazienza se quello è stato tuo alleato per 20 anni, la gente dimentica in fretta in mezzo a questo caos di urla che si coprono l’un l’altra.

Formigoni esce dopo solo cinque mesi, un decimo della pena comminata. “Troppo poco”, strepitano ora in molti. “Fosse una persona qualunque marcirebbe in galera”. In realtà l’ex presidente lombardo è stata una delle prime vittime della “spazzacorrotti”, una delle poche leggi realmente approvate da questo governo, che ha limitato per alcuni reati la possibilità di godere di alcuni benefici di legge fin a quel momento riconosciuti ai condannati in via definitiva come la detenzione domiciliare per persone di più di  70 anni. Ma veramente per voi è giusto e importante che un 70enne, chiunque egli sia e qualunque cosa abbia fatto, se non più pericoloso socialmente, stia in carcere? Fate un po’ paura. 

E poi c’è l’altro terrificante tic di questa nostra Italia: il richiamo della foresta del manettismo giustizialista. Ci siamo caduti un po’ tutti negli anni passati, quando pensavamo che l’avversario politico fosse troppo indecente per meritare qualcosa di diverso dal sole a scacchi. Così facendo abbiamo iniziato a tracciare una linea irreversibile tra buoni e cattivi, e noi ovviamente stavamo dalla parte giusta del solco. Pian piano la società per come la conoscevamo, con le sue regole di convivenza, si è andata deformando. 

Sperare che qualcuno finisca in prigione e ci rimanga significa pensarlo irrimediabilmente marcio, e che la verità stia come sempre nel nostro taschino. Tipo la classe politica che ci guida oggi, quella per cui è sempre colpa dei governi precedenti. Gridando per anni all’indecenza di chiunque fosse sopra o accanto a loro, ci hanno convinto che tutto attorno a noi fosse schifo. E ora su quello schifo governano, senza alcuna competenza per farlo.