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Perché tre donne e una canzone catalana possono mettere fine al regime in Bielorussia


Dopo una campagna elettorale repressiva, le enormi proteste della popolazione hanno aperto una crepa nel regime di Lukashenko. Dalle violenze della polizia al ruolo delle donne e dei media indipendenti, ecco cosa sta succedendo

Foto: Valery SharifulinTASS via Getty Images

“Перемен” è una parola russa. “Peremen” in caratteri occidentali. Significa “cambiamento”.

È anche il titolo di una canzone della band russa Kino (Film), presente nell’album Posledniy Geroy (The Last Hero) uscito nel 1989, durante il processo di glasnost e perestrojka avviato dal presidente russo Mikhail Gorbachev.
 La band era molto famosa in Russia anche per l’espressività e la personalità del frontman Viktor Tsoi. Il culto di Tsoi, che aveva fondato la band e scritto tutte le musiche e i testi delle canzoni, crebbe notevolmente quando morì a causa di un incidente stradale nel 1990, al culmine del loro successo. La canzone Peremen divenne un inno per i giovani russi che guardavano alla libertà e all’Europa prima del collasso dell’Unione sovietica e del regime comunista.

La stessa canzone si sentiva a Minsk, capitale della Bielorussa, e nel resto del Paese, nel pomeriggio di domenica 9 agosto, nonostante fosse stata proibita dal regime perché considerata sovversiva.

“We want changes!
It’s the demand of our hearts.
We want changes!
It’s the demand of our eyes.
In our laughter, in our tears, and the pulse in our veins.
We want changes!
And changes will begin…”

Peremen riecheggiava nelle case, nelle auto, per le strade e per le piazze mentre la popolazione iniziava a radunarsi per protestare contro i risultati elettorali e i brogli del presidente “dittatore” Alexander Lukashenko. Da mesi era diventata la canzone/inno di un altro popolo che sta combattendo pacificamente, in modo affascinante e commovente, per la libertà.

Come mai questa piccola nazione è in questo momento al centro del mondo? Cerchiamo di procedere con ordine e facciamo un passo indietro. Conoscere la storia e la successione degli eventi è il modo migliore per farsi un’idea di quello che sta succedendo.

Le elezioni

La Bielorussia ha circa 10 milioni di abitanti e confina con Lituania, Lettonia, Polonia, Ucraina e Russia. Dal 1996 è governata dal “presidente” dittatore Alexander Lukashenko che, con il passare del tempo, ha instaurato un regime privando la popolazione dei diritti umani e soffocando sempre di più la voce dell’opposizione. Domenica 9 agosto c’erano le elezioni presidenziali. Oltre a Lukashenko, la più importante candidata delle elezioni era Svetlana Tikhanovskaya, la leader del comitato di opposizione costituito insieme a Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova. Casalinga di 37 anni, ex insegnante di inglese e traduttrice, Svetlana Tikhanovskaya è stata candidata da suo marito Sergei Tikhanovsky, blogger e youtuber molto conosciuto. Era lui il principale oppositore di Lukashenko e come gli altri è stato arrestato mesi fa con accuse fasulle. È tutt’ora detenuto in carcere.

Le elezioni si sono svolte in un clima di repressione, senza la possibilità di controllo degli osservatori internazionali, ma molti analisti, tra cui ad esempio Stawomir Sierakowski che scrive sulla rivista polacca Krytyka Polityczma, convenivano che ormai 2/3 o addirittura 3/4 della popolazione era favorevole a un cambiamento. Il muro della paura ormai era eroso da tempo e la gente bielorussa contraria al regime usa indossare un braccialetto bianco. Quindi, nonostante gli osservatori non potessero entrare nei seggi, vedevamo quante persone indossavano il braccialetto bianco, le quali, ben organizzate e preparate, si erano riunite in lunghe code fin dalla mattina presto di domenica per votare. Così quando la Commissione Centrale per le Elezioni ha diffuso i risultati delle elezioni, Lukashenko 80,1 % e Tikhanovskaya 10.12%, la popolazione ha iniziato a uscire dalle case per scendere nelle strade e nelle piazze per manifestare contro gli evidenti brogli elettorali.

Le proteste e la repressione

La reazione di Lukashenko è stata molto violenta. La polizia ha affrontato i manifestanti pacifici sparando proiettili di gomma e lanciando granate flash per shockare e stordire con luce e suono. Corpi speciali della polizia hanno iniziato a setacciare città e paesi arrestando e picchiando violentemente e indiscriminatamente chiunque incontrassero.

Il ruolo fondamentale dei media indipendenti

Il regime ha cercato di imbavagliare e censurare la comunicazione bloccando internet. La stampa ufficiale è controllata completamente dalle autorità. Ma i media indipendenti, utilizzando server proxy stranieri e criptando il segnale, sono riusciti a raccontare cosa stava accadendo mostrando al mondo le atrocità subite dalla popolazione e suscitando conseguente indignazione. Belsat tv, Svaboda, Nasha Niva e Tut.by sono media autonomi che, contro l’egemonia dell’informazione di Stato, hanno dato voce alle persone, ai cittadini bielorussi durante questi mesi e ancor più durante questi giorni pieni di speranza ma anche tristi per le sofferenze, le violenze, le morti. Oggi è stato ritrovato il corpo di un ragazzo in un bosco.

Blogger e analisti come Franak Vlačorka ci hanno svelato sospetti, come quello che emerge dalle sue ricerche, su forze speciali serbe infiltrate nella polizia bielorussa.

Le immagini della popolazione pacifica, le violenze della polizia e le testimonianze delle atrocità subite dalle persone detenute prima di essere rilasciate hanno destato sgomento nei media di tutto il mondo. Tuttavia, nelle ultime ore il ministero dell’informazione ha bloccato alcuni siti e alcune pagine e diversi giornalisti indipendenti sono stati arrestati: invece di finire in un carcere bielorusso, però, sono stati deportati in Russia.

Le prime crepe nel regime

La tattica del terrore non funziona, nonostante le vigliacche brutalità che hanno dovuto sopportare le persone arrestate. Soprattutto le donne. La popolazione non si spaventa. Non ha paura. E continua a radunarsi in piazza mentre per la prima volta il regime inizia a mostrare delle crepe nei settori della società civile di solito più vicini allo “zar di Minsk” Lukashenko. Si diffonde sui social una protesta virale in cui uomini distruggono la loro uniforme militare o della polizia vergognandosi delle violenza contro i manifestanti pacifici.

Dipendenti pubblici, persone che lavorano nella televisione di Stato, direttori di importanti musei e teatri, lavoratori delle grandi fabbriche del Paese iniziano a scioperare, fomentando la protesta. “Più insistiamo con le proteste e prima avverrà il cambiamento” ha detto Maria Kolesnikova da un palco arrangiato solamente con un microfono e delle casse, in piazza Indipendenza a Minsk. Qualche centinaio di persone. Forse un migliaio, vista la repressione, avevano pensato gli organizzatori.

Domenica 16 agosto la leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya, che nel frattempo era fuggita in Ucraina visto il clima di terrore, aveva organizzato la “marcia per la libertà”. Alle ore 14. Mentre alle ore 12 Lukashenko aveva organizzato un comizio, con pullman di Stato che portavano sostenitori da ogni parte del Paese. 65mila persone (stima degli apparati di Stato, quindi poco attendibile e verosimilmente gonfiata). Nessuno si aspettava che così tanta gente scendesse nelle piazze, in un’atmosfera pacifica e di festa. 200000 mila persone secondo le stime del New York Times. La più grande protesta nella storia della Bielorussia.

Le reazioni della comunità internazionale

Il primo ad aver riconosciuto la vittoria di Lukashenko è stato Putin, il presidente della Russia. In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tutt’altro che idilliaci, ma nel 2002 in Uzbekistan è stato firmato un trattato di sicurezza comune tra la Russia, le repubbliche dell’Asia centrale, l’Armenia e la Bielorussia.

Putin, che ha avuto colloqui telefonici con la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, non vuole interferenze da parte della comunità europea su questioni interne alla Bielorussia. Qualche giorno fa, il parlamento della Lituania ha votato all’unanimità (solo due astenuti) che non riconosce come legittima la vittoria di Lukashenko. È stato il primo atto ufficiale a favore del popolo bielorusso che chiede nuove elezioni trasparenti.

Domenica 23 agosto è stata organizzata una catena umana lungo i 3639 chilometri che collegano Vilnius, la capitale della Lituania, al confine con la Bielorussia. La Comunità Europea, qualche giorno fa, ha riunito via conference call i ministri degli esteri degli stati membri. Nelle parole della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e in quelle del Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, ha ribadito che non considera valido il risultato delle elezioni che ha visto vincitore Lukashenko con l’80% delle preferenze. Considera i risultati poco attendibili, con dimostrazione di brogli, e quindi falsificati. Auspica che si arrivi a nuove elezioni sotto il controllo dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Minaccia sanzioni contro gli autori delle violenze sulla manifestazione pacifica e contro gli autori dei brogli elettorali. Prepara un sostegno economico per la popolazione. Questo poche ore in anticipo rispetto alla prima conferenza stampa lontano dalla sua Terra di Svetlana Tikhanovskaya, che chiedeva un accorato aiuto dell’Europa a “sostegno del risveglio della Bielorussia”.

Adesso l’opposizione ha creato un Consiglio per il Coordinamento Nazionale con l’obiettivo di arrivare a nuove elezioni attraverso dei negoziati. Non c’è nessun interesse a prendere il potere, ma l’idea è avviare un processo di transizione. La società bielorussa è molto legata alla Russia, tanto che nelle manifestazioni non appaiono bandiere della Comunità Europea. Erano molte, invece, a sventolare durante la rivoluzione in Ucraina nel 2004.

La rivoluzione delle donne

C’è un detto in Russia: “*Женщина на корабле – к беде”, una donna in nave porta disgrazia. La società russa è fortemente patriarcale e maschilista. Ma nel momento in cui i mariti, i fidanzati, i figli sono stati arrestati, le donne hanno sfidato il regime e hanno fatto sentire la loro voce. Bistrattate, disprezzate, schernite. Nessuno immaginava che intorno a loro si sarebbe radunato un tale consenso.

Il loro simbolo di pace è una t-shirt bianca. E quando le tre rappresentanti dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova, salutando dopo una conferenza stampa pre-elettorale, hanno fatto ognuna un saluto diverso con la mano, il gesto della vittoria con 2 dita a V, il pugno destro chiuso e le due mani a rappresentare un cuore, nell’immaginario di qualche creativo o grafico si sono subito trasformate in tre eroine da fumetto.

È un altro elemento che contribuisce ad alimentare il mito di questo movimento. Tikhanovskaya, Tsepkalo e Kolesnikova sono tre donne che hanno preso il posto di uomini ingiustamente incarcerati e si sono fatte veicolo delle speranze di trasparenza e libertà di un intero popolo. Rappresentano lo spirito pacifico del mondo femminile, simboleggiato dai fiori che le donne bielorusse hanno regalato alla forze speciali della polizia, abbracciandoli quando hanno abbassato gli scudi in segno di solidarietà con i manifestanti.

Il colore della protesta

Domenica 23 alle 14 è stata annunciata la “Marcia per la Nuova Bielorussia”. Nonostante la polizia invitasse la popolazione con i megafoni a tornare a casa perché era una manifestazione illegittima, sembra che a Minsk in piazza Indipendenza ci fossero 250mila persone. Più di quelle che si erano radunate nel 1990 per l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Nelle strade e nelle piazze sventolano solo bandiere e striscioni bianchi e rossi. Era la bandiera della Bielorussia prima che Lukashenko prendesse il potere. La bandiera ufficiale ora è rossa e verde. È quella che si usava ai tempi dell’Unione Sovietica, un altro segnale del legame profondo con la Russia.

Abbiamo iniziato questo viaggio con una canzone, e lo concludiamo con una canzone. Il movimento di opposizione a Lukashenko viene da lontano. Nelle ultime settimane è balzato agli onori della cronaca internazionale. Nei mesi precedenti alle elezioni, ai comizi delle tre “pasionarie” si radunavano anche 60/70 mila persone. Spesso si concludevano cantando in coro tutti insieme una cover suonata da un gruppo rock Bielorusso.

Questa canzone, inno non ufficiale della campagna per le elezioni di Svetlana Tikhanovskaya, è una cover tradotta in russo della canzone polacca Mury di Jacez Kaczmarski. Questa canzone polacca, a sua volta una cover, era diventata famosa negli anni ‘90 durante il movimento Solidarnosc per la libertà della Polonia dal regime comunista.

Ma anche questa è una cover di una canzone che viene da ancora più lontano. Ci troviamo nel 1968 in Catalogna, durante la dittatura franchista, e il cantautore Lluís Llach compone L’estacaLa scrive in catalano, una lingua vietata dal regime. L’estaca è un invito ad unirsi per combattere per la libertà. “Se tu tiri un po’ dalla tua parte, io tiro un po’ dalla mia parte, il palo cadrà”, dice il testo. L’estaca è una delle canzoni più tradotte al mondo ed è diventato un inno di protesta per tutti quei popoli che aspirano alla libertà.

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