Home Politica

“Prenderesti mai del veleno?” – la campagna pro-vita contro la pillola abortiva

Alcuni manifesti che paragonano la RU486 alla mela avvelenata di Biancaneve sono apparsi in varie città d'Italia, ma l'unico veleno è la disinformazione di chi vorrebbe mantenere il controllo sul corpo delle donne

Foto via Facebook/Pro Vita & Famiglia Onlus

Le persone che il 7 dicembre passeggiavano per le strade di città come Milano, Roma e Verona si sono trovate davanti ad un manifesto sconvolgente, che ha fatto discutere non poco. Mostrava una donna che, come una novella Biancaneve, dopo aver morso una mela rossa sembrava essere caduta morta. “Prenderesti mai del veleno?” era la domanda. E poi la spiegazione: “Stop alla pillola abortiva RU486: mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo” Hashtag #dallapartedelledonne. L’aveva messo l’associazione ProVita e Famiglia, di impronta cattolica antiabortista e omofoba, notoriamente legata a Forza Nuova.

La provocazione è arrivata distanza di mesi dalla decisione del ministro della Salute Roberto Speranza, che lo scorso 8 agosto ha ridotto le restrizioni sulla pillola abortiva RU486, allineando le linee guida dell’Italia a quelle degli altri paesi europei, dove questo farmaco viene somministrato legalmente da decenni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha addirittura inclusa nella lista delle medicine essenziali, sottolineando ripetutamente che si tratta di una pratica sicura che permette, tra le altre cose, di evitare l’aborto chirurgico, che implica anestesia e ospedalizzazione. Lo stesso concetto è ribadito dalle più autorevoli riviste scientifiche internazionali. La decisione di Speranza era stata considerata una vittoria per movimenti femministi, ginecologi non obiettori ed associazioni che lottano per i diritti delle donne. 

In una nota pubblicata per giustificare il manifesto, ProVita e Famiglia sostiene invece che le nuove linee guida siano “fatte alla chetichella in estate come i ladri che vengono di notte”. E continua: “Sapete che la Ru486 può causare emorragie, gravidanze extra uterine, infezioni, setticemie, distruzione del sistema immunitario, depressione e anche la morte?” 

Certo, la RU486 ha degli effetti collaterali – come ogni trattamento farmacologico. Per esempio, soltanto tra il 1998 e il 2007, il Viagra ha causato almeno 1824 morti e portato ad oltre 2000 casi di attacchi cardiaci non fatali, oltre ad effetti collaterali come mini-ictus, perdita della vista e dell’udito in 25mila persone; ma nessuno sembra interessato a togliere la famosa pillola blu dal commercio. Gli effetti collaterali più diffusi della RU486 sono dolore e crampi, nausea e diarrea, emorragie: d’altronde con l’assunzione di due farmaci a distanza di 48 ore uno dall’altro (mifepristone e poi misoprostolo) si provoca l’espulsione di endometrio, embrione e camera gestazionale, in modo non molto diverso da come accade durante il ciclo mestruale.

Il rischio di infezione e setticemie – che a loro volta sono responsabili delle eventuali morti – è stato invece abbattuto a livelli infinitesimali negli anni, soprattutto cambiando il metodo di ingestione del farmaco da vaginale a orale: il New England Journal of Medicine sottolinea che negli Stati Uniti c’è una probabilità di infezione di 1 su 16mila casi. Infezioni che, comunque, sono in larghissima parte curabili con un semplice antibiotico. I casi di morte sono stati pochissimi negli ultimi trent’anni, con decine di migliaia di somministrazioni all’attivo: in Italia soltanto una volta si è sospettato che la morte di una donna fosse legata all’aborto farmacologico, ma una perizia del medico legale ha in seguito scartato l’opzione. Il rischio di morire di parto è ben più alto – in Italia, in linea con la media europea, si registrano in media 9 morti materne ogni 100mila nati vivi. Altra cosa ben più pericolosa della RU486 è l’impossibilità di accedere ad un’interruzione di gravidanza sicura e legale – che ogni anno causa la morte di oltre 73 mila donne nel mondo.

Con buona pace di ProVita e Famiglia, quindi, il rischio per la salute della donna rappresentato dalla pillola abortiva è enormemente esagerato. Nonostante questo, la RU486 in Italia ha avuto un vita travagliata venendo commercializzata solo a fine 2009 (rispetto al 1988 in Francia e al 1990 nel Regno Unito) e con molte più restrizioni che altrove (fino a qualche mese fa il limite massimo per l’aborto farmacologico era di sette settimane dal primo giorno dell’ultima mestruazione, e prevedeva il ricovero). Restrizioni che, negli anni, non hanno fatto che rendere l’interruzione volontaria di gravidanza inutilmente invasiva e traumatica – e non è un caso che in Italia la percentuale di aborti farmacologici sul totale sia sotto al 18%, contro il 90% dei Paesi nordici. 

Alla luce di tutto questo, è difficile credere che una campagna condotta con manifesti del genere sia davvero pensata per aiutare le donne. Non lo pensa una religiosa come suor Claudia Biondi, che da anni si occupa di aiutare donne maltrattate, secondo cui “l’utilizzo del corpo delle donne per far passare certi messaggi rimane una violazione della libertà femminile”. Né lo pensano attiviste come quelle della Casa delle donne di Milano, secondo cui è “una grave violazione del corpo e della dignità delle donne”.

Obiezione respinta – una piattaforma autogestita che da anni segnala e mappa i luoghi dove l’obiezione di coscienza in tema di aborto viene esercitata in Italia – ha commentato i poster e il loro tono allarmista centrando il punto: “il tanto sbandierato ‘aborto fai-da-te’, chiamato così dall’estrema destra e da gruppi di fondamentalisti cattolici come l’associazione Pro Vita, fa tanta paura proprio perché queste frange anti-choice temono di perdere il controllo sul nostro corpo, esercitato dal personale medico obiettore di coscienza.”

Il “veleno” non è la pillola abortiva, sicura e largamente utilizzata, ma associazioni come Pro Vita con le sue campagne di disinformazione, l’impossibilità di accedere liberamente a servizi sanitari adeguati a causa dei continui tagli alla sanità pubblica e una percentuale di obiezione di coscienza che negli ospedali italiani in media si attesta al 70% – con picchi del 100%.