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Quindi, Abramovich è stato avvelenato?

Lo scenario prefigurato dalle inchieste di 'Wall Street Journal' e 'Bellingcat' è quello che dipinge un “avvertimento” da parte della Russia, infastidita dall’atteggiamento “pacifista” e mediatore dell'ex patron del Chelsea. Ma i dubbi sulla vicenda sono ancora troppi

Foto di Craig Mercer/MB Media via Getty Images

Nella serata di ieri, il Wall Street Journal ha diffuso un’indiscrezione – confermata dal gruppo di giornalismo investigativo Bellingcat, che ha collaborato alla stesura dell’inchiesta – che ha finito per catalizzare l’attenzione mediatica internazionale: Roman Abramovich, ex patron del Chelsea e figura di spicco nella cerchia ristretta di Vladimir Putin, sarebbe rimasto vittima di un avvelenamento.

Uno scenario che ha riportato la mente ad alcuni episodi poco edificanti del passato recente, che riassumono bene i metodi russi di repressione del dissenso, come ad esempio il polonio somministrato nel 2006 in una tazza di tè gentilmente offerta ad Alexander Litvinenko, un ex agente russo fuggito in Inghilterra che morì in ospedale, o l’intossicazione da gas nervino subita dall’ex 007 moscovita Sergei Skripal e da sua figlia Julia nel 2018, quando entrambi furono ritrovati privi di sensi su una panchina di un parco a Salisbury.

Secondo quanto ricostruito dal quotidiano americano, i fatti risalgono all’inizio del mese, nella notte tra il 3 e il 4 marzo, durante la prima fase dei negoziati di pace tra Russia e Ucraina al confine con la Bielorussia – le trattative dovrebbero riprendere oggi in Turchia, ad Istanbul, dove Abrmovich ha scelto di ritirarsi come reazione alle dure sanzioni che il governo britannico ha imposto nei suoi confronti.

Sempre seguendo le rilevazioni di Wall Street Journal e Bellingcat, l’oligarca russo non sarebbe l’unica persona coinvolta nell’avvelenamento: sarebbero stati colpiti anche due negoziatori ucraini, tra cui Rustem Umerov, parlamentare e filantropo ucraino tartaro originario della Crimea – che, in un tweet, ha detto di stare bene e ha parlato di “yellow news”, chiedendo al suo pubblico di non credere a «informazioni non verificate».

I sintomi –  irritazione agli occhi e pelle squamata su viso e mani – avrebbero fatto la loro comparsa durante la notte: nel corso della giornata di negoziati, i tre avrebbero consumato soltanto del cioccolato e dell’acqua, circostanza che, secondo alcuni esperti, rafforzerebbe l’ipotesi dell’uso intenzionale di un agente chimico (una strada alternativa, ma meno probabile, è quella dell’irradiazione di onde elettromagnetiche).

I tre interessati ora stanno bene, ma le notizie su chi avrebbe tentato di avvelenarli scarseggiano, anche se i possibili responsabili vengono ricercati, giocoforza, nella cerchia dei funzionari russi favorevoli alla linea dura e contrari ai negoziati. C’è anche chi sostiene che si tratti di un’ipotesi priva di fondamento, come ad esempio un funzionario dell’intelligence statunitense intervistato dall’agenzia di stampa Reuters, secondo cui il loro malessere potrebbe essere stato causato da semplici «fattori ambientali» e non da un’intossicazione di qualche tipo – un’ipotesi che non regge, dato che nessun altro dei presenti è stato colpito dagli stessi sintomi.

Qualche ora dopo un dirigente dell’ufficio del presidente ucraino, Ihor Zhovkva, ha detto alla BBC che, sebbene non avesse parlato direttamente con Abramovich, i membri della delegazione Ucraina stavano bene e che uno di loro avrebbe smentito direttamente l’ipotesi dell’avvelenamento, definendola «falsa». Anche il capo negoziatore ucraino Mikhaylo Podolyak ha voluto spegnere i riflettori sulla faccenda: intervistato dal Kyiv Independent, ha derubricato la faccenda a semplice «speculazione», precisando che il suo team è al lavoro per individuare una soluzione pacifica del conflitto.

Anche il governo ucraino non ha fornito alcuna conferma ufficiale: un portavoce del presidente ucraino Zelensky si è limitato a raccomandare di «ascoltare soltanto le informazioni ufficiali» sottolineando che «circolano molte speculazioni al momento».

I dubbi, però, sono ancora tanti: ad esempio, secondo l’esperto di intelligence dell’emittente britannica, Frank Gardner, gli Stati Uniti avrebbero tutto l’interesse a smorzare i sospetti relativo all’impiego di agenti chimici da parte dei servizi segreti russi, per distendere il clima ed evitare di dover rispondere con una rappresaglia.

Lo scenario prefigurato dalle inchieste di Wall Street Journal e Bellingcat è quello che dipinge un “avvertimento” da parte della Russia, infastidita dall’atteggiamento “pacifista” e mediatore di Abramovich, che non avrebbe preso di buon grado la decisione di Putin di dare il via libera all’invasione dell’Ucraina, un po’ a causa dei contraccolpi finanziari che ha subito, un po’ perché l’atteggiamento aggressivo del leader del Cremlino sta spingendo Mosca a un isolazionismo che, alla lunga, potrebbe rivelarsi un boomerang.

È l’ipotesi avanzata dal giornalista Christo Groze (che scoprì l’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny). Ecco perché «il dosaggio e il tipo di tossina usata era probabilmente insufficiente a causare danni mortali, e molto probabilmente aveva lo scopo di spaventare le vittime invece di causare danni permanenti». Una supposizione rafforzata dal fatto che, qualche settimana dopo il presunto avvelenamento, una squadra forense tedesca avrebbe esaminato le tre vittime, senza però rilevare la presenza di un eventuale agente patogeno a causa dell’eccessivo lasso di tempo trascorso: secondo questa visione l’avvelenamento, quindi, non era destinato ad uccidere, ma avrebbe agito come un’intimidazione per riportare Abramovich a più miti consigli.