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Perché tutti parlano di Alessandro Orsini?

Secondo alcuni è un "intellettuale non allineato", altre voci lo definiscono un megafono della propaganda di Putin: breve storia di un docente che, nelle ultime settimane, è diventato un vero e proprio caso politico

Screenshot dal canale YouTube di La7

Giacca di tweed, camicia blusante abbottonata fino al collo, cravatta perfettamente annodata, capelli fuori dal tempo, un narcisismo non troppo celato e un sorriso smagliante sempre pronto a conquistare il favore della telecamera. Chiunque sia provvisto di una connessione internet, nell’ultima settimana avrà incontrato per forza di cose il professor Alessandro Orsini e la sua posa plastica ormai iconica.

Tutto normale: il suo volto sta monopolizzando i talk show in prima serata, e non è raro imbattersi in lunghi articoli di opinione – spesso dai toni parecchio avvelenati – che provano a metterlo in stato di accusa per via delle sue ospitate televisive.

Allo stato attuale la sua presenza è talmente ingombrante da spingerci a ritenere che, dallo scorso 24 febbraio, quando ha avuto inizio l’invasione russa dell’Ucraina, Orsini stia vivendo la sua personale golden age, godendo di picchi di popolarità precedentemente sconosciuti e, anzi, inimmaginabili fino a qualche settimana fa.

Le comparsate di Orsini hanno scatenato la reazione di alcuni parlamentari, come quella del deputato del Pd Andrea Romano, che ha scritto che «Non esiste né può esistere alcuna “par condicio” tra aggredito e aggressore. Ed è assolutamente inaccettabile che le risorse del servizio pubblico radiotelevisivo vengano utilizzate per finanziare i pifferai della propaganda di Putin», mentre per il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini «È giusto che Orsini esprima liberamente il suo pensiero, ci mancherebbe. Che io però lo debba anche pagare, invece no. Roba da matti».

Come accennavamo, le ragioni della fama di Orsini sono connesse, principalmente, alle prese di posizione che il professore ha espresso in merito alle effettive responsabilità di questa guerra, che hanno provocato anche una decisa presa di distanza da parte dell’ateneo per cui lavora – ad esempio, quando Corrado Formigli lo ha invitato per la puntata di Piazza Pulita della scorsa settimana, il docente ha dovuto premettere di parlare a titolo personale, in quanto cultore della materia, distaccandosi nettamente dall’Università per cui lavora: una situazione decisamente spiacevole, proprio per via del suo ruolo accademico.

Queste opinioni, per così dire, “non allineate” hanno proiettato il professore al centro della più classica delle bufere mediatiche (il docente ha addirittura annunciato l’immediata interruzione della sua collaborazione con Il Messaggero, dove scriveva lunghi editoriali d’analisi geopolitica). Come spesso accade in un Paese che dà un peso eccessivo alle parole espresse dall’accademico di turno (vedi Barbero), le tesi di Orsini hanno spaccato a metà gli orientamenti dell’opinione pubblica: c’è chi l’ha accusato di essere un megafono della propaganda del Cremlino, legato a Mosca da interessi di parte, e chi, al contrario, sembra apprezzare le sue analisi “pacate” e slegate da ogni logica eurocentrica e occidentale.

Le origini di questa “Orsini-mania” affondano le radici nello scorso 3 marzo, quando il professore, ospite della summenzionata trasmissione di La7, è stato chiamato in causa per fornire il suo punto di vista sugli sviluppi del più grave conflitto europeo dai tempi della Seconda guerra mondiale.

In quell’occasione, Orsini ha scelto di sfruttare la vetrina che gli è stata concessa per mettere in discussione quello che lui stesso ha a più riprese etichettato come “primato morale” dell’Occidente. «Quello che Putin ha fatto all’Ucraina noi l’abbiamo fatto nello stesso identico modo in Iraq», ha detto. «Se il problema è che Putin sia un cane e uno schifoso, allora tra schifosi possiamo intenderci». A detta di Orsini, la Nato e l’Unione Europea hanno più responsabilità politiche nel conflitto di quanto faccia trapelare la stampa tradizionale, dato che «Il blocco occidentale ha terrorizzato Putin» e, di conseguenza, se «La responsabilità militare di questa tragedia è tutta di Putin», quella politica sarebbe da attribuire principalmente all’alleanza atlantica.

Pochi giorni prima, parlando alla Radio svizzera italiana, aveva detto che «l’Ucraina è fondamentalmente persa» e che «l’unica via per salvare i civili, è scendere a compromessi con Putin», individuando nella resa senza discussioni di Zelensky l’unica via di fuga possibile.

Le argomentazioni con cui il professore prova a fornire una giustificazione all’atteggiamento aggressivo e imperialista di Putin si basano su tre grandi pilastri: tutto ha avuto inizio nel 2003, quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq, storico alleato della Russia, col passaggio definitivo di tutti i poteri alle autorità irachene insediate dall’esercito americano su delega governativa statunitense; il secondo giro di boa risale al 2015, quando l’Occidente ha alimentato dall’esterno il conflitto in Siria per rovesciare Assad e sostituirlo con un presidente filo-americano, spingendo Putin a intervenire militarmente per mantenere ben salda l’alleanza con Damasco; il terzo inciampo atlantista, invece, è da ricollegare ai fatti del 3 gennaio del 2020, con la morte del generale iraniano Soleimani, ucciso da un attacco mirato sull’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, per ordine esplicito dell’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (che, peraltro, ha sempre intrattenuto relazioni piuttosto feconde con Putin). Eventi che, a detta del docente, avrebbero per l’appunto “terrorizzato” il presidente russo sino al punto di spingerlo a reagire per contrastare un accerchiamento in piena regola.

L’esposizione mediatica del professore di sociologia del terrorismo della Luiss – nonché direttore e fondatore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale e del quotidiano Sicurezza Internazionale – è diventata, a tutti gli effetti, un caso politico. Ad esempio, nelle ultime ore si parla insistentemente del gettone di presenza, a detta di alcuni eccessivo, che Carta Bianca – il programma condotto da Bianca Berlinguer su Rai 3 – gli avrebbe garantito per un totale di 6 apparizioni: un tesoretto pari a 2mila euro a puntata.

Sono emersi anche dettagli del suo passato un po’ ambigui, che in effetti sembrerebbero suggerire una certa simpatia filo-russa da parte del docente: l’anno scorso la testata che dirige – che, in teoria, dovrebbe occuparsi di politica internazionale e di studi strategici – ha infatti ospitato diversi articoli parecchio elogiativi nei confronti del vaccino Sputnik, tessendo le lodi del «primo vaccino contro il Covid-19 al mondo» e enfatizzando all’estremo la portata della sua efficacia – alcuni pezzi elogiavano il suo clamoroso successo nelle campagne vaccinali in Venezuela (efficacia al 100%!), in Nicaragua o in Iran, tutti Paesi legati a Mosca.

Orsini è un docente molto capace e un intellettuale da tenere in considerazione: lo si evince dal suo curriculum (i suoi libri sono stati pubblicati dalle maggiori università americane e i suoi articoli sono apparsi sulle più autorevoli riviste scientifiche internazionali specializzate in studi sul terrorismo), dalla chiarezza espositiva e dalla sicurezza con cui prova a fornire un sostegno alle sue tesi. Insomma, sulle competenze e le capacità comunicative del caso mediatico di turno possiamo tranquillamente fugare ogni dubbio.

Ora: che una voce fuori dal coro (tanto più una dotata di una certa autorevolezza, come nel caso di Orsini) provi a farci ragionare sugli errori e le manie di onnipotenza in cui, in quanto occidentali, inciampiamo spessissimo è cosa buona e giusta; se, però, questi spunti di riflessione fanno il giro e diventano giravolte retoriche, finendo per trasformarsi (anche contro la volontà di chi le pronuncia, dato che il professore ha sempre dichiarato di essere contrario alla guerra e non abbiamo ragione di non crederci) nell’ennesimo grimaldello utile a consentire allo sprovveduto di turno di giustificare quella che rappresenta, a tutti gli effetti, un’aggressione imperialista nei confronti di uno Stato sovrano in posizione di netta inferiorità, beh, forse è il caso di farsi due domande.