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Quando i giornalisti facevano cascare i governi. Il caso Watergate, cinquant’anni dopo

Giugno 1972, l'arresto di cinque persone spiana la strada all'inchiesta del Washington Post che porterà alle dimissioni del presidente Nixon. Ma gli intrecci tra politica e affari non sono mai finiti e la verità è che un giornale non ha mai avuto il potere di salvare il mondo

Foto via Getty

«Io non amo la stampa. Non ho simpatia per la superficialità e l’inesattezza». Così parlò Gola Profonda in Tutti gli uomini del presidente, il classicone di Alan Pakula che racconta il più grosso – o almeno il più famoso – scandalo politico sin qui mai scoppiato negli Stati Uniti d’America.

Ad ogni modo, superficialità e inesattezza a parte, in quella storia la stampa ha giocato un ruolo decisivo, affermandosi in maniera potentissima come quarto potere, in una straordinaria dimostrazione pratica di quanto la penna possa essere molto più letale della spada. Fino a un certo punto.

La vicenda comincia la notte del 17 giugno del 1972, per colpa di una guardia di sicurezza che si chiamava Frank Willis. Era in servizio al Watergate Hotel di Washington quella notte e tutto quello che fece fu notare un pezzo di nastro adesivo che teneva aperta la porta tra le scale e il parcheggio sotterraneo. Willis pensa lo abbiano messo quelli delle pulizie, lo toglie e se ne va. Più tardi torna, e trova di nuovo il nastro adesivo sulla porta. E chiama la polizia.

È così che gli agenti trovano cinque persone e le arrestano. Che stavano facendo? Stavano piazzando microspie negli uffici del Comitato nazionale del Partito Democratico al sesto piano del Watergate Hotel. I cinque, per la verità, il lavoro l’avevano già fatto tre settimane prima e quella notte erano tornati solo per fare delle riparazioni alle cimici malfunzionanti.

Comincia così. Poi, negli anni, verrà fuori che quell’operazione non era un’azione sporadica, ma una parte di una lunga, complessa e, a tratti, inquietante azione di spionaggio ai danni dei democratici. E la catena di responsabilità si rivelerà lunghissima, talmente tanto da finire dall’altra parte, al vertice del Partito Repubblicano, con tanto di coinvolgimento di servizi segreti, faccendieri, loschi figuri più o meno al servizio del governo e una galleria di personaggi degni di un freak show.

Nel 1972 il Washington Post era già il Washington Post, ovvero uno dei giornali più seri e autorevoli dell’emisfero occidentale. Due giornalisti tra i tanti, il giovane Bob Woodward e lo scafato Carl Bernstein, seguono gli sviluppi della vicenda da vicinissimo, passo dopo passo, articolino dopo articolino. I repubblicani sbuffano: perché tanto interesse per una storia così piccola?

Ecco, per rispondere a questa domanda schivandone la malizia interessata di fondo, deve entrare in gioco l’imponderabile, il «quinto senso e mezzo» di Dylan Dog. Il fiuto del cronista: fu Bernstein soprattutto a sentire puzza di bruciato da subito. Ed è così che parte il lavoro grosso: la coppia di giornalisti del Washington Post si attacca al telefono, contatta decine, centinaia di persone che a vario titolo partecipano alla campagna elettorale.

Chiedono, interrogano, deducono, si lasciano dire di tutto. E poi, infine, trovano la fonte buona. «Gola profonda», personaggio rimasto anonimo fino al 2005, quando venne fuori che si trattava del vicedirettore dell’Fbi Mark Felt, che agiva mosso più da interessi personali che dall’amore per la verità. Comunque, è a lui si deve una frase che passerà alla storia e che verrà utilizzata in un’infinità di altri contesti: «Follow the money». Seguite il denaro.

E seguendo il flusso dei soldi, i nostri eroi alla fine arriveranno davvero a Nixon. Senza però riuscire a influenzare davvero il corso degli eventi: Nixon stravincerà le elezioni del 1972, apparentemente immune allo scandalo che montava sulle pagine del Washington Post.

Serviranno altri due anni di aspre battaglie legali, di tentativi di resistenza da parte del presidente Nixon (che non voleva consegnare del materiale agli inquirenti e per tutelarsi arrivò a evocare il principio del privilegio dell’esecutivo, salvo poi essere sconfessato dalla Corte Suprema). È solo il 9 agosto del 1974 quando Nixon consegna al segretario di stato Henry Kissinger la sua lettera di dimissioni, quando ormai la richiesta di impeachment presentata nei suoi confronti sembrava sul punto di travolgerlo. Nel frattempo, era il 1973, Woodward e Bernstein avevano vinto il premio Pulitzer per la loro inchiesta.

Watergate adesso è sinonimo di scandalo, tanto che il suffisso “-gate” viene utilizzato comunemente dai media per parlare delle malefatte del potere: Sexgate, Nigergate, Datagate e così via. Tra i giornalisti, l’impresa di Woodward e Bernstein si racconta come un qualcosa di eroico, e in una certa misura lo è stata davvero. «Una volta facevamo cascare i governi», si dice. Sottintendendo che adesso, invece, è già tanto se la redazione di un giornale riesce a influenzare la politica sui buoni pasto del bar di sotto.

Un acuto osservatore del dibattito americano come Noam Chomsky, però, considera il Watergate diversamente: non una prova di forza della libera stampa, ma la dimostrazione finale del suo essere sostanzialmente funzionale a un potere che non è il proprio. Il parallelo è temporale: nello stesso periodo in cui esplode il caso delle intercettazioni a Washington, cominciarono a uscire rivelazioni pesantissime sul programma di controspionaggio Cointelpro, ovvero le operazioni compiute dall’Fbi tra la presidenza Roosvelt e (almeno) quella Kennedy per smontare i gruppi di opposizione.

Un repertorio vastissimo che, tra le altre cose, ha prodotto l’assassinio di un leader delle Pantere Nere, Fred Hampton, una durissima campagna denigratoria contro il Partito Socialista dei Lavoratori a base di furti e minacce, l’organizzazione deliberata di rivolte volte a delegittimare i movimenti neri, gli indiani d’America, le donne. Una faccenda seria, un vero attacco alle libertà politiche, roba da dittature, altro che democrazia. Se ne parlò pochissimo di queste cose sui giornali e oggi è materia da storici: tutto vero, tutto dimostrato, ma che importanza ha ormai?

Oggi Bob Woodward continua a scrivere libri, racconta con dovizia di particolari e brillanti considerazioni le storture della «più grande democrazia del mondo», le follie della presidenza di Donald Trump, i loschi traffici di Washington nell’inscindibile intreccio tra affari e politica, alla faccia della libertà, dei diritti e della purezza del sogno americano.

Cosa resta? Aver buttato giù un presidente ha cambiato il sistema? Certo che no, nessuno può affermare che grazie all’uscita del Watergate la corruzione sua diminuita, che il potere sia più limpido o che la società sia in qualche modo migliore. E forse il problema è il ruolo che i media vogliono darsi e come vengono generalmente considerati dall’opinione pubblica: un mezzo per orientare, più che per informare. Un equivoco di fondo, molto romantico, ma a conti fatti irreale, distante anni luce dalle vere dinamiche del potere.

È una banalità, e la prova è letteralmente sotto agli occhi di tutti: l’aver pubblicato tonnellate di notizie vere sulle malefatte di Trump non ne ha minimamente intaccato il prestigio, né il successo (nel 2020, in fondo, The Donald ha fatto il record di voti e ha perso solo perché Biden ha battuto quello stesso record). Aver ispirato, sobillato e infine rivendicato gli attacchi di Capitol Hill del gennaio 2021 dovrebbe bastare a demolire l’immagine pubblica di chiunque, e forse pure a beccarsi una condanna pesantissima, di quelle che buttano via pure la chiave. Eppure non è successo niente di tutto questo, e difficilmente accadrà in futuro.

La domanda finale ha una risposta semplice. Che si fa quando si ha una notizia vera? Si pubblica. Quello che succede o non succede dopo, davvero, è tutto un altro discorso.

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