«Quante donne sono state molestate per costruire quella Tesla?» | Rolling Stone Italia
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«Quante donne sono state molestate per costruire quella Tesla?»

Sette donne hanno citato in giudizio l'azienda guidata da Elon Musk, denunciando ripetute molestie sessuali: un'inchiesta di Rolling Stone

Foto di Justin Sullivan/Getty Image

I valori della cultura aziendale, in America, sono dettati dai vertici. O, almeno, questa sarebbe l’idea. Il modo in cui un’azienda costruisce la propria immagine globale, in cui tratta i propri dipendenti, ciò in cui crede: tutto questo è stabilito dalla cosiddetta C-Suite (Con il termine C-Suite si fa normalmente riferimento all’insieme dei dirigenti più importanti di un’azienda, ndt). In alcuni casi questa filosofia è figlia di un singolo uomo (di solito si tratta di maschi) che si afferma come il volto dell’azienda: si pensi a Steve Jobs in Apple e a Jeff Bezos in Amazon. Questo tipo di approccio stile “lo Stato sono io” è evidente nel caso di Tesla: Elon Musk è Tesla e Tesla è Elon Musk. Ed è così fin dal 2008, anno in cui il sudafricano ha sottratto il controllo del colosso produttore di auto elettriche ai suoi fondatori.

Il consiglio di amministrazione non influenza le scelte di Musk. Ed è stato lui a decidere che il quartier generale di Tesla si sarebbe spostato dalla California al Texas. A lui piace sporcarsi le mani e, a volte, passa le nottate nella fabbrica di Fremont, California, dove vengono assemblate le auto. I suoi tweet possono causare impennate o crolli nel valore delle azioni di Tesla. In questo caso la sfera personale e quella corporate sono una cosa unica: questo non si discute.

L’estate appena trascorsa è stata molto impegnativa per Musk. Ha deciso di acquistare Twitter, poi ha cambiato idea. È diventato padre dei suoi figli numero 9 e 10 con una dirigente di una delle sue altre aziende (contemporaneamente, il papà di Musk, Errol, ha avuto un secondo figlio dalla sua figliastra). Poi è stato rinnegato dal suo terzo figlio, ha smentito di avere causato la fine del matrimonio del co-founder di Google e di avere offerto a una hostess un cavallo in cambio di un massaggio erotico (l’assistente di volo ha poi ricevuto un risarcimento che è stato addebitato, come spesa, nei conti di SpaceX, l’azienda aerospaziale di Musk).

In SpaceX non è stata una buona annata per le donne. A dicembre Ashley Kosak, ex ingegnere alle dipendenze dell’azienda, ha pubblicato un saggio in cui descriveva con dovizia di particolari un caso di presunte molestie sessuali sul lavoro. A giugno, poi, un gruppo di dipendenti di SpaceX ha diffuso un comunicato in cui si diceva che il comportamento da “frat boy” (membro di una confraternita universitaria, ndt) di Musk era «spesso una fonte di distrazione e imbarazzo” e gli si chiedeva di smettere di essere, in pratica, viscido. SpaceX ha indagato su queste lamentele per 24 ore e poi ha annunciato di avere «licenziato un certo numero di dipendenti coinvolti».

A latere, Musk ha continuato a dimostrare la sua passione di vecchia data per i meme col “69”, postandoli spesso ai suoi 105 milioni di follower su Twitter. Lui ha fatto del suo umorismo da geek il proprio marchio distintivo e l’ha reso una componente della strategia di marketing di Tesla. Cosa che, forse, l’ha aiutato a salvare l’azienda.

Nel 2016, Tesla aveva in catalogo 2 modelli: S e X. Entrambi erano stati accolti molto bene e avevano avuto un grande successo nel mercato della auto elettriche che prima di allora era ristretto: ma non era ancora abbastanza per tenere a galla un’azienda gigantesca. Il modello successivo, quindi, avrebbe determinato il futuro di Tesla. Dopo una roadster e un SUV, la terza auto di Tesla sarebbe stata una berlina classica, ma Musk doveva fare qualcosa di speciale. Il suo piano era di commercializzare un CUV col nome di Model Y e una berlina chiamata Model E, così da completare la linea di macchine battezzata “S-E-X-Y” a cui da anni accennava su Twitter e nei discorsi.
Però la Ford, storica produttrice della Model T, ha iniziato a lamentarsi per violazione del copyright e a minacciare azioni legali in quanto detentrice dei diritti per il nome Model E. Quindi Musk ha cambiato il nome dell’auto in Model 3. L’azienda ha poi iniziato a vendere magliette e tazze con il logo S3XY.

Per via della crescente domanda di veicoli elettrici e grazie alla campagna S3XY, la Model 3 è stata un grandissimo successo. Dall’uscita, nel luglio del 2017, Tesla ne ha venduti 3 milioni di esemplari e il valore delle azioni dell’azienda è salito dai 62 dollari dell’inizio del 2018 a più di 1.200 (al 1° novembre 2021): la Model 3 ora è il veicolo elettrico più diffuso al mondo.

Musk è diventato l’uomo più ricco del pianeta e ha continuato con la sua strategia da “frat boy” nei panni di businessman. Nel luglio del 2020 ha annunciato la messa in vendita di un numero limitato di short rossi in raso con la scritta S3XY sul sedere, una palese presa in giro per chi aveva venduto le azioni di Tesla perdendo miliardi quando erano aumentate enormemente di valore. Così Musk ha twittato, pubblicizzando gli short: «A soli 69,420 dollari” (gli piacciono molto anche i meme sull’erba – 420 è infatti un termine che identifica la cultura del consumo di cannabis). E sono andati esauriti in pochi minuti.

La campagna di marketing S3XY per la Model 3 includeva la vendita di pantaloncini corti in raso rosso.

Alisa Blickman nel 2021 non sapeva nulla di tutto ciò: cercava solo un impiego. Era stata scaricata dal suo lavoro precedente a Oakland, quando la pandemia aveva demolito l’economia della Bay Area. Blickman sapeva però di dover provvedere da sola al mantenimento di suo figlio e Tesla offriva un salario di 21 dollari all’ora, più gli straordinari pagati.

Si è quindi candidata online, lo scorso autunno, e dopo poco è stata chiamata. Pochi giorni dopo ha guidato per il centinaio di chilometri che separavano il suo appartamento di Pittsburgh da un Marriott nei pressi dello stabilimento di Fremont, per seguire un corso di orientamento. Dice che dal momento in cui è entrata nella sala conferenze ha percepito una sensazione spiacevole. Un uomo con una maglietta S3XY ha accolto lei e le altre persone neoassunte; poi ha iniziato a parlare dell’azienda dicendo che «le Tesla sono molto sexy» e «queste sono auto sexy».

Blickman non era una fan dei veicoli Tesla, per cui non capiva perché si parlasse tanto di cose sexy in un meeting di benvenuto in una grande corporation. «Ho pensato che fosse molto strano», mi dice. Siamo seduti nella zona della piscina, deserta, del suo condominio. È giugno, ma lei indossa un piumino e ogni tanto rabbrividisce. Mi domando se sia dovuto al vento freddo del mattino o al ricordo della sua esperienza in Tesla. Un anno dopo l’assunzione, Blickman è una delle 7 ex dipendenti ad avere fatto causa per molestie sessuali all’azienda, nel giro di 10 mesi. Le donne, la maggior parte delle quali sono state licenziate, riferiscono tutte di un livello di molestie sessuali che dipinge un quadro simile a ciò che si poteva vedere in uno degli “oscuri mulini satanici” di Blake, piuttosto che al ritratto di una corporation di successo della Silicon Valley, votata alla salvaguardia dell’ambiente.

La storia che segue si basa su documenti presentati nell’intentare le cause e su interviste con 5 delle donne coinvolte, alcuni loro amici e colleghi di lavoro. Nelle cause e nelle interviste, queste donne descrivono un luogo di lavoro in cui le molestie sessuali, la cultura dell’indifferenza e l’ostilità nei confronti delle loro lamentele erano la regola.

Tesla, che non ha un ufficio dedicato alle pubbliche relazioni dal 2020, di norma non risponde alle domande della stampa. E così ha fatto con le nostre ripetute richieste di commentare l’accaduto. Tesla si è anche appellata alla clausola di arbitrato compresa negli accordi firmati dal personale e ha negato le accuse mosse dalle donne. L’azienda afferma in un documento: «Tesla ha sempre, e continua a farlo, proibito ai propri dipendenti qualunque forma di molestia sessuale». Ed enfatizza il proprio impegno per assicurare «un ambiente di lavoro sicuro e rispettoso», allegando dichiarazioni di personale impiegato in diversi ruoli. Cita poi il proprio training anti-molestie e i programmi del tipo “se vedi qualcosa, dillo” e “agisci” che “danno ai dipendenti gli strumenti per riferire problemi di ogni tipo”. Afferma anche di condurre «indagini immediate e mirate sulle molestie sessuali che, se ci sono gli estremi, portano a provvedimenti disciplinari appropriati, fino all’estremo del licenziamento». Raggiunto telefonicamente, il legale principale dell’azienda, Sara A. Begley dello studio Holland & Knight, ha confermato di avere ricevuto le richieste di Rolling Stone, trincerandosi poi dietro a un secco no comment.

Tesla non ha risposto neppure alle domande sull’immagine pubblica ipersessuale di Musk e su come, potenzialmente, potrebbe causare una cascata di conseguenze dannose imprevedibili. Nel caso di Blickman, lei afferma che i problemi si sono manifestati fin dal primo incontro. Ricorda che l’uomo con la maglietta S3XY ha iniziato a leggere con voce monotona le varie policy di Tesla. Arrivando al punto sulle molestie sessuali, secondo Blickman, avrebbe mostrato un video tutorial in cui molti esempi mostravano donne che molestavano uomini. Lei non riusciva a credere ai propri occhi. «Ho pensato: “Se mi dovessero molestare, a loro non importerà”», dice Blickman.

Nel suo primo giorno di lavoro racconta di aver visto un collega fotografare il sedere di una donna, mentre altri uomini osservavano in silenzio. Nel giro di poco tempo le foto giravano per tutto lo stabilimento. Blickman sostiene di essere andata dalla collega durante una pausa e di averle chiesto se stava bene. Lei avrebbe scrollato le spalle: «Ci sono abituata. Stronzate del genere sono all’ordine del giorno».

Subito, dice Blickman, ha tenuto la bocca chiusa. Quasi ogni giorno sentiva i colleghi dello stabilimento fare apprezzamenti sulle donne: «Oh, me la farei», «Me la scoperei», «Ha un culo da 10». Lei aveva lavorato per parecchi anni in un ambiente prevalentemente maschile, come autista per le consegne, e sapeva come mettere al loro posto un paio di mele marce. Il problema, dice, è che in Tesla le mele marce erano troppe.

Dopo poche settimane di lavoro in Tesla, riferisce che un collega le si è avvicinato e ha deliberatamente iniziato a toccarla, prima con un braccio, quindi con una gamba. Poi l’ha raggiunta durante una pausa e sorridendo le ha detto: «Sei proprio una bella ragazzina bianca». Afferma anche che l’uomo le ha mentito dicendo di essere un “capo”, ossia un supervisore, cosa che l’ha dissuasa dallo sporgere reclamo contro di lui. In un’altra occasione, racconta, ha intimato all’uomo di allontanarsi; riferisce anche che lui pare abbia manifestato a un paio di colleghi l’intenzione di uccidere lei e un altro dipendente. In seguito il management l’ha trasferito in un’altra area dello stabilimento, ma Blickman lo vedeva ancora regolarmente.

La donna ha provato a concentrarsi sul proprio lavoro, ma era sempre spaventata. «Era imbarazzante, ma non sono un’idiota», mi dice. «Avevo appena iniziato e che figura avrei fatto dicendo subito che ero stata molestata sessualmente?». Blickman ha poi iniziato ad andare al lavoro con una collega, Jessica Brooks, una delle 7 donne che hanno fatto causa a Tesla. Lei riferisce di avere iniziato a circondare la propria postazione di lavoro di scatoloni per evitare che i colleghi la guardassero insistentemente e conferma la storia di Blickman. Le due colleghe riferiscono che tutti i catcall e quei comportamenti orribili facevano loro desiderare di darsi per malate. Ogni giorno, affermano, sentivano uomini che parlavano delle colleghe e discutevano di quali fossero scopabili. Blickman dice di avere sentito un dipendente Urlare a un altro: «Mi piacerebbe farla piegare e aprirle le chiappe». Un altro avrebbe espresso le proprie preferenze sessuali: «Quando mi scopo una, mi piace sputarle in faccia».

Il primo supervisore di Blickman non ha voluto aiutarla perché, dice lei, era uno dei molestatori più incalliti. Ogni giorno, riferisce, la avvicinava da dietro e le faceva un massaggio non richiesto al fondoschiena. Blickman stringeva i denti sotto alla sua mascherina anticovid e aspettava che lui la smettesse (alla causa di un’altra delle donne, Tesla ha risposto con una dichiarazione di una collega, che pare lavorasse a contatto con Blickman e Brooks, secondo cui non avrebbe mai sentito o visto alcun segno di molestia sessuale nello stabilimento; molti altri lavoratori hanno rilasciato dichiarazioni dello stesso tenore, sottolineando che nel caso avrebbero riportato la cosa).

Tesla chiede ai propri dipendenti di fare alcuni minuti di stretching ogni mattina, prima dell’inizio del turno. Un giorno, dice Blickman, il suo supervisore le è arrivato da dietro e le ha sussurrato all’orecchio: «Mi dicono che sei una che non urla abbastanza forte». Lei racconta di essersi fermata e di avere guardato l’uomo: «Cosa?». L’uomo si è ritratto e ha riformulato la frase: «Mi dicono che sei una che non urla abbastanza forte “lavoro di squadra”».

In seguito, quel supervisore è stato trasferito ad altro reparto. Stando a Blickman, il suo dono d’addio è stato riferire al suo sostituto che lei non era “un buon elemento nella squadra” e suggerire che venisse isolata e impiegata in un compito più duro, nelle “tende”, una delle aree meno ambite dove lavorare.

Blickman riferisce di avere incontrato una collega fuori dall’orario di lavoro. Hanno parlato un po’ e Blickman le ha confidato di essere lesbica. Al che, pare che la donna abbia iniziato a farsi avanti in maniera molto aggressiva, ma Blickman le ha detto di non essere interessata a uscire con lei. La donna si è adirata e, dice Blickman, ha riferito a tutti gli altri dipendenti in Tesla che lei era omosessuale. Questo, secondo il racconto di Blickman, ha originato una nuova ondata di molestie. Pare che la donna che le aveva scoperto gli altarini cercasse di attirare la sua attenzione con mosse insistenti: anche seguendola in bagno e spiandola da sotto le porte.

Stando a Blickman, il dipartimento risorse umane di Tesla è stato meno che inutile (una dichiarazione depositata da Tesla afferma che in seguito sono state rafforzate le procedure di training e di azione contro le molestie sessuali). Blickman dice di avere trovato un solo collega uomo comprensivo. Ascoltava le sue lamentele e, ricorda lei, «non era un maiale, ma era l’unico in un mare di porci. Ce n’erano troppi lì dentro».

Col passare dei mesi, Blickman ha iniziato a trovare sempre più difficile trascinarsi fuori dal letto alle 4:30 del mattino per percorrere i 90 minuti di strada per fare il suo turno da 12 ore. Era arrivata al punto di bere e fumare troppo. A ogni pausa sentiva l’impulso di fuggire dallo stabilimento. Mi dice che, nell’autunno del 2021, ha chiesto di essere trasferita a uno dei centri servizi di Tesla. Ma c’era un problema coi suoi documenti – non sa se la cosa sia stata fatta di proposito o fosse solo frutto di incompetenza.

A ottobre Blickman ha preso malattia a causa del Covid. Mentre era a casa, ha scritto al dipartimento risorse umane dicendo che le serviva un congedo per stress. Ha descritto alcune molestie che avrebbero subito lei e altre donne. Le risorse umane hanno proposto un meeting di persona, ma poi, dice Blickman, non ha più avuto loro notizie, per cui non si è ripresentata in fabbrica. È stata lasciat a casa dopo aver ricevuto una lettera che diceva che la policy aziendale prevedeva il licenziamento per chi non si fosse presentato per due giorni di fila senza preavviso. Dopo avere stoicamente resistito per tutta la nostra conversazione, gli occhi di Blickman si riempiono di lacrime: «Cercavo solo un posto dove lavorare senza essere infastidita e molestata. È chiedere troppo?».

Le chiedo se secondo lei la passione di Musk per quell’umorismo da confraternita studentesca possa avere contribuito a far credere ai dipendenti di Tesla di poter dire ciò che vogliono alle donne. «Sicuramente», è la sua risposta. «In quella fabbrica c’è gente che lo vede come un dio. E se lui parla così, loro sentono di poter fare la stessa cosa».

Non c’è alcuna prova che Musk fosse a conoscenza di queste molestie riferite a proposito dello stabilimento di Fremont, prima che le donne facessero causa. Certo è difficile immaginare che una persona abituata, come lui, a sporcarsi le mani nello stabilimento non avrebbe ironizzato sulle lamentele a proposito di quella cultura tossica diffusa descritta dalle ex lavoratrici. E perché non ne era a conoscenza?

C’è una comunità nascente in quella che una volta era una landa desolata nei pressi dello stabilimento Tesla di Fremont. Per anni Warm Springs è stata un’area industriale triste, in cui la gente abbandonava immondizia e auto da rottamare, oltre a dedicarsi ad attività losche. Ora lì è sorta una scuola elementare (la prima costruita a Fremont da 25 anni a questa parte). È a 15 minuti di camminata, su marciapiedi nuovi di zecca, da una fermata del Bay Area Rapid Transit (inaugurata da poco) che collega la cittadina di colletti blu a San Francisco. I viali sono ampi e ci sono molte colonnine per la ricarica di veicoli elettrici. Le villette a schiera all’angolo fra Innovation Way e Synergy Street sono valutate un milione e 400mila dollari l’una.

Al momento a Fremont vengono prodotti più della metà degli esemplari di Tesla venduti nel mondo. Lo stabilimento apparteneva alla General Motors e Tesla l’ha comprato per 42 milioni di dollari nel 2010. Appena 12 anni dopo quello di Fremont è divenuto lo stabilimento di produzione di automobili più produttivo del Paese, con quasi 8.550 auto elettriche assemblate alla settimana, nel 2021. Numeri che vengono strombazzati come a voler ribadire il genio di Musk.

Comunque Tesla non è estranea a contenziosi legati alla propria cultura del lavoro. Nel 2021 una giuria ha giudicato colpevole l’azienda in una causa per discriminazione razziale intentata da un dipendente di colore che lamentava l’utilizzo diffuso della parola “negro” nello stabilimento e riferiva di scritte razziste sui muri. Tesla, dopo il verdetto, ha contestato le conclusioni del tribunale e ha assicurato ai propri dipendenti che i fatti in esame non erano tali da giustificare quella decisione della giuria.

La scorsa primavera, 15 dipendenti di Tesla hanno fatto causa all’azienda sostenendo che i lavoratori di colore spesso erano accolti dai superiori bianchi con commenti del tenore di «Benvenuti in piantagione». Lamentano anche che le persone di colore si vedevano assegnare i compiti più ingrati. «La razza, in Tesla, non ha alcuna importanza nelle mansioni, nelle promozioni, nella paga o nella disciplina», hanno spiegato i legali dell’azienda in una dichiarazione ufficiale. «Tesla vieta le discriminazioni, in ogni forma».

A febbraio c’è stata invece una citazione a giudizio da parte del California Department of Fair Employment and Housing per discriminazione razziale e molestie presso lo stabilimento di Fremont. In un comunicato ufficiale, Tesla ha definito la causa “sbagliata” e ha negato ogni accusa, bollando il procedimento come «ingiusto e controproducente, specialmente perché le accuse si riferiscono a eventi risalenti ad anni fa».

I difensori di Tesla potrebbero ribattere che ogni grande azienda deve affrontare cause legali, problemi con le risorse umane e dipendenti insoddisfatti. Eppure Tesla sembra rappresentare un caso limite, sia per la quantità delle citazioni in giudizio ricevute in rapida successione che per la natura delle accuse. Inoltre la maggior parte delle aziende non hanno un leader che ama sovvertire le regole come Musk, che nei suoi tweet butta lì l’idea di una nuova scuola il cui acronimo diventa TITS (tette, ndt): «Sto pensando di fondare una nuova università: Texas Institute of Technology & Science… avrà un merchandising pazzesco».

Nelle cause intentate dalle donne si descrivono vari incidenti che variano dalle richieste di “lavoretti di mano” allo stalking nel parcheggio da parte di colleghi ubriachi sul posto di lavoro. Mentre i singoli casi stanno seguendo il loro iter giudiziario e Tesla nega ogni addebito, le ripercussioni per le donne coinvolte sono state catastrofiche. Una di loro non è riuscita a uscire dalla propria camera da letto per settimane. Altre si vergognano: una reazione molto comune fra le vittime di molestie sessuali. Altre ancora hanno difficoltà a riprendere la propria carriera lavorativa dopo che l’esperienza in Tesla ha aperto un buco nero nei loro curricula.

CHRISTOPHE GATEAU/PICTURE ALLIANCE/GETTY IMAGES

Dicono tutte a Rolling Stone di non capire perché i comportamenti che sostengono di avere subito siano stati, e forse ancora lo siano, tollerati da Tesla e da Musk. E ritengono che Musk sia da ritenere responsabile. Musk, sempre immodesto, ha proclamato di voler aumentare del 50% la produzione a Fremont nel futuro prossimo. Questo significa più posti di lavoro. Musk offre qualcosa di speciale a lavoratori che non potrebbero mai permettersi una Tesla entry level da 60.00 dollari, figurarsi una casa da un milione di dollari: una paga oraria di 21 dollari. Questo è un sogno per l’America dei colletti blu, dove la maggior parte dei lavori manuali è stata delocalizzata oltreoceano o in Messico. Uomini e donne che vivono in aree depresse come Antioch, Stockton e Modesto parlano elettrizzati della possibilità di raddoppiare i propri stipendi. Certo, 90 minuti di viaggio d’andata e altrettanti per il ritorno – molti di più se si utilizza il trasporto pubblico – sono un incubo. E sì, bisogna stare in piedi per turni di 12 ore in un ambiente non sindacalizzato, dove puoi essere licenziato in tronco senza giusta causa. Inoltre c’è stato un omicidio nel parcheggio, lo scorso dicembre, quando un dipendente sembra abbia aspettato un collega per sparargli. Eppure l’ottimismo aleggia nell’aria. Anche le donne che hanno fatto causa mi dicono di essere state entusiaste di lavorare in un luogo tecnologicamente avanzato che contribuiva a rendere migliore l’aria che respiriamo. Poi, dicono, la realtà ha colpito duramente.

Alize Brown pensava che, se avesse coperto il proprio corpo dalla testa ai piedi con vestiti oversize, sarebbe stata lasciata in pace. Era il 20 novembre scorso e gran parte dell’economia della Bay Area era ancora bloccata per il Covid. Lei aveva 21 anni, aveva un figlio di 3 mesi e il suo compagno era disoccupato. Brown non ha esitato quando un’agenzia per l’impiego le ha offerto un lavoro nel reparto di fusione di componenti metallici in Tesla. Dice a Rolling Stone di avere sentito da una cugina che aveva lavorato in Tesla che l’ambiente era duro, per una donna. Ma spiega di avere pensato che fosse un’esagerazione.

Racconta di avere salutato, pochi giorni dopo, il suo bambino alle 4:30 de mattino per andare al lavoro. Alle 6 ha timbrato e ha visto che la sua postazione non era dentro lo stabilimento, ma fuori, in un’area che tutti chiamavano “le tende”, dove avrebbe dovuto immergere parti metalliche in un liquido chimico bollente per prepararle a essere modellate. Le sono stati dati dei guanti per proteggere le mani dai liquidi tossici, ma dice di avere subito notato che i colleghi avevano tutti delle bruciature sugli avambracci, là dove finiva il guanto. Le è poi stato chiesto di dare forma ai pezzi con un attrezzo. Racconta anche che c’erano altri pericoli. Prima di tutto il catcall dei colleghi maschi. Nella sua causa ne ha descritti alcuni: «Sei single?». «No, ho un compagno e un figlio». Secondo Brown gli uomini ridevano. «Chiunque sia l’uomo con cui stai non gli importa di te, perché stai lavorando».

Nei documenti prodotti da Tesla è inclusa la dichiarazione di uno dei superiori di Brown che dice di non avere mai notato alcuna molestia nei confronti della donna. Brown mi dice di avere informato il proprio supervisore del fatto che stava allattando e nel corso del turno di 12 ore avrebbe dovuto tirarsi il latte dal seno. Dice che la cosa ha fatto il giro dell’intero reparto e ben presto è diventata fonte di divertimento per i suoi colleghi, in particolare un uomo che ha sviluppato un’ossessione per lei. Ha iniziato a fare commenti, spesso riferendosi a lei chiamandola “mucca” o dicendo che bisognava “mungerla”. Lei racconta che, quando il latte le colava dal seno e macchiava la maglietta, il collega le diceva cose come: «Vedo che vai munta, oggi». Dice anche che l’uomo passava la maggior parte del turno a disturbarla, seguendola ovunque e parlando di continuo: «Sembri bella gonfia oggi».

Brown così ha deciso di fare tutto il possibile per distogliere l’attenzione da sé. Ha comprato una tuta da meccanico extra large per nascondere il proprio corpo e ha iniziato a indossare un cappello di lana per nascondere i capelli e una sciarpa per coprire il collo. A parte il viso, la sua pelle era tutta coperta.

«Volevo scomparire», mi dice Brown in uno Starbucks non lontano dal suo appartamento. Indossa un cappello di paglia sbarazzino e ha un sorriso amichevole, ma stringe i pugni per la rabbia. «Volevo solo fare il mio lavoro e andarmene a casa. Non me lo lasciavano fare».
Dopo un mesetto, dice, è andata dal suo supervisore uomo e si è lamentata del collega viscido: «Mi indirizza commenti molto sgradevoli. Mi sento a disagio. Potresti dirgli qualcosa?».

Stando ai documenti presentati da Brown in tribunale, il supervisore (che, dice, spesso la fissava esaminando il suo corpo dalla testa ai piedi) se ne è fregato. Lo stesso supervisore, nei documenti relativi a un altro dei casi, sostiene che nessuna delle lavoratrici sotto la sua responsabilità abbia mai reclamato con lui a proposito di colleghi che si rivolgessero a loro con linguaggio non appropriato e che in quel caso avrebbe trasmesso la segnalazione alle risorse umane.

La situazione è poi peggiorata. Lo stabilimento Tesla è enorme, ha 10.000 dipendenti. A parte la pausa pranzo, i lavoratori hanno diritto a 2 break di 15 minuti nel corso del turno di 12 ore. Brown doveva camminare velocemente per andare al gabinetto e tornare in tempo al lavoro, ma lei riporta che il collega la seguiva fino in bagno. Dice di averlo pregato di smettere di molestarla: lui ha solo riso e ha preso ad apostrofarla volgarmente. Brown dichiara anche di essere andata dal proprio supervisore chiedendo di essere spostata in un altro reparto, ma dopo poco il collega è stato trasferito nella stessa area e ha continuato a infastidirla.

«In cuor mio avrei voluto strozzarlo», dice. «L’avrei fatto con le mani e coi piedi. Ma sapevo che sarei finita in prigione e ho un bambino. Quindi non potevo far nulla». Brown dice che quello non era l’unico uomo a molestarla e aggiunge di avere chiesto ai colleghi di smetterla. «Non siamo a una festa, stiamo lavorando», ha detto loro. «Non sono qui per flirtare con voi. Questo lavoro mi serve. Per favore, lasciatemi stare».

Brown, nei documenti presentati, racconta anche un’altra storia. C’era un collega che puzzava di alcol e ha iniziato a farle domande molto personali sulla sua vita e su cosa le piacesse in un uomo. Una sera, poco prima dell’alba (lo stabilimento Tesla funziona 24 ore su 24), lei aveva finito il proprio turno e stava raggiungendo la sua auto. Quel grande parcheggio non era un luogo troppo raccomandabile (lì un dipendente ha sparato a un altro) di giorno, ma di notte, dice Brown, era molto peggio. Ha sentito il collega che le urlava di dargli un passaggio a casa, barcollando verso di lei. Brown ha iniziato a correre cambiando spesso direzione per seminarlo, ma non riusciva a essere abbastanza rapida per via dei pesanti strati di vestiti che indossava. È poi riuscita a lasciarlo indietro e a salire nella propria auto, ma prima di partire si è abbandonata a un grido di rabbia.

«Sono cresciuta a Oakland e so come evitare persone fatte di droga o sbronze, però non credevo che avrei mai dovuto farlo sul posto di lavoro», mi dice Brown. «Ma c’era il Covid. Mi servivano i soldi per il mio bambino». Si portava a casa lo stress dell’ambiente di lavoro e gridava contro al suo compagno quando lui le si avvicinava per darle conforto. Lui le ha suggerito di licenziarsi e Brown ha ribattuto seccamente che i soldi servivano. Per cui ha continuato ad andare in Tesla. Dopo un paio di mesi, Brown è andata al lavoro e il suo badge non funzionava. Ha chiamato un collega che ha chiesto informazioni al supervisore e Brown è stata informata di essere stata licenziata.

Il motivo? L’azienda sosteneva che lei aveva lasciato troppe volte la postazione di lavoro. Lei era devastata. «Cercavo solo di fuggire da quegli uomini che mi molestavano», dice. «Ho implorato che li spostassero o spostassero me. Non mi hanno mai ascoltata. Invece mi hanno licenziata».

Questo è accaduto 18 mesi fa. Da allora, dice Brown, lei ha dovuto lottare contro l’ansia e si agita quando deve uscire di casa per le normali commissioni. Ora lavora presso un salone di bellezza a San Francisco, ma mi dice che per lei è difficile prendere il treno BART per andare là. «Non sopporto che qualcuno si sieda dietro di me o a fianco», dice. «Ci sto lavorando».

Adesso la sua paura e depressione sembrano essersi tramutate in rabbia. Alla fine della nostra conversazione le chiedo se la gente comprerebbe le auto di Musk, se sapesse ciò che lei dice di avere subito negli stabilimenti dell’azienda. Fa una risatina e pensa a cosa farebbe lei se qualcuno le regalasse una Tesla: «Guiderei fino allo stabilimento e la brucerei lì davanti».

A Eden Mederos non piaceva il traffico, per cui spesso passava 14 ore al giorno al lavoro nel centro assistenza Tesla di Centinela, nella periferia di Los Angeles. Arrivava alle 6:30 del mattino e le piaceva la luce delle prime ore del giorno. Quella prima ora di lavoro non le veniva retribuita, ma in quel tempo lei faceva molte cose: apriva la sede, fissava gli appuntamenti e preparava le chiavi dei clienti che dovevano passare a ritirare il proprio veicolo. L’altra cosa che apprezzava di quei momenti era che non c’era nessuno che la molestasse.

Spiega che la cosa è iniziata subito, quando ha iniziato a lavorare per Tesla. La sua mansione ufficiale era quella di “concierge”, ma le sue responsabilità andavano dall’organizzare gli appuntamenti per le manutenzioni fino all’avere a che fare con i proprietari di veicoli Tesla che lottavano con l’ultimo aggiornamento della dashboard della loro auto. Mederos non aveva figli, per cui non aveva nessuna foto tenera con cui decorare la propria scrivania, ma le sono sempre piaciuti i dinosauri: «Sono una grossa nerd di Jurassic Park: è il mio guilty pleasure», mi spiega Mederos. «Mi piacciono e mi fanno sorridere».

Così, una mattina, ha portato dei piccoli dinosauri per decorare la propria scrivania: li ha messi sul piano ed è andata ad aiutare un cliente. Quando è tornata, mezz’ora dopo, dice di avere sentito molti uomini dello staff che ridacchiavano: i dinosauri erano stati piazzati in pose che richiamavano atti sessuali. Mederos non è stata sorpresa dalla cosa, spiega, vista la passione di Musk per i meme con il “69” e visto che (come hanno riferito altre donne con cui ha parlato Rolling Stone) i dipendenti uomini di Tesla la trovavano divertentissima, al contrario delle colleghe. Ha rimesso i suoi dinosauri a posto, ma ogni volta che si allontanava dalla scrivania scopriva che qualcuno li aveva nuovamente piazzati in pose volgari, così alla fine della giornata li ha portati a casa.

A quel punto, Mederos sentiva che reclamare non sarebbe servito. Riferisce anche che aveva da tempo smesso di consumare i suoi pasti sul luogo di lavoro perché, se mangiava una banana o uno yogurt, c’era sempre qualche collega uomo pronto a fare rumori allusivi e a chiederle: «Quanto te ne sta ancora in bocca?». Mederos dice anche che i colleghi passavano il tempo a lanciare monete o palline di carta contro di lei e le altre donne, nel tentativo di farle infilare nelle loro camicette.

Mederos di recente si è trasferita nell’area di Portland, Oregon. Le piace l’atmosfera rilassata e dice di essersi quasi ripresa dopo l’esperienza in Tesla durata dal 2016 al 2019. Ma, dopo averle parlato, non ne sono poi così sicuro. Quando è stata assunta da Tesla era entusiasta, dopo aver lavorato per 10 anni con bambini diversamente abili. «Pensavo di avere una bella corazza», spiega. «Nel mio lavoro precedente ero stata spinta giù da una scala». Riferisce di essere stata molto felice di lavorare per Tesla, un’azienda impegnata nella riduzione delle emissioni di ossido di carbonio. «Il pianeta sta morendo sotto ai nostri occhi. Era fantastico far parte di un’organizzazione che cercava di fare qualcosa per questo problema».

Ma da subito ci sono stati segnali allarmanti. Il centro assistenza aveva circa 30 dipendenti e solo 3 erano donne (anche le altre donne interpellate da Rolling Stone citano un rapporto uomini-donne di circa 10 a 1in Tesla). Poco dopo avere iniziato in Tesla, Mederos dice di avere fatto presenti al suo capo certi problemi di udito all’orecchio destro, su alcune frequenze. La voce si è sparsa e pare che molti degli uomini che lavoravano con lei abbiano iniziato a credere che fosse non udente. Riferisce che uno dei tecnici una volta avrebbe detto in sua presenza: «Non ho mai visto una ragazza bianca con un culo del genere». La stessa persona è poi venuta a conoscenza delle origini cubane di Mederos e lei dice che un giorno le avrebbe sibilato: «Questo spiega perché hai un culo così». L’atmosfera che si era creata avrebbe incoraggiato due altri dipendenti a chiederle se fosse in grado di tenere una tazza sul culo. Lo stesso tecnico, stando ai documenti presentati da Mederos, una volta avrebbe fatto commenti sul seno di una ragazza presente, senza scomporsi quando gli è stato detto che aveva solo 12 anni: «Quelle non sono tette da dodicenne», avrebbe ribattuto.

«Quel luogo era già tossico prima che arrivasse Eden», dice un’ex impiegata di Tesla che ha lavorato con Mederos e ha poi lasciato l’azienda perché pensava che quella cultura fosse inappropriata e repellente. «Ogni volta che arrivava uno nuovo sembrava una persona gentile, ma poi per il desiderio di integrarsi nel gruppo iniziava a comportarsi in maniera disgustosa. Altre donne sono state molestate, ma Eden ne ha subìte molte».

Mederos racconta che il suo primo supervisore era comprensivo, ma inutile perché le diceva che gli uomini in Tesla parlavano così. Ogni tanto ai dipendenti venivano mostrati dei video sul tema delle molestie sessuali, ma secondo Mederos non facevano che peggiorare le cose. I colleghi le toccavano le braccia e le gambe dicendo con tono canzonatorio: «Oh no, ti sto molestando». Dopo l’annuncio della linea griffata S3XY gli uomini nel centro assistenza hanno iniziato a definire ogni cosa “sexy” («Questa biro è così sexy», «Questa pinzatrice è così sexy»). «Se ne è parlato», spiega Mederos. «E loro dicevano: “Se lo dice Musk, perché non possiamo farlo anche noi?”».

Il suo secondo supervisore, stando alle sue testimonianze, è stato un incubo. Pare che le bloccasse l’accesso quando lei tentava di entrare in ufficio. Un giorno, racconta Mederos, lei e quel supervisore sono saliti su una Tesla per un test su strada. Sembra che, prima di uscire dal parcheggio, l’uomo le abbia messo una mano su una spalla dicendole che la sua forte personalità le impediva di fare carriera in azienda: «Dovresti essere più calma: è questo che ci si aspetta da una donna».

Mederos riferisce di essere scesa dall’auto al primo semaforo rosso e di essere tornata a piedi al centro assistenza. Dice poi di essersi rivolta alle risorse umane per sottoporre il proprio caso: il funzionario l’ha ascoltata e le ha proposto un incontro di persona. Lei era ottimista arrivando alla sala riunioni per il meeting, ma subito le sue speranze sono state demolite. Entrando nella stanza ha visto il suo capo seduto a un tavolo con la persona delle risorse umane. Mederos non credeva ai propri occhi. Le veniva da vomitare.

Riferisce che il responsabile delle HR le avrebbe detto: «Hai mosso delle accuse pesanti». Lei dice di avere provato a spiegare la situazione, ma il suo supervisore l’avrebbe zittita urlando: «Tutto quello che dici è un mare di cazzate!». E ha continuato a gridare finché non è uscito dalla stanza.
Mederos non riusciva a smettere di piangere e il funzionario delle risorse umane le ha detto di prendersi permesso per il resto della giornata. Mentre mi racconta questa parte della storia si blocca. Sono passati 2 anni, ma si sente ancora in colpa.

«Inizialmente ero scioccata», ricorda. «Poi ero arrabbiata con me stessa. Tutti mi avevano detto che se fossi andata dalle risorse umane sarebbe andata così. Lo sapevo che sarei rimasta fregata». Ha provato a farsi trasferire in un altro centro Tesla, ma dice che il suo supervisore ha fatto melina per mesi. Poi è stata spostata in un centro nella vicina Torrance. Per un po’ le cose sono andate meglio, poi (stando ai documenti da lei presentati) un giorno il suo vecchio superiore si è presentato lì senza motivo. Pare si sia seduto con fare minaccioso sulla scrivania di Mederos e abbia iniziato a parlarle, mentre lei evitava di guardarlo negli occhi.

«Cosa fai?».
«Lavoro».
«Strano».

Poi se n’è andato, ma di tanto in tanto è tornato per farle sapere che la stava tenendo d’occhio. Mederos riferisce di avere riportato l’incidente al proprio supervisore, ma lui non ha intrapreso azioni di alcun genere. In una conversazione successiva, dice di avergli chiesto perché gli uomini che facevano il suo stesso lavoro prendevano uno stipendio più alto e perché non aveva avuto una promozione, nonostante i feedback eccellenti ricevuti. Lui le avrebbe lanciato uno sguardo impassibile dicendole: «Se sei qui solo per i soldi, faresti meglio ad andartene ora». Mederos ha iniziato ad avere paura di andare al lavoro. Usciva di casa la mattina e man mano che si avvicinava al centro assistenza si faceva sempre più ansiosa. A novembre del 2019 il suo supervisore pare che l’abbia sgridata pesantemente per un errore che lui aveva commesso. Mederos è scappata verso la sua auto e se n’è andata, senza mai più rimettere piede in un ufficio Tesla.

«Sono scoppiata a piangere e ho detto al vice-manager che me ne andavo e non sarei tornata. Io non avevo mai lasciato un impiego prima. Mai», dice Mederos, che ha iniziato a lavorare a 14 anni. Ora sta meglio, a Portland. Ma a volte la rabbia ritorna. Di recente lei e il suo ragazzo hanno chiamato un’auto per farsi portare all’aeroporto: lui era felice che il veicolo fosse una Tesla. Diceva di avere sempre desiderato sedersi in una di quelle auto e lei si è arrabbiata con lui. Per un istante ride, al ricordo di quell’esperienza, ma poi si incupisce. «Mi piacevano molto quelle macchine», afferma con voce piatta. «Ora, quando ne vedo una, divento ansiosa e triste».

Il cambiamento parte sempre da un piccolo passo. Da un dipendente che non vuole accettare le cose così come sono. Da uno che ha il coraggio di parlare. In questo caso è stata una donna: Jessica Barraza. Un giorno il procuratore di San Francisco David Lowe ha ricevuto un messaggio vocale da lei. Con voce agitata, ma decisa, quella madre trentanovenne di 2 figli ha raccontato i suoi 3 anni d’inferno in Tesla. Lowe ha concordato un incontro con lei e dopo averla ascoltata, le ha posto una domanda difficile. Era sicuro che altre donne avessero sperimentato le stesse difficoltà: se la sentiva, Barraza, di esporsi e concedere delle interviste? Lei ha accettato.

Nel giro di un mese lo studio legale di Lowe aveva sentito altre 6 donne, che ora rappresenta nelle cause contro Tesla. Non si sono mai incontrate tutte insieme: in parte per via della pandemia, ma anche perché alcune di loro hanno il terrore delle interazioni sociali. Però 2 di loro mi spiegano che non avrebbero mai avuto il coraggio di farsi avanti, se Barraza non avesse compiuto quel primo passo. «Ci è voluto del coraggio per farlo», mi dice Lowe. «Non avremmo potuto mai venire in contatto con le altre donne. Jessica ha fatto sapere loro di non essere sole». Tutto ciò, però, per Barazza ha avuto un alto prezzo.

È un giorno della scorsa estate. La quiete del pomeriggio di San Francisco viene rotta da una moto rombante, in strada. All’ottavo piano, in una sala riunioni dell’ufficio di Lowe, il corpo di Barraza si contorce e sobbalza. Le mani le tremano. Il suo braccio (su cui ha tatuato i nomi dei genitori) culla un sacchetto pieno di medicinali per la depressione, l’ansia e l’insonnia (al momento è in congedo per motivi di salute dal lavoro in Tesla). Barraza non ha fatto nulla di male, ma si scusa: «Mi dispiace molto». Il suo labbro trema. «Dopo l’esperienza in Tesla i rumori forti mi spaventano». Scoppia in lacrime. «Mi vergogno perché mi hanno ridotto così».
Il padre di Barraza aveva un’officina di riparazione a San Jose. Fin da bambina lei ha sentito i discorsi macho degli uomini che parlavano di motori, quindi entrare nel mondo prevalentemente maschile di Tesla non la tangeva più di tanto. In più, nel 2018, lei e il marito Perfecto avevano due figli vicini all’età del college e i soldi servivano. Lei guadagnava appena 10 dollari l’ora in una boutique di Modesto e Tesla ne offriva 19 all’ora.

«Non avevo dubbi, volevo andare là. Non sono una grande ambientalista, ma pensavo che questa cosa avrebbe anche reso un po’ migliori le vite dei figli e nipoti”, dice. Sorride timidamente: «Poi sapevo che si lavorava molto coi robot e mi sembrava interessante”.

Ha iniziato a lavorare in Tesla installando ventole di raffreddamento. Assemblava una ventola e, quando un’auto le si avvicinava, doveva fissarla al suo posto. E avanti così per 12 ore. Il lavoro pesante non le creava problemi: a farlo era il comportamento che, stando a quanto riferisce, avevano i suoi colleghi. Barraza doveva attraversare tutto il piano per arrivare alla propria postazione di lavoro e dice che passando sentiva i dipendenti che le gridavano dietro: «Quella troia è bella ripiena», «Ha le tettone», «È una culona», «Oh cavolo, voglio scoparla a sangue». Dice che le tornavano in mente i film in cui un nuovo detenuto arriva in carcere e deve passare davanti agli altri già rinchiusi in cella.

Tesla ha presentato una mozione per chiedere un arbitrato vincolante per la chiusura del caso di Barraza, obiettando che quanto afferma «si basa su un racconto falsato e discutibile di eventi passati». A propria difesa Tesla ha portato numerose dichiarazioni giurate di dipendenti che dicevano di non avere mai sentito Bazarra lamentarsi per questi comportamenti e di non avere mai assistito a catcall o commenti osceni, che in ogni caso avrebbero riferito a chi di dovere. Tesla sostiene che Barraza avesse problemi a presentarsi sul posto di lavoro e un supervisore afferma che la donna gli avrebbe spesso detto di non avere voglia di lavorare.

Per tutto il primo anno, Barraza dice di avere resistito di fronte ai comportamenti che ha descritto. Le serviva quel posto e pensava che nessuno avrebbe ascoltato un dipendente che si lamentava per le condizioni di lavoro. Per cui ha sopportato. Inoltre, come Blickman, dichiara che alcuni dei capi erano fra i peggiori elementi. Stando al suo racconto, un responsabile del suo reparto aveva il suo numero di telefono per motivi di lavoro e ha cominciato a mandarle messaggi privati: «Penso che tu sia sexy da morire e vorrei spassarmela… ho sempre avuto una cotta per il tuo bel culo». Bazarra dice di avergli spiegato di essere sposata, anche se lui già lo sapeva. E l’uomo le ha scritto: «Sai che questo mi spinge a desiderarti ancora di più, vero?».

Come molte delle donne con cui parlo, oltre alle molestie verbali, nella sua causa, Barraza sostiene di avere avuto a che fare con uomini che la toccavano e si strusciavano contro di lei “accidentalmente” mentre cercava di lavorare. Un collega, dice, una volta non l’ha lasciata passare in uno spazio ristretto: invece l’ha afferrata per i fianchi e ha iniziato a muoverla. Dopo una collega donna le si è avvicinata, le ha piazzato una mano sul fondoschiena e le ha domandato: «Ma il tuo culo è vero?». Barraza è andata subito da un supervisore: «Se mi tocca ancora una sola volta la massacro».

Stando ai documenti, il supervisore le ha detto che non avrebbe fatto nulla e ha imputato la cosa a “differenze culturali”. Tesla invece sostiene che il racconto di Barraza è falso, che è stata lei a non volere fare un reclamo alle risorse umane e che la donna era una persona anziana filippina e non parlava bene l’inglese. Tesla sostiene anche che il supervisore di Barraza ha poi parlato con quella donna, nella sua lingua, e le ha spiegato che non è mai appropriato toccare gli altri sul luogo di lavoro.

Barraza dice che, dopo un po’, ha smesso di riportare gli incidenti ai supervisori. Era una dura, ma dopo 2 anni ha iniziato a crollare. Quando era a casa si faceva coraggio dicendosi che lo stava facendo per i figli. Ma non riusciva a dormire la notte.

Un giorno, spiega nei documenti, ha strisciato il suo badge e mentre stava andando via un uomo le ha messo una gamba fra le sue e ha iniziato a strusciarle contro i genitali. Lei ha urlato: «Ma che cazzo!?». Lo sconosciuto ha sorriso: «Oh, chiedo scusa». E poi è scomparso nello stabilimento. Barraza è andata alla propria postazione e dice di avere avuto un attacco di panico.
«Mi ha telefonato presto, quella mattina», mi riferisce una collega che ha assistito molte delle situazioni descritte da Barraza. «Era completamente sconvolta. A pezzi».

Barraza è fuggita dalla fabbrica e dice di avere raccontato telefonicamente al suo supervisore l’accaduto. Le è stato detto di prendersi i giorni liberi che le spettavano e che avrebbero indagato. Secondo Tesla, il supervisore e un collega contestano il racconto. Dicono entrambi di averle offerto aiuto e di averle detto che non avrebbe dovuto lasciare lo stabilimento senza avvisare qualcuno.
Barraza mi dice di avere mandato una mail a un dirigente delle risorse umane, il giorno dopo, ma ha incontrato un muro di silenzio. Dopo due giorni di permesso è tornata al lavoro. Le mani hanno iniziato a tremarle quando le è stato detto che era ora dello stretching mattutino: non poteva sopportare l’idea di avere degli estranei dietro di lei, mentre si piegava e allungava il proprio corpo. Allora è andata alla sua postazione di lavoro e ha iniziato a preparare il materiale che le sarebbe servito per il turno. Ma, racconta, il suo corpo si è ribellato, la gola si è chiusa e non riusciva più a respirare. Ricorda a malapena di aver guidato fino a casa. Alcuni dipendenti di Tesla hanno ammesso di avere avuto notizie da Barraza, che era sconvolta, dopo che se n’era andata dallo stabilimento.

Barraza dice di non avere lasciato la sua stanza da letto per 3 settimane. Il marito le portava i pasti e doveva aiutarla a lavarsi. I figli andavano a controllare se stava bene. Lei e Perfecto hanno parlato di cosa avrebbero dovuto fare e hanno deciso di prendere un avvocato. Mettersi contro all’uomo più ricco del mondo e alla sua azienda, però, le è costato un alto prezzo. Prima poteva portare i figli a Los Angeles a fare un giro; ora, dice, ha bisogno di qualcuno che la tenga d’occhio quando esce a ritirare la posta. «Io sono solo un’operaia”, dice. «Lui ha tutto. E questo mi terrorizza».

Le chiedo se si sia sentita orgogliosa o abbia percepito della solidarietà quando altre donne hanno iniziato a fare causa per le stesse molestie. Scuote il capo. «No, mi sento triste per loro. Alcune hanno 18-19 anni e sono al primo impiego. Io sono abbastanza scafata e se tutto questo è troppo anche per me, cosa pensi che faranno loro?».

Una di queste giovani era Samira Sheppard, 19 anni: ha fatto causa subito dopo Barraza. Nei documenti presentati, Tesla sottolinea come Sheppard sia tornata a lavorare in azienda e non abbia più espresso lamentele. Ma, stando a quanto dichiarato da Sheppard, aveva un ottimo motivo per tornare: la disperazione economica, una condizione che per la maggior parte delle donne coinvolte ha costituito un fattore chiave che le ha spinte a restare in Tesla più a lungo di quanto avrebbero voluto. «Avevo trovato un lavoro da hostess da Applebees, ma la paga era misera», ha dichiarato Sheppard. «Ero quasi al punto di non potermi più permettere un posto dove vivere, per cui ho fatto domanda in Tesla». Oggigiorno, Barraza non vede molte Tesla a Modesto, una cittadina molto working class. Ma quando le capita si sente sempre allo stesso modo: «Mi domando quante donne sono state abusate per costruire quell’auto».

Ci vorranno anni perché queste cause arrivino in un’aula di tribunale, sempre che i legali delle donne riescano a tenerli fuori dalle procedure di arbitrato. Secondo i legali, una tattica comune in questa tipologia di cause è quella di ritardare finché l’accusatore sparisce o accetta un accordo con vincolo di riservatezza. Tesla ha già presentato mozioni di richiesta di arbitrato per evitare il passaggio in tribunale. Un giudice ha negato l’autorizzazione per il caso Barraza, ma Tesla ha presentato la stessa richiesta anche negli altri sei casi. Lowe stima che le cause potrebbero non giungere in un’aula di tribunale prima del 2024.

Gli avvocati di Tesla, nella loro mozione di arbitrato per il caso Barraza, hanno rigettato le sue affermazioni definendole “false” e appellandosi ad alcune procedure e policy aziendali concepite per evitare le molestie, fra cui delle recenti modifiche al modus operandi delle HR: «Tesla ha operato cambiamenti significativi alle proprie politiche, alle pratiche e alle procedure in tema di molestie, nel corso dell’anno passato». Uno di questi programmi, “Respectful Recharge”, è iniziato a dicembre 2021, un mese dopo che la causa di Barazza era stata presentata.

Recentemente Musk ha postato su Twitter poche ore dopo che il Wall Street Journal aveva pubblicato una storia che lo accusava di avere distrutto il matrimonio del fondatore di Google, Sergey Brin, andando a letto con sua moglie. Musk nel suo tweet non ha negato la relazione: quello l’avrebbe fatto in seguito. Invece l’uomo più ricco del mondo ha postato un meme su un criminale condannato a 68 anni di galera che chiede al giudice di allungargli di un anno la pena, perché così sarebbe arrivato a 69.

Una settimana dopo, un azionista, durante un meeting dei soci, ha proposto una mozione che stabilisse l’obbligo per l’azienda di stilare un rapporto annuale sui propri sforzi per prevenire le molestie sessuali. Musk al momento ha il 14% delle azioni di Tesla (dopo averne vendute per 6,9 – avete capito l’allusione? – milioni di dollari, in vista delle sue cause contro Twitter) e il suo voto affermativo avrebbe fatto la differenza. Invece Tesla ha diffuso una dichiarazione ufficiale: «Il Consiglio di Amministrazione continua a opporsi a ogni iniziativa che cerchi di interferire con le decisioni strategiche di business e con le operazioni quotidiane che non siano fondamentali o volte alla promozione della missione principale di Tesla».

La mozione è stata respinta. Ed Elon Musk plasma ancora la cultura dell’azienda.

Questo articolo, originariamente pubblicato da Rolling Stone US,  è stato tradotto da Andrea Valentini