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Perché in Colombia si parla di depenalizzare la cocaina?

Secondo il presidente Gustavo Petro, abbandonare l'approccio proibizionista metterebbe in difficoltà i cartelli della droga, proteggerebbe gli interessi dei contadini e preserverebbe la salute dell'Amazzonia colombiana

Foto di CARLOS JULIO MARTINEZ/AFP via Getty Images

Nelle ultime settimane, le idee che Gustavo Petro – economista, ex attivista del Movimento 19 Aprile e primo presidente apertamente di sinistra nella storia della Colombia, insediatosi a Palacio de la Carrera lo scorso 7 agosto – ha in mente di applicare per porre fine alla faida tra cartelli che, da decenni, scuote i precari equilibri della (fragilissima) repubblica sudamericana, stanno facendo parecchio discutere.

La ricetta proposta dal suo governo – che ha archiviato gli anni al potere del suo predecessore di estrema destra e filo-statunitense, Iván Duque – è quella di abbandonare una volta per tutte quell’approccio proibizionista che, a sua detta, non avrebbe soltanto fallito, ma addirittura esacerbato una situazione già delicatissima, aumentando esponenzialmente il potere dei signori del narcotraffico. Come? Decriminalizzando la coltivazione delle foglie di coca (quelle da cui si estrae la sostanza stupefacente) e permettendo ai cittadini di consumare cocaina in modo sicuro.

Bogotà – per distacco primo produttore al mondo di questa sostanza psicoattiva – sta ancora scontando gli effetti deleteri cosiddetto “Plan Colombia”, un piano da 7 miliardi di dollari, lanciato nel 1999 dall’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che (almeno nelle intenzioni) avrebbe dovuto risolvere la piaga del narcotraffico in tempi record e, nel mentre, combattere la guerriglia marxista delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), le cui attività vengono finanziate anche dai proventi della droga. Una strategia improntata sul pugno duro e la repressione, realizzata attraverso l’impiego di metodi forti: eradicazioni della pianta, militarizzazione del Paese e, soprattutto, fumigazioni delle coltivazioni attraverso la dispersione, per via aerea, del cosiddetto glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo. Quando si parla di cocaina, i destini di Colombia e Stati Uniti, per forza di cose, si intrecciano: secondo l’U.S. Office of National Drug Control Policy, nel 2021, la repubblica sudamericana ha prodotto circa 972 tonnellate di cocaina, la maggior parte delle quali esportate in territorio americano. Per i cartelli, Washington è un mercato floridissimo: di conseguenza, i presidenti (americani ma non solo) hanno spesso concesso aiuti finanziari al governo colombiano per attivare piani che permettessero di combattere il traffico di droghe.

Introdotto in agricoltura negli anni Settanta del secolo scorso dalla multinazionale Monsanto con il nome commerciale di “Roundup“, il glifosato ha conosciuto una particolare fortuna grazie alla sua efficacia. Il suo impatto sulla salute delle persone suscita, da anni, diverse polemiche per via della possibile cancerogenicità di questo erbicida.

Sotto questo profilo, i pareri non sono uniformi: nel 2015, un gruppo di esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha pubblicato i risultati di un’indagine che ha preso in esame tutti gli studi dedicati ai possibili effetti del glifosato su persone e animali, inserendolo nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (categoria 2A, la stessa in cui sono presenti agenti come il DDT, gli steroidi anabolizzanti, le emissioni da frittura ad alta temperatura, le carni rosse, le bevande bevute molto calde e le emissioni prodotte dal fuoco dei camini domestici alimentati con biomasse, soprattutto legna). In pratica si tratta di sostanze per cui ci sono prove limitate di cancerogenicità negli esseri umani, ma dimostrazioni più significative nei test con gli animali.

Proprio il parere dell’IARC spinse l’allora presidente Juan Manuel Santos a cambiare strategia, incrinando le relazioni con gli Stati Uniti e firmando una pax con le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), che da tempo chiedevano di porre fine alle fumigazioni che, a loro detta, stavano mettendo in pericolo la salute e i mezzi di sussistenza delle comunità indigene e danneggiando seriamente i raccolti contadini.

Tre anni dopo, sotto ricatto statunitense (pena la perdita degli aiuti economici), il nuovo presidente ultraconservatore Iván Duque ha concordato un patto sicurezza nazionale con l’allora presidente americano Donald Trump, reiterando la strategia delle fumigazioni fino al gennaio di quest’anno, quando la Corte Costituzionale colombiana, con una sentenza salutata come storica, ha ordinato alla Polizia e al Ministero dell’Interno «di aprire un processo di consultazione preventiva con le comunità etniche», tutelando il diritto delle 104 municipalità che, negli anni, sono state interessate dalle irrorazioni.

L’alleanza tra il governo di Bogotà e quello di Washington non ha prodotto effetti significativi neppure sul fronte della riduzione del volume d’affari dei cartelli: il commercio della cocaina ha raggiunto ormai livelli record e, dal 1999 a oggi, la coltivazione della coca è più che triplicata.

Ecco perché, secondo Petro, chiudere la porta alla repressione potrebbe rappresentare un punto di svolta importantissimo. L’idea di depenalizzare la cocaina non è una novità: nel 2020, alcuni parlamentari si spinsero addirittura oltre, presentando un disegno di legge che proponeva la creazione di un’industria legale per distribuire la droga ai fruitori interessati come antidolorifico, ma non a scopo ricreativo. La ratio avrebbe dovuto essere quella di invogliare le migliaia di coltivatori che operano illegalmente (ma risultano slegati dall’architettura di potere dei cartelli) a integrarsi in un settore economico legale e fruttuoso per lo stato. La legge si basava su un assunto semplicissimo: comprare i raccolti dei coltivatori costa meno che distruggerli.

Intervistato da Vice il senatore e membro dei Verdi Iván Marulanda, uno dei proponenti, spiegò il progetto più nel dettaglio: «La proposta è che lo stato acquisti la totalità della produzione di coca della Colombia a prezzo di mercato. La distruzione delle piantagioni costa allo stato quasi un miliardo di euro all’anno. Comprare il raccolto di tutti gli agricoltori ne costerebbe 608 milioni: meno che distruggerlo. Con questo intervento da parte del governo succederebbero due cose fondamentali. La prima: 200mila famiglie rientrerebbero nella legalità e non sarebbero più perseguite dallo stato. Di solito, queste famiglie contadine finiscono per dover lasciare la propria terra, disboscare nuove aree e ricominciare a coltivare coca clandestinamente. In secondo luogo, la Colombia distrugge circa 300mila ettari di foresta all’anno. Si stima che le famiglie che coltivano coca siano responsabili del 25 percento di questa deforestazione annuale. Gli ecosistemi della Colombia sono il danno collaterale».

Anche Petro sembra giustificare il provvedimento su una doppia base, economica e ambientale. Nel corso del suo intervento alla 77ma Assemblea generale delle Nazioni Unite dello scorso 23 settembre, ha dichiarato che «La pluridecennale guerra contro la droga ha fallito e se non si inverte la rotta durerà altri 40 anni». A detta di Petro, «Sono aumentati i consumi mortali, dalle droghe leggere si è passati a quelle più pesanti, si è prodotto un genocidio nel mio continente, nel mio Paese, sono state condannate al carcere milioni di persone», il tutto allo scopo di «occultare le colpe dell’irrazionalità del potere». Il presidente colombiano ha poi sottolineato come la piantagione venga ingiustificatamente demonizzata nonostante provochi pochissime morti per overdose e come le eradicazioni abbiano contribuito alla distruzione dell’Amazzonia colombiana.

Una visione sposata in toto anche dallo zar della lotta antidroga droga di Petro, Felipe Tascón, secondo cui la depenalizzazione avvicinerebbe i governi dei Paesi produttori di cocaina, come Perù e Bolivia, che sono guidati in modo simile da governi di sinistra e che, quindi, potrebbero dare vita a un vero e proprio gruppo internazionale che potrebbe esercitare pressione sulle Nazioni Unite, aprendo la strada a una rinegoziazione degli accordi sulle droghe. La domanda sorge spontanea: depenalizzare la cocaina intaccherà davvero il giro d’affari dei gruppi locali? Secondo alcuni analisti, la risposta è no: limitarsi a decriminalizzare la cocaina (e, quindi, a non prevedere sanzioni penali per il suo consumo, ma soltanto multe o sanzioni amministrative) lascerebbe la produzione in mano alle organizzazioni criminali e, anzi, probabilmente stimolerebbe una maggiore domanda (dato che verrebbe meno il deterrente delle sanzioni penali); anche un’eventuale legalizzazione (la creazione di un mercato legale) presta il fianco a qualche perplessità: piuttosto che guadagnarsi da vivere vendendo per pochi dollari al grammo nel mercato interno, la maggior parte dei produttori, già ora, esporta la propria merce nei paesi più ricchi, dove la domanda è molto più alta; di conseguenza, la presenza di un mercato interno legale piccolo e non redditizio non risolverebbe i problemi. La mossa potrebbe anche rivelarsi sconveniente anche sotto il profilo delle alleanze, mettendo a repentaglio le buone relazioni di lunga data del Paese con gli Stati Uniti, i cui funzionari, sia passati che presenti, stanno lanciando l’allarme. Intervistato dal Washington Post, un ex funzionario della DEA – che ha parlato a condizione di anonimato perché il suo attuale datore di lavoro non lo ha autorizzato a parlare della questione – ha detto di temere che la mossa limiterebbe la capacità dell’agenzia di collaborare con i colombiani nelle indagini sul traffico di droga: «Ucciderebbe progressivamente la cooperazione», ha spiegato. «Sarebbe devastante, non solo a livello regionale, ma anche globale. Tutti si troverebbero a combattere dall’esterno».

Insomma: l’approccio antiproibizionista di Petro sta stimolando un dibattito aperturista vivacissimo – leggere questo editoriale dell’Economist per credere –, ma risolvere il nodo del narcotraffico in Colombia non è uno scherzo. La certezza, però, è che una campagna di guerra che costa tempo, denaro e vite umane e che alla fine della fiera lascia il nemico che si vorrebbe colpire più forte di prima andrebbe fermata.