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Perché la stampa non lascia in pace Silvia Romano?

Con una copertura mediatica fatta di voci e ipotesi – "è incinta", "ha sposato i rapitori" – davvero ci stupiamo se poi fioriscono le varie reazioni più becere?

Perché la stampa non lascia in pace Silvia Romano?

Il ritorno a casa di Silvia Romano, arrivato all’improvviso come prima buona notizia degli ultimi due mesi di epidemia, è stata una delle poche notizie capaci di spostare almeno per un attimo l’attenzione dell’Italia e della sua stampa lontano dalla copertura costante del coronavirus. Ma com’era già accaduto per altri casi simili del passato – ad esempio quello di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due volontarie rapite in Siria nell’agosto 2014 e liberate nel gennaio dell’anno seguente – quest’attenzione è stata a tratti esagerata e non sempre positiva. 

Tanto per cominciare la solita stampa di destra ha dato il peggio di sé con titoli tesi a sottolineare che la liberazione di Romano sia in realtà un’umiliazione per l’Italia (perché abbiamo pagato un riscatto) e che la ragazza sia un ingrata che non si meritava tale sforzo perché – stando alle sue prime dichiarazioni – si sarebbe convertita all’islam durante la prigionia. “Abbiamo liberato un’islamica” ha titolato Libero, “Islamica e felice, Silvia l’ingrata”, titola Il Giornale.

Ma le testate di destra sono solo la punta di un iceberg fatto di voci, dicerie e teorie praticamente complottiste che prese nel loro insieme fanno passare Silvia Romano come una ragazza sprovveduta, che alla fine durante il sequestro non se l’è passata poi male e si è anche adattata al posto dove stava convertendosi alla religione locale. Sono voci che sono circolate sui social e che si possono trovare nei commenti agli articoli sul tema e alle varie dirette dell’arrivo di Romano a Ciampino.

Tra queste c’è la voce secondo cui Romano abbia sposato i suoi sequestratori – smentita dalla diretta interessata, ma ripresa da diverse testate, dalla pagina Facebook della Lega e non esclusa del tutto nemmeno da un quotidiano da cui ci si aspetterebbe di meglio come Repubblica, che in un articolo parla di “una notizia circolata nei mesi scorsi, secondo cui la giovane cooperante sarebbe stata costretta a sposare uno dei carcerieri”.

Oppure la voce che Silvia Romano sia addirittura rimasta incinta durante la prigionia, riportata ad esempio dal Tempo – teoria nata dal semplice fatto che nei video del suo arrivo la si veda toccarsi la pancia.

Il modo in cui i media – che fino a ora, quando si sono occupati del caso, hanno sempre dovuto fare riferimento alle stesse due foto prese da Facebook – hanno trattato le prime nuove immagini di Silvia Romano dal momento del suo rapimento quasi due anni fa, è emblematico. Ogni minimo dettaglio è stato sovra-interpretato per vederci qualche significato, e queste interpretazioni sono state inserite in una narrazione su chi è Silvia Romano.

Ad esempio diverse testate – anche l’ANSA – hanno descritto gli abiti che indossava al momento del suo arrivo come “abiti islamici”. In realtà si trattava di normali abiti somali – esattamente il tipo di vestiti che ci si aspetta che indossi una persona rimasta prigioniera per quasi due anni in quel paese – e non di una scelta di vestiario consapevole per mandare un messaggio religioso, che però è stata interpretata come tale.

È quindi comprensibile come, con una copertura mediatica del genere, fioriscano le varie reazioni becere – dai commenti su “quanto abbiamo pagato” all’esposto del Codacons alla Corte dei Conti per “fare chiarezza” sul riscatto.

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