Perché in Italia non possiamo ancora identificare gli agenti di polizia? | Rolling Stone Italia
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Perché in Italia non possiamo ancora identificare gli agenti di polizia?

I video diventati virali negli ultimi giorni che mostrano la polizia che picchia dei ragazzi in centro a Milano hanno fatto tornare d'attualità un tema su cui l'Italia è indietro rispetto al resto d'Europa: poter identificare gli agenti delle forze dell'ordine in caso commettano abusi

Screenshot via Instagram @riphuda

Per uno strano scherzo del destino, a poche settimane dal ventesimo anniversario dei drammatici fatti del G8 di Genova, il tema della violenza e degli abusi delle forze dell’ordine nei confronti dei civili è tornato a imporsi all’attenzione mediatica. I video pubblicati dalla tiktoker Riphuda, divenuti virali nelle ultime ore, riproducono uno schema che, sfortunatamente, abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene: un ragazzo e una ragazza disarmati, costretti a subire inermi i colpi di manganello di agenti in tenuta antisommossa senza avere la possibilità di identificarli o richiamarli all’assunzione di responsabilità. Alla richiesta di fornire il numero identificativo, infatti, i carabinieri hanno risposto con un secco rifiuto, preferendo sfruttare per l’ennesima volta il privilegio dell’anonimato.

Quanto accaduto domenica ha rinverdito un dibattito rimasto sopito per troppo tempo: quello relativo alla riconoscibilità degli agenti che si rendono colpevoli di abusi. Un tema che tiene banco da almeno vent’anni e che è stato scandito da una serie di eventi che hanno minato fortemente la fiducia dei cittadini verso coloro dovrebbe proteggerli. Quello più celebre è senza dubbio il violento raid che prese corpo il 21 luglio del 2001, quando i poliziotti occuparono i quattro piani della scuola Diaz, riducendo i dormitori improvvisati in quella che l’allora vice questore Michelangelo Fournier ha definito “una macelleria messicana”. Tuttavia, la mattanza della Diaz –  che il pm Enrico Zucca ha definito come “la più grave violazione di diritti umani in un paese democratico dal dopoguerra” – è soltanto la manifestazione più clamorosa di un malessere sistemico che, ciclicamente, torna ad affollare le prime pagine dei giornali. 

Negli ultimi anni, infatti, i casi di malapolizia di questo tipo sono stati moltissimi: basti pensare alla triste sorte toccata a Paolo Scaroni, l’ultrà del Brescia che, il 24 settembre del 2005, è stato vittima di una violenta aggressione delle forze di polizia che lo ha tenuto in coma per due mesi, rendendolo invalido al 100% per il resto della vita. In 16 anni Paolo non è riuscito ad avere giustizia: i nomi dei suoi aggressori non sono mai emersi, i colpevoli che hanno distrutto la sua vita e i suoi ricordi non sono stati riconosciuti perché non erano identificabili da nessun elemento e quella sera avevano il volto coperto. In tempi più recenti, il giornalista Stefano Origone ha raccontato il pestaggio subito il 23 maggio del 2019, quando stava seguendo da cronista gli scontri tra la polizia e i manifestanti che protestavano contro il presidio di Casapound, Origone ha raccontato di essere stato buttato a terra, manganellato e preso a calci dagli agenti, sordi alle sue richieste di porre fine al pestaggio.

Per evitare che fenomeni di violenza di questo tipo possano rimanere impuniti, l’Unione Europea lavora da tempo per l’introduzione dei cosiddetti collar number (numeri sul collo) o shoulder number (numeri sulla spalla). Si tratta di codici identificativi che dovrebbero essere utilizzati per riconoscere i singoli ufficiali di polizia, che altrimenti non sarebbe possibile identificare in situazioni caotiche come assemblee, manifestazioni o quando sono chiamati a intervenire col volto non totalmente scoperto.

Le istituzioni comunitarie portano avanti questi intenti da tempi non sospetti: nel 2012 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che esprimeva “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell’Ue”, ed esortava gli Stati membri a “garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. Come ricordato da Amnesty International, nel 2016 anche il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite si è espresso a proposito della violenza indiscriminata da parte delle forze di polizia. Il Relatore speciale per il diritto alla libertà di assemblea pacifica e di associazione, Maina Kiai, insieme al Relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, Christof Heyns, hanno raccomandato infatti che “i funzionari delle forze di polizia siano chiaramente e individualmente identificabili, ad esempio esponendo una targhetta col nome o con un numero”.

In questo contesto, l’Italia è ancora rispetto alla maggior parte degli Stati membri – 21 su 28 – che hanno deciso di adeguare le proprie normative interne alle richieste dell’Unione Europea.

In diversi Paesi europei esistono già provvedimenti per l’identificazione individuale dei poliziotti in servizio: tra questi c’è la Grecia, che nel 2010 introdotto l’obbligo, per tutti gli agenti, di rendere visibile nelle proprie spalline un numero di riconoscimento individuale. Nel 2013 è toccato alla Francia, che ha imposto a tutti gli agenti in servizio, sia in uniforme che in borghese, l’obbligo di esposizione del codice alfanumerico di riconoscimento. In Germania non esiste l’obbligo di identificazione per la polizia federale, ma è invece adottato in diversi Länder per i corpi di polizia regionali, dove nella gran parte dei casi la polizia è libera di scegliere se riportare un’etichetta identificativa o meno (a Berlino, però, dal luglio 2011 la polizia ha l’obbligo di esporre un codice di riconoscimento di quattro cifre). In Svezia, pur non essendo previsto un obbligo, gli agenti di polizia espongono nome, carta d’identità e grado sull’uniforme, oltre che un codice quando indossano equipaggiamento speciale.

Per favorire una maggiore trasparenza, nel 2018 la deputata Giuditta Pini ha presentato una proposta di legge per inserire i codici identificativi sui caschi e le divise delle forze dell’ordine in caso di manifestazioni in cui sia previsto l’utilizzo di caschi e assetto anti-sommossa. Il progetto fu smorzato sul nascere anche per via dell’ostentata vicinanza di Matteo Salvini, al tempo vero e proprio cosplayer di qualsiasi agente in divisa operante in Italia, alle forze dell’ordine. L’ex ministro dell’interno demonizzò in tutti i modi l’introduzione del codice di riconoscimento, obiettando che i poliziotti “sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti, anche senza il numero in testa”.