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Rai 2 è diventata un covo di nazisti e fanatici religiosi

Dopo Steve Bannon, ecco l'intervista della tv pubblica a Aleksandr Dugin, presunto ideologo di Putin. 2 minuti e 10 di pippone sovranista per dire quanto è bella la Russia e quanto sono bravi Salvini e Di Maio

È all’ora in cui – almeno al Sud – sulle tavole fa la sua comparsa la frittata, che un uomo con una lunga barba e l’occhio un po’ spento esordisce sullo schermo. “Aleksandr Dugin, politologo e filosofo”, lo introduce la presentatrice, rimarcando con il tono della voce la seconda parola. “Tra i più ascoltati dal presidente Putin”, aggiunge. Chi conosce a fondo la politica russa sa perfettamente che non è così, ma andiamo avanti. Perché il punto arriva subito dopo, e prima ancora che la linea passi a Mosca: “La differenza non è più tra sinistra e destra, ma tra popolo ed élite”, dice la giornalista, sintetizzando il pensiero dell’intervistato. Che inizia a parlare, e non smetterà più per 2 minuti e 10 secondi. È successo sabato sera, erano le 20 e 45. Dove? Su Rai 2, ma naturalmente

Vale la pena dare due informazioni in più su Dugin. Che per molti di coloro che lo hanno ascoltato, elettrizzati dalla sfida dei varietà del fine settimana, magari avrà anche detto delle cose di  buon senso. Nasce 55 anni fa nella capitale russa, e quando cade l’Unione Sovietica è in prima fila per contestare Eltsin e il nuovo corso che vuole dare al Paese: per lui i riferimenti rimangono gli zar vecchi e più recenti, come Stalin. Con lo scrittore Eduard Limonov fonda il Partito Nazional Bolscevico – i NazBol –, che sin dal simbolo mette assieme falco e martello e svastica, un sincretismo scandaloso e un po’ dadaista. Le cose vanno presto in malora, come racconta Emmanuel Carrère nel capolavoro Limonov, dove Dugin è dipinto come una persona sulfurea e approfittatrice.

Dugin diventa sempre più tradizionalista e teorizza la necessità di un impero che, a cavallo tra Est Europa e Asia, contrasti il disfacimento del mondo occidentale. Si avvicina a Putin, che nel frattempo si sta affermando come l’uomo forte del postcomunismo russo. Lo incontra, lo consiglia. Anche se considerarlo oggi l’ideologo del Cremlino è una forzatura, più corretti i paragoni – anche fisici – con Paolo Becchi, quel professore ligure (ex) amico di Grillo che si vede sempre in tv: entrambi borderline, comunque provocatori, mai del tutto centrali e centrati.

Questo è Aleksandr Dugin, che sabato sera per 2 minuti e 10 secondi ha parlato di Deep State alle nostre mamme e alle nostre nonne, di “globalismo totalitario, ingiuntivo e aggressivo” – qua sembrava più il compagno Folagra di Fantozzi –, di Soros e della sua manipolazione del mondo – un pizzico di antisemitismo vale sempre la pena buttarlo lì –, della “Russia simbolo della resistenza contro le èlite” e di Putin – nel frattempo scorrono le immagini di lui nelle vasche d’acqua gelida – che è “come Mosè, sta portando il popolo russo fuori dal deserto, ma non arriverà fino in fondo”. E, soprattutto, perché lì si vuole arrivare, “di Di Maio e Salvini che vanno incontro ai bisogni di popolo”.

Questo figuro – per molti versi affascinante – negli ultimi mesi ha fatto più volte avanti e indietro per l’Italia. Dove, fino a poco tempo fa, non era invitato nei salotti buoni, e nessuna telecamera gli regalava milioni di spettatori da indottrinare. La sua presenza era limitata ai circoli di estrema destra, per parlare con invasati religiosi e teste rasate. Come quella volta che brandì una lampada delle SS a Gavirate.

Il percorso è simile a quello di Steve Bannon, lui sì ideologo in prima linea di Donald Trump – poi rinnegato – e ora fondatore di The Movement, un’altra bella rottura di palle in vista delle imminenti elezioni europee. Anche Bannon, spregiudicato agitatore dell’Alt-Right a stelle e strisce, è stato spesso da queste parti, e a sua volta ha espresso a più riprese tutta la sua stima per Matteo e Gigi, i due alfieri della rivoluzione sovranista.

E anche Bannon, ci mancherebbe, qualche tempo fa è stato protagonista di una lunga intervista da prime time sulla seconda rete nazionale. A parte l’ironia del fatto che i paladini della difesa dell’Italia contro le ingerenze straniere continuino ad affidarsi a presunti pensatori tutt’altro che autoctoni, viene da chiedersi: è normale tutto ciò?

Non siamo nati ieri, e che la Rai sia il giardinetto di chi governa non è una novità. Che questo faccia schifo e renda una vergogna la richiesta del canone, per quanto ci riguarda, è altrettanto assodato. Ma quando anche i limiti della decenza saltano è un guaio. I leader precedenti, o chi per loro, hanno fatto cose censurabili riguardo alla Rai, Matteo Renzi è stato abbastanza tremendo in materia. Ma nessuno ha mai pensato di inserire all’interno di uno spazio privilegiato come il tg serale delle interviste fiume (2 minuti e 10 non è un tempo televisivo) a ideologi di riferimento del governo, anche fingendo di sorvolare su chi essi siano (che rimane il vero problema).

La chiacchierata con Dugin, inoltre, è andata in onda nel giorno in cui L’Espresso anticipava il suo scoop sui soldi piovuti dalla Russia a sostegno della Lega. Un minimo di buon senso avrebbe suggerito cautela, fare calmare le acque. Invece no, dritti come i panzer. Tutta la Rai è stata colonizzata con una voracità mai vista prima, ma è su Rai 2 – da sempre l’emittente più destra del panorama – che si esprime al meglio il tridente d’attacco Marcello Foa (prima certi abomini erano patrimonio del suo profilo Twitter, ora sono servizio pubblico)-Gennaro Sangiuliano-Carlo Freccero.

La furia iconoclasta di quest’ultimo – amico e collaboratore storico di Rolling Stone – nel nuovo corso si nota parecchio, se l’emittente continua a rilanciare (e fare sempre peggio) non può che essere una scelta sua. Lui è così: più sovranista del sovrano. Sul ritorno flash di Beppe Grillo in Rai ci eravamo già espressi, così come il surreale servizio sul signoraggio di Povera Patria. Poi c’è Popolo sovrano, che ha preso il posto di Nemo, uno dei migliori programmi degli ultimi anni: è identico, solo infinitamente più sciatto e complottista. Che la regola da quelle parti sia à la guerre comme à la guerre è abbastanza evidente: i danni potrebbero essere davvero profondi in un’opinione pubblica in eterno downgrade culturale e che non sa più riconoscere una fonte attendibile da uno stregone che sbraita.

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