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Perché non dobbiamo smettere di parlare dell’omicidio di Alika Ogorchukwu

Ogni volta che una persona afrodiscendente viene uccisa, si parla di tutto tranne di ciò di cui varrebbe la pena parlare

Lacrime bianche, lacrime di coccodrillo scorrono copiose da quando venerdì 29 luglio a Civitanova Marche il trentaduenne Filippo Ferlazzo ha ucciso Alika Ogorchukwu, trentanovenne lavoratore ambulante di origine nigeriana. In pieno centro, senza che nessuno tentasse di dividerli. L’unico dibattito che abbia davvero preso piede è stato proprio quello sull’opportunità di intervenire di fronte a una violenza così atroce, per di più ai danni di una persona con disabilità, filmandola come un evento qualunque.

«Non vedo colori», hanno scritto in molti, come se la morte di Ogorchukwu non fosse che la più recente tra le tante che in Italia si è tentato negli ultimi anni di derubricare a tragedie, occultando la matrice razziale. Il sindaco Fabrizio Ciarapica, eletto nelle liste di Forza Italia dopo un passato in Alleanza Nazionale, ha voluto istituire un piccolo fondo per la famiglia della vittima, e subito dopo ha scritto: «Ci costituiremo parte civile contro l’aggressore a tutela dell’immagine e dei valori di Civitanova che è sempre stata una città civile, accogliente, generosa, pacifica e solidale e che è sgomenta e addolorata per una vicenda estranea al suo carattere ed alla sua anima». E ancora, in un comunicato stampa apparso nel sito del Comune: «Ogni altro tentativo di etichettare un gesto che va oltre la comprensione umana, rischia di essere fuori luogo e va a ledere il rispetto del dolore della famiglia del nigeriano ucciso. Affermare che l’omicidio sia stato scatenato da odio razziale o altro, va solo a strumentalizzare un caso di cui non avremmo mai pensato di dare notizia nella nostra città. Al raptus efferato, irrazionale, incontrollabile rispondiamo con sdegno, dolore, solidarietà e con il rispetto della vittima e della sua famiglia, alla quale assicuriamo tutta la nostra vicinanza».

Insomma, il razzismo qui non esiste, non siamo mica negli Stati Uniti. Qui ci si accende solo per “futili motivi”, come si è detto in altri casi, dimenticando che Ahmed Ali Giama, Nmodou Diop, Emmanuel Chidi Namdi, Abba Abdul Guiebre detto Abba, Jerry Maslo, Soumaila Sacko, Abdul William Guibre, Assane Diallo, Diop Mor, Samb Modou, Idy Diene, Willy Monteiro Duarte e molti altri sono stati uccisi in un modo simile, in vicende in cui la violenza e l’indifferenza sono sempre centrali. Non siamo nemmeno nella vicina Macerata, città di nascita del sindaco, dove la campagna elettorale del 2018 era stata segnata dalla strage perpetrata da Luca Traini ai danni di sei persone, tutte di origine sub-sahariana. Anche in quel caso qualcuno provò a farfugliare che ci fosse di mezzo una donna e la necessità di vendicarla: se Alika Ogorchukwu è stato “punito” per il catcalling alla compagna (ormai ex) di Ferlazzo, notizia poi rivelatasi infondata, nel caso di Macerata si cercò di stabilire un nesso con Pamela Mastropietro, una ragazza di diciotto anni che Traini avrebbe voluto vendicare. Così come Traini si rivelò essere il classico suprematista bianco, ora si legge che Ferlazzo ha un disturbo bipolare che preoccupa da tempo sua madre, e che nonostante questo è proprio lei il suo amministratore di sostegno, ma quel giorno si trovava a 400 kilometri di distanza.

Parlare di razzismo andrebbe persino a ledere – secondo il comunicato diffuso – il rispetto del dolore del nigeriano – rigorosamente senza nome – ucciso. E tra i commenti sotto il post del sindaco troviamo: «Non capisco perché usare soldi dei contribuenti», «Basta, il razzismo non c’entra», «Non strumentalizziamo sempre tutto»: le destre non potevano chiedere di meglio per accendere una campagna elettorale finora poco emozionante.

Ma ciò che più colpisce è che a prendere parola a riguardo sui media mainstream continuano ad essere quasi solo persone bianche, per lo più uomini senza alcun titolo o appartenenza che possa giustificare le chiavi di lettura di volta in volta fornite. Ed è questo uno dei motivi per cui sabato 6 agosto il Coordinamento antirazzista italiano ha organizzato una manifestazione proprio a Civitanova Marche, mentre da qualche giorno circolava un comunicato a firma di un gruppo di consigliere e consiglieri di origine straniera: Rahel Sereke, Marwa Mahmoud, Veronica Atitsogbe, Aziz Sawadogo, Victoria Oluboyo, Antonella Bundu e Siid Negash.

Antonella Bundu, eletta a Firenze, ci fa notare come ogni volta che una persona afrodiscendente viene uccisa si parla di tutto tranne di ciò di cui varrebbe la pena parlare. «Quel famoso video ci mostra che nessuno ha provato per Alika Ogorchukwu un sentimento di vicinanza sufficiente per intervenire». E questo succede perché la politica relega ai margini le persone razzializzate, creando disuguaglianze. «Basti pensare alla sanatoria voluta dalla ministra Teresa Bellanova», quella con cui durante i mesi più duri della pandemia di Covid-19 si decise che un certo numero di migranti potessero vivere regolarmente in Italia, a patto che si rendessero utili per un periodo di sei mesi lavorando in determinati settori. Fu un flop, e da subito fu chiaro che si trattava «nient’altro che una piccola concessione, ma nemmeno quella stava bene alle destre». Le differenze che la politica crea o accentua sono per Bundu la ragione per cui per molti diventa difficile empatizzare con l’altro da sé. Nel caso di Alika Ogorchukwu si è detto che se c’è cercata, come abbiamo sentito altre volte: «Vivendo a Firenze non posso non pensare al caso di Riccardo Magherini. Ma qui in più qui c’è la rimozione della motivazione razziale. Bisogna avere proprio mettere i paraocchi per non vederla». Per Bundu, il cui padre è originario della Sierra Leone, rimuovere è un modo facile per riscrivere la Storia e far credere che il nostro paese sia sempre stato monocolore «come quando a Firenze si nega che il duca Alessandro de’ Medici detto il Moro fosse afrodiscendente, o quando si tenta di impedire il percorso “Black presence” agli Uffizi, come hanno tentato di fare due anni fa degli estremisti di destra». L’esempio che fa Bundu è calzante, perché le espressioni usate in quell’occasione sono le stesse usate oggi da molti per commentare l’omicidio di Alika Ogorchukwu, che non si può classificare come razzista perché sarebbe «strumentalizzazione forzata a uso e consumo del pensiero unico», proprio come dissero i neofascisti in risposta agli Uffizi. Ma anche il lessico del Parlamento ha fatto danni enormi: «definire le ong “taxi del mare” cui chiudere i porti, come fece Di Maio da vicepremier nel 2017, è servito tanto quanto serve ancora oggi chiamare “clandestini” coloro che non possono ottenere i documenti per migrare. Sono operazioni utili per affermare che questo non è il momento dei diritti, nemmeno quelli basilari come cittadinanza o residenza. Ci viene detto che non è urgente adesso, non lo è mai, ma quando si tratta di firmare un accordo per fermare le migrazioni i capi di stato prendono subito un aereo, come ha fatto Draghi per incontrare Erdogan». Bundu fa notare inoltre come in un clima come questo gli atti di discriminazione e di violenza non vengano nemmeno riconosciuti come tali: un esempio è la prassi per cui molti si rifiutano di affittare una casa a chi ha un cognome che suona straniero. Semplicemente, il fatto che succeda è pienamente accettato: «è accaduto anche ad Aboubakar Soumahoro due anni fa, quando cercava un appartamento a Roma. Lui aveva anche la cittadinanza italiana, ma nemmeno quella è servita. Si fa sempre riferimento alla questione della sicurezza, come se dipendesse solo da alcuni gruppi sociali. Ma anziché investire in telecamere e taser dovremmo rivedere il modo in cui gestiamo la spesa pubblica».

Che il tema della sicurezza funzioni come un eterno ricatto lo sa bene anche Rahel Sereke, consigliera di un popoloso municipio di Milano, città recentemente bollata come violenta da personalità come da Chiara Ferragni, che ne ha fatto una story su Instagram per il suo pubblico di oltre 27 milioni di followers. Ma non è con una story che si può riassumere Milano, né Porta Venezia, uno dei quartieri che fanno parte del terzo municipio, caratterizzato dalla presenza di famiglie e attività commerciali gestite da persone con background migratorio e frequentato la sera da molte persone Lgbt+ per i suoi locali. Da tempo si parla delle diverse questioni sociali di Porta Venezia usando, o meglio, abusando degli stessi termini: disagio, degrado, baby gang, criminalità. Per combattere la disgregazione sociale Sereke ha quindi partecipato e promosso alcuni incontri tra le realtà più attive di via Tadino e dintorni, mentre parallelamente è riuscita a far approvare un emendamento alla delibera sulla cosiddetta “movida” per dotare le forze dell’ordine di strumenti che possano essere d’aiuto nel prevenire e contrastare la profilazione razziale. La consigliera spiega che «se ne è discusso per due mesi, dunque prima che il video del fermo del centrocampista del Milan Tiémoué Bakayoko diventasse virale. Quello che è successo a Bakayoko succede di continuo. Preferisco sempre il dialogo al ricatto, e quell’emendamento l’ho scritto pensando a coloro che si definiscono “moderati”, sia a destra che a sinistra. Ho pensato che nessuno avrebbe potuto votare contro l’articolo 3 della Costituzione». Sereke, che da sempre frequenta gli spazi sociali e dialoga con organizzazioni politiche, associative e sindacali che sposano valori democratici, vede nei posizionamenti che definisce ‘pavidi’ un modo per mettersi al riparo dai conflitti. «Da tutti i conflitti, intendo. Essendo stata cresciuta da una famiglia italiana riesco a contemplare uno sguardo che non è quello di mia madre e il conflitto mai risolto tra popolazione autoctona e popolazione extra-europea nelle nostre città è il conflitto della mia vita. Perciò non accetto che venga reso invisibile: esiste eccome e va affrontato. Lo sta facendo la campagna CambieRai, che fa tesoro delle esperienze di Black Lives Matter calandole nel contesto italiano. E come in tv, anche in tutti gli altri ambiti le cose possono cambiare solo se ad affrontare le questioni irrisolte e a costruire comunità sono persone che quelle questioni le vivono direttamente».

Tutto risulta ancora più chiaro quando Sereke porta l’esempio di una recente manifestazione a Milano: «Legalità e accoglienza sono state le parole chiave di Milano senza muri”, la rete promossa dal Partito Democratico, che «adotta un linguaggio performativo, in grado di incidere pericolosamente nell’immaginario collettivo, esattamente come fanno i media e il resto della politica. Come rete Nessuna persona è illegale abbiamo partecipato al corteo ‘colonizzandolo’, ricordando a tutti con i nostri slogan che a discriminare e a produrre illegalità – se questo è il grande tema – sono innanzitutto alcuni dispositivi in materia di immigrazione, tra cui anche i decreti voluti da esponeneti del PD come Marco Minniti e Andrea Orlando, e non solo la legge Bossi – Fini» Per Sereke bisogna prendere atto anche del fatto che «per molte persone i partiti sono inutili perché nessuno di loro affronta con decisione la questione delle disuguaglianze e della classe. A partire dalla crisi economica del 2008 il nostro paese è sempre più povero. Le disuguaglianze non vengono combattute, al contrario: i livelli di esclusione si moltiplicano e la vulnerabilità finisce per essere sancita per legge, come nel caso di Lodi», dice riferendosi al comune lombardo in cui bambini nati da genitori stranieri sono stati di fatto esclusi dalla mensa scolastica.

Un provvedimento il cui obiettivo era evidente da subito, ma si è dovuto attendere il ricorso delle associazioni Naga e Asgi perché il regolamento fosse modificato. «Per questo motivo in una lettera che ho scritto insieme ad altri consiglieri ho invitato a considerare quanto razzismo, classismo e povertà siano correlati. Questo fa sì che alcune amministrazioni locali agiscano in aperta contraddizione con la Costituzione, anziché attuarla. Come consigliera di municipio mi rendo conto che questi cinque anni di incarico sono importanti, più di quanto si creda. Vale per il nuovo stadio di calcio come per tutto il resto. Abbiamo la possibilità di fare massa critica, di scrivere delibere ispirate ai principi sanciti dalla Costituzione e dalle direttive europee. Gli abusi sistematici devono portarci a battaglie utili, come quella per ottenere dal Governo l’obbligo dei codici identificativi della polizia, in uso da tempo in altri paesi. Sento che nessuna battaglia è solo mia, e che devo contenere il carico emotivo che ne deriva, per essere lucida e agire nel modo migliore».

Come Sereke, anche Marwa Mahmoud, consigliera comunale a Reggio Emilia al secondo mandato, è dell’idea che altri paesi possano indicarci la strada da seguire. «Nel Dipartimento per le Pari Opportunità dei prossimi governi, nell’Oscad (l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) e nell’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) devono essere coinvolte sempre più persone razzializzate, con l’obiettivo di lavorare congiuntamente a un piano nazionale di azione. Attuarlo avrebbe conseguenze positive anche a livello locale. Quasi tutti hanno condannato la tremenda aggressione subita da Alika Ogochukwu perché era impossibile fare altrimenti, ma deve aumentare anche la consapevolezza rispetto alle nostre vite quotidiane, alle cosiddette micro-aggressioni. Bisogna coinvolgere le realtà che si occupano con competenza di antirazzismo, con corsi di formazione rivolti alle forze dell’ordine e a chi opera nei servizi. Insomma, decolonizzare i luoghi in cui si decide in che modo affrontare il tema della violenza e del razzismo. L’Italia non ha mai elaborato ciò che è stato il Fascismo, tant’è che il neofascismo è forte e Alika Ogochukwu è stato ucciso è perché è in atto da tempo un processo di disumanizzazione dei corpi neri che rende più accettabile il mancato soccorso nei suoi confronti e anche la sua morte. Lo sguardo con cui si osservano omicidi come il suo è spesso coloniale, come lo è pure negare un alloggio o un lavoro. Ma dobbiamo capire che questa violenza fa male a tutto il paese e che va affrontata in modo intersezionale, perché le dichiarazioni di vicinanza servono davvero a poco».

E sabato a Civitanova Marche i cortei erano in buona sostanza due: quello che comprendeva il sindaco Ciarapica, sempre determinato nel negare la matrice razziale dell’omicidio, persino in presenza della vedova Charity Oirakhi, e quello animato dagli attivisti afrodiscendenti arrivati da tutta Italia, dai quali la classe politica assente alla manifestazione ma ben rappresentata da Ciarapica pensa evidentemente di non avere nulla da imparare.