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Ricordate l’emergenza rom di Milano? 10 anni dopo è un modello di integrazione

Il 19 novembre 2009 i rom del campo di via Rubattino vennero sgomberati. Oggi 73 famiglie su 73 vivono in una casa e il 100% dei bambini frequenta le scuole

Ogni mattina, quando si fa una doccia calda prima di andare al lavoro, Adriana ricorda tutti quegli anni al campo, quando lavarsi era un’impresa. Quelle notti in cui non riusciva mai a riposare davvero, per la paura dei topi che si nascondevano nelle baracche di via Rubattino, a Milano. Né per lei, né per i suoi figli, allora, c’era alcuna prospettiva: essere rom era una condizione disperata, senza via d’uscita. Poi, come parassiti da eliminare, in fretta e nel modo più drastico, il 19 novembre 2009, tutti i rom furono cacciati dal campo, da quelle baracche, che erano comunque la loro casa. Uno sgombero durissimo che cominciò alle sei del mattino, mentre i bambini cercavano di salvare le loro cartelle e le mamme raccoglievano le loro poche cose. Diversi minori arrivarono ad essere sgomberati 20 volte in un anno, furono costretti a cambiare 8 scuole in tre anni. Sembrava l’epilogo disastroso di una storia amara.

E, invece, successe qualcosa di straordinario, se oggi, 10 anni dopo quel brutto giorno, la quasi totalità di quelle persone, 73 famiglie, vive in una casa, se in ogni nucleo almeno un adulto lavora, se il 100% dei bambini frequenta le scuole dell’infanzia, le primarie e le medie, se molti ragazzi studiano alle superiori e fanno volontariato. È successo che, di fronte a un tale accanimento, tanti cittadini della zona, accanto alla Comunità di Sant’Egidio, scelsero di stare accanto ai rom, di aiutarli a trovare un’alternativa, un’abitazione e un lavoro. Li ospitarono, decisero di essere solidali con loro: il caso di Rubattino rappresenta uno tra i più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia.

Adriana, oggi, lavora come colf a casa di Maura Sianesi, avvocato: è la sua terza donna di servizio rom. La prima aveva 22 anni e viveva ancora in una baracca, quando cominciò a lavorare da lei. «Mi aveva ispirato fiducia da subito: conoscevo già tanti rom, e sapevo benissimo che non erano “ladri”. Nonostante abitasse ancora in una baracca, arrivava a casa mia sempre pulita e in ordine, anche quando il campo era allagato. Il suo desiderio più grande era quello di avere una casa, e infine ha ottenuto un alloggio popolare». Ha lasciato il lavoro quando è rimasta incinta del quarto figlio. Adesso c’è Adriana: «Tutte e tre avevano qualcosa da imparare, ma sono sempre state puntuali e affidabili. Io mi sono fidata di loro e la mia fiducia è stata ricambiata, nonostante le amiche mi chiedessero se fossi impazzita».

I pregiudizi sui rom sono duri a morire. C’è chi crede che scelgano loro di vivere nei campi. «A nessuno piace vivere in una baracca fredda, senza acqua, in mezzo ai ratti. Le famiglie con cui ho legato sono tutte formate da persone perbene che vogliono un impiego e che sono molto consapevoli del pregiudizio nei loro confronti». Adriana lavora anche in un’impresa di pulizia, ma nasconde le sue origini con i capi e anche con i colleghi: teme di essere licenziata perché rom. «Faccio finta di essere romena», spiega timidamente, «perché loro sono un po’ razzisti».

A Maura Sianesi, invece, non è mai importato: «Quando conosci le persone, non ti interessa quale sia la loro etnia. Io volevo dare a qualche donna rom una possibilità di uscire allo scoperto, di emanciparsi dal ghetto. Se vanno a rubare, lo fanno per gli stessi motivi che potrebbero spingere anche un italiano a farlo. Ma, quando hanno una chance, si comportano esattamente come tutti gli altri: vanno a lavorare, vogliono una casa, fanno studiare i bambini». È il sogno di Adriana: vuole che i suoi figli, un giorno, possano dichiarare orgogliosamente di essere rom, senza paura di ritorsioni.

Dieci anni fa, ai tempi dello sgombero, nella classe in cui studiavano i bimbi rom del campo c’erano anche i figli di Assunta Vincenti, una maestra che viveva nel quartiere. «Ero all’oscuro del loro mondo: mi lasciavano un po’ perplessa e li sentivo distanti. Ma quello che successe il 19 novembre mi sconvolse profondamente, per la sua disumanità. Insieme ad altre mamme, andai al campo e cercai di trovare qualche soluzione per aiutare queste persone». Non fu semplice: «Bisognava sopperire alle esigenze primarie: tetto, cibo, vestiti. Ovunque si accampassero, i rom venivano cacciati: l’emergenza sembrava non avere mai fine. Invece, piano piano, sono state fatte cose grandiose, che non avrei mai immaginato».

Assunta aprì anche la sua casa: un bimbo di 12 anni, Marius, si ustionò con una pentola con l’alcol, con cui la sua famiglia cercava di scaldarsi, mentre nevicava. Le sue ferite si sarebbero infettate, se non avesse trovato un luogo pulito e caldo dove trascorrere la convalescenza. Assunta lo ospitò per tre settimane: Marius dormiva in camera con suo figlio. «Mentre io ero a scuola, se ne occupavano i miei vicini: fu un buon esempio di collaborazione fra famiglie. Il piccolo era affascinato dall’arredamento della casa e, durante la sua permanenza, si respirava una bella atmosfera: è nata una grande storia di amicizia, anche con la sua famiglia. E non c’è stato un solo momento di tensione». D’altra parte, Assunta non ha mai avuto dubbi: «Era un bambino in difficoltà. E i bambini in difficoltà si devono aiutare. Vanno difesi e protetti».

Da quando vivevano nelle baracche di via Rubattino, quei rom sono cambiati. «Il problema è che non siamo cambiati noi, che continuiamo a credere che sia normale che non abbiano diritti. Ma il punto è questo: a una persona privata dei diritti, non puoi chiedere di rispettare i doveri».

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