Perdonaci Ilaria, se puoi | Rolling Stone Italia
Home Politica

Perdonaci Ilaria, se puoi

In questi tredici anni, Ilaria Cucchi non ha mai smesso di agire in concreto per infrangere il muro di omertà che rischiava di insabbiare uno dei casi di malapolizia più gravi della storia italiana recente, sopportando insulti, insabbiamenti e dietrologie di ogni tipo

Foto di Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images

Sono trascorsi 13 anni da quella serata surreale del 15 ottobre 2009, quando Stefano Cucchi, un geometra 31enne, fu fermato dai carabinieri Francesco Tedesco, Gabriele Aristodemo, Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Gaetano Bazzicalupo dopo essere stato trovato in possesso di pochi grammi di hashish.

Il giovane fu chiuso in una cella di sicurezza in seguito alla convalida per l’arresto emessa il mattino seguente dal tribunale. In carcere fu pestato e sottoposto a un’umiliazione in piena regola: le percosse provocarono la rottura di due vertebre, come accertato ai tempi dallo staff medico del Regina Coeli e del Fatebenefratelli.

Il giorno dopo, durante il processo per direttissima, le gravi contusioni presenti sul corpo di Stefano – che, prima dell’incontro con i carabinieri, non presentava alcun trauma fisico – passarono inspiegabilmente in secondo piano. A causa del peggioramento delle sue condizioni, fu trasferito al reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini, dove morì all’alba del 22 ottobre: al momento del decesso pesava appena 37 chili, consegnando ai posteri la tremenda istantanea di un corpo distrutto e vilipeso fino all’inverosimile da quello stesso Stato che avrebbe dovuto assumersi l’onere di proteggerlo.

In questi tredici anni, Ilaria Cucchi non ha mai smesso di agire in concreto per infrangere il muro di omertà che rischiava di insabbiare uno dei casi di malapolizia più gravi della storia italiana recente. Un lasso di tempo in cui la famiglia di Stefano ha dovuto sopportare abusi di ogni tipo, costretta ad ascoltare passivamente il rumore di fondo ignobile di alcuni senatori della Repubblica che non perdevano occasione per sporcare l’acqua e sottostimare la portata dei pestaggi, ora spergiurando che il giovane fosse morto «a causa della droga», ora persuadendo i lettori che «dire Cucchi sia come Garibaldi o Cavour è esagerato».

Così, in una delirante contro-narrazione data in pasto all’opinione pubblica, l’arco di trasformazione della vittima nel carnefice finiva per prendere corpo: sui giornali più ideologicamente orientati, nelle aule parlamentari, nei bar e nelle peggiori cronache da vicinato, quel giovane condotto alla morte dalla prepotenza dagli organi dello Stato veniva, a seconda dei casi, calato nei panni del drogato, dell’appestato e dello spacciatore di morte, in un siparietto degno del più illiberale tra i regimi, che dietro a un maldestro “garantismo” enfatizzato fino all’assurdo tentava di solleticare il cameratismo di quegli uomini in divisa che, per anni, hanno provato a sacrificare la verità sull’altare dello spirito di corpo.

Ieri, finalmente, la Corte di Cassazione ha posto fine a una vergogna di Stato procrastinata fino all’assurdo; un traguardo che, purtroppo, ha l’amaro retrogusto del contentino e non sarà mai abbastanza per ripagare la famiglia di tutte le mortificazioni incassate nel silenzio con la massima dignità.

Soprattutto, sono ancora vive nella memoria collettiva le crociate senza quartiere nei confronti di un simbolo come Ilaria, una donna lasciata sola e costantemente ostracizzata, che nel dramma ha dovuto anche digerire accuse faticose anche soltanto da ripetere, come quando fu etichettata come «mitomane» da un medico di Ferrara che era giunto addirittura a dichiarare che «la morte di suo fratello si è rivelata essere una gallina dalle uova d’oro per lei e per la sua famiglia».

Va da sé che, dopo 13 anni scanditi da depistaggi da film horror, come li ha definiti il pm Giovanni Musarò in una dura requisitoria del 2019, non può esistere risarcimento che tenga: perdonaci Ilaria, se puoi.