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Piccoli Salvini crescono

Pablo Casado si è subito appropriato della terminologia cara al nostro Ministro dell’Interno: accuse alle Ong “trafficanti di esseri umani” e ai “buonisti” del Governo. Ma se è vero che la rotta Marocco-Spagna è attualmente la più battuta, esattamente come in Italia, numeri alla mano, non si può certo parlare di emergenza migranti

Pablo Casado stringe la mano a un migrante. Foto via Twitter

Negli ultimi anni la questione dei migranti è diventata il cavallo di battaglia della destra europea e statunitense. Lo sappiamo bene. Trump, Le Pen, Orban o Salvini ne sono la prova. Fomentare le paure per una supposta invasione di africani, arabi o asiatici è redditizio elettoralmente. Niente di nuovo sotto il sole: la storia, purtroppo, è piena zeppa di casi di questo tipo. I fascismi dell’Europa interbellica sventolavano ininterrottamente la minaccia dell’Altro – l’ebreo, il comunista, il massone, lo straniero – per rafforzare il sentimento di comunità, la Volksgemeinschaft. Non è molto diverso quel che vediamo ora. Il tutto condito da fake news a bizzeffe, sfruttando le potenzialità delle reti sociali, che parlano di supposti complotti “mondialisti” per sostituire la popolazione europea con Georges Soros nel ruolo di novello “malefico ebreo errante”. Una bufala, quella della teoria della “grande sostituzione”, messa in circolazione dalla Nouvelle Droite francese qualche decennio fa, e ora comprata anche da persone che con l’estrema destra dicono di non avere nulla a che fare.

La Spagna era fino all’altro ieri un’isola felice nel Vecchio Continente. A parte i gruppuscoli neofascisti o Vox, piccolo partito di estrema destra senza rappresentanza parlamentare, nessuno cavalcava il tema dell’immigrazione. Nemmeno la destra del Partido Popular (PP) che ha governato dalla fine del 2011 fino alla fine di maggio. L’esecutivo di Mariano Rajoy non è che facesse molto per i migranti. Anzi. Da quando era ritornato al Palacio de la Moncloa, il PP aveva eliminato i fondi per l’immigrazione stanziati da Zapatero e facilitato le devoluciones en caliente, ossia le restituzioni a caldo, dandogli copertura legale con la Ley de Seguridad Ciudadana. A parole Rajoy aveva accettato le quote dell’accordo europeo del 2015, ma in realtà aveva accolto solo 2.782 dei 17.387 rifugiati che toccavano al paese iberico. In ogni caso il leader conservatore non si era mai sognato di fare dichiarazioni razziste o contro l’immigrazione.

La nave Aquarius arriva nel porto di Valencia. Foto Getty

Qualche giorno fa però si è rotto un tabù. Il nuovo presidente del PP, Pablo Casado, ha criticato “il buonismo, la demagogia e il populismo” dell’esecutivo di Pedro Sánchez che, con la decisione di accogliere l’Aquarius a inizio giugno, avrebbe facilitato un supposto “effetto chiamata”. Sembra insomma che Casado abbia scelto la via Salvini per frenare il declino dei popolari che hanno vissuto come un knock out la vittoria della mozione di sfiducia presentata da Sánchez che ha messo fine all’era Rajoy. Il giovane leader del PP, vicino all’ex premier José María Aznar, ha scelto di virare verso l’estrema destra per recuperare consensi e frenare l’emorragia di voti nei confronti di Ciudadanos. E i discorsi ci suonano tristemente familiari: la Spagna non può assorbire “milioni di africani che vogliono venire in Europa per cercare un futuro migliore”, non si possono dare i documenti a tutti, bisogna combattere le “mafie” e i “trafficanti di essere umani” che si arricchisono nel Mediterraneo. Non sono mancate nemmeno le foto di rito: Casado se n’è andato a Ceuta, dove la settimana scorsa 800 migranti hanno scavalcato il muro che separa la città-enclave spagnola dal Marocco, e nella città andalusa di Algeciras, sullo stretto di Gibilterra, per farsi fotografare stringendo la mano ai migranti. Per quanto incravattato e non in t-shirt o felpa da ultras, Casado ha scelto insomma il Salvini-style.

La svolta dei popolari avrà sicuramente delle ricadute sull’opinione pubblica. Molto dipenderà dai mass-media, ovviamente. I giornali conservatori madrileni – El Mundo, ABC, La Razón che fungono da sempre da megafono del PP – sosterranno senza se e senza ma la svolta di Casado? Probabile. Anche perché ci sono una serie di appuntamenti elettorali alla vista: le regionali andaluse in marzo e le europee in giugno – accorpate per di più alle amministrative – senza contare le incognite su un possibile anticipo delle politiche se l’esecutivo socialista di Sánchez, che governa con una ridottissima minoranza, non riesce ad arrivare a fine legislatura. Vedremo però di che entità saranno queste ricadute.

Fino ad ora, la società spagnola ha dimostrato di possedere dei solidi anticorpi per frenare una possibile ondata xenofoba e razzista. Sono ancora fresche le immagini dell’arrivo a Valencia dell’Aquarius – centinaia di comuni spagnoli diedero la loro disponibilità ad accogliere i migranti – o della grande manifestazione Volem acollir che nel febbraio del 2017 portò nelle strade di Barcellona 200mila persone.

I socialisti hanno dato poi segnali chiari: subito dopo il suo insediamento, il governo Sánchez ha deciso infatti di restituire il diritto di accesso alla sanità ai clandestini e recuperare la segreteria di Stato all’Immigrazione, creata da Zapatero nel 2004 e svuotata di poteri e finanziamenti da Rajoy, oltre ad annunciare che ritirerà il filo spinato dai muri di Ceuta e Melilla. E Podemos e le confluenze municipaliste che governano in diverse città della penisola iberica hanno percentuali di voto che la sinistra italiana si sogna. La sindaca di Barcellona Ada Colau, che già nel settembre del 2015 promosse la creazione della rete delle “Città rifugio”, ha risposto duramente alla svolta dei popolari: “normalizzare dichiarazioni come quelle di Casado e Salvini – ha scritto su Twitter l’ex attivista antisfratti – è il primo passo verso la distruzione dell’Europa e della stessa democrazia”. Mentre il consiglio comunale di Maiorca ha dichiarato all’unanimità il ministro dell’Interno italiano “persona non gradita” in una mozione in cui si ricorda “l’immensa opera umanitaria delle ONG” come Proactiva Open Arms o Lifeline: perfino il PP ha votato a favore dopo aver fatto includere la condanna alla proposta di Salvini del censimento dei rom.

La questione è che fino a questa primavera in Spagna immigrazione e sicurezza non erano tematiche al centro del dibattito pubblico. Secondo l’Eurobarometro del 2016, il 75% degli spagnoli – contro il 43% degli italiani – è infatti favorevole all’accoglienza dei rifugiati. I dati non sono cambiati nell’ultimo biennio. Secondo il Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS), l’immigrazione preoccupa solo il 3% degli spagnoli, appena il 20% considera “troppo tolleranti” le leggi che regolano l’immigrazione e non più del 25% crede che sia “eccessivo” il numero degli stranieri presenti in Spagna. Nel 2007 erano, rispettivamente, il 30, il 40 e il 60%. Cosa è cambiato nell’ultimo decennio? Da un lato, a causa della crisi economica gli immigrati sono diminuiti, passando da 5,7 a 4,4 milioni, una percentuale sul totale della popolazione comunque più alta rispetto all’Italia. Dall’altra, nell’ultimo triennio gli arrivi sono stati appena poche migliaia, grazie anche agli accordi esistenti con Marocco, Algeria e Mauritania. Infine, la destra non cavalcava questa tematica. Almeno fino a una settimana fa. Cosa succederà ora è un’incognita.

Pablo Casado con una guardia di frontiera spagnola. Foto via Facebook

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno sono arrivati infatti 23mila migranti sulle coste spagnole, più che nel nostro paese. In tutto il 2017 erano stati 22mila e nel 2016 appena 8mila. Niente a che vedere con le cifre di Grecia e Italia. Dopo la chiusura della rotta greca – per quanto quest’anno siano arrivati nel paese ellenico più di 15mila migranti – e la forte diminuzione dell’arrivo in Italia dalla Libia, la frontiera tra Marocco e Spagna si è trasformata nella via più battuta. Nei primi sette mesi del 2018 sono passati da lì il 38% dei migranti arrivati in Europa. Attualmente le strutture di accoglienza sono al collasso, soprattutto in Andalusia.

Detto questo è comunque evidente che qualche decina di migliaia di migranti sono un nonnulla su una popolazione di 46 milioni di abitanti e che “i milioni di africani” di cui parla Casado esistono solamente nella sua testa. Se si somma tutto ciò alla diminuzione della popolazione del paese iberico dall’inizio della Grande Recessione – calcolando sia i migranti ritornati nei loro paesi per mancanza di lavoro, sia il milione di spagnoli che hanno cercato fortuna all’estero – e ai rimpatri dei migranti entrati nel paese in maniera irregolare, si capisce bene come quello della supposta “invasione” si tratti di un non problema. Secondo l’Instituto Nacional de Estadística (INE), ossia l’Istat spagnolo, tra il 2008 e il 2017 i migranti africani che si sono stabiliti in Spagna – tra arrivi, partenze, rimpatri, ecc. – è di meno di 2mila persone. Un po’ più degli abitanti di Portofino.

Il problema, però, come abbiamo visto in Italia e in altri paesi nell’ultimo triennio, non è quel che succede, ma la percezione di quel che succede. Sarà capace dunque la società spagnola di resistere all’ondata xenofoba e razzista di una destra senza scrupoli? I prossimi mesi saranno cruciali.

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