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Perché il viaggio del Papa in Iraq è stato molto, molto importante

Questo fine settimana, Papa Francesco ha visitato alcuni dei luoghi che fino a pochi anni fa erano controllati dallo Stato Islamico e dove i cristiani venivano perseguitati. Non è una cosa da poco

AHMAD AL-RUBAYE/AFP via Getty Images

Questo fine settimana, Papa Francesco è stato in Iraq, per visitare alcuni dei luoghi fino a pochi anni fa facevano parte dello Stato Islamico e dove i cristiani erano perseguitati. Il Papa è arrivato in Iraq il 5 marzo e riparte oggi, dopo aver visitato l’ex capitale del Califfato Mosul, la città santa sciita Najaf e la capitale del Kurdistan iracheno Erbil. Si tratta del primo viaggio in Iraq di un Papa, un viaggio storico per diversi motivi – a partire dal pericolo per l’incolumità del Papa, sia per la pandemia sia per il rischio terrorismo. Fortunatamente però è andato tutto bene.

Durante il suo viaggio, Papa Francesco ha incontrato il primo ministro e il presidente dell’Iraq, pregato tra le rovine delle chiese distrutte dallo Stato Islamico durante la sua occupazione di Mosul e tenuto un discorso insieme a diversi rappresentanti della Chiesa in Iraq – dove vivono circa 250mila cristiani. Papa Francesco ha detto che l’Iraq è la “culla della civiltà” ed espresso la sua tristezza per le barbarie che il Paese è stato costretto a subire negli anni recenti, con la distruzione di luoghi di culto e la persecuzione delle minoranze.

Ma soprattutto, durante il suo viaggio il Papa ha partecipato a un incontro storico, avvenuto sabato mattina, con il Grande ayatollah Ali al-Sistani. Sistani è la massima autorità dell’islam sciita nel Paese e il suo incontro con il Papa, che è andato a trovarlo nella casa in cui vive a Najaf, è stato definito “una visita privata senza precedenti nella Storia”. Erano decenni che il Vaticano preparava una visita del genere ma nessuno del Papi venuti prima di Francesco era mai riuscito a farla diventare realtà.

Questo perché Sistani è qualcosa di più che un leader religioso. È un uomo che gode di un credito tale, dal punto di vista sociopolitico, da essere in grado con le sue parole di influire pesantemente sulla vita politica dell’Iraq. Nel 2005, dopo l’invasione americana e la caduta di Saddam Hussein, fu il suo invito agli iracheni ad andare a votare che fece sì che le prime elezioni dopo l’invasione fossero partecipate e legittime. E nel 2014, una fatwa di Sistani contro lo Stato Islamico fu in grado di mobilitare la popolazione irachena contro il gruppo jihadista superando le divisioni interne alla società. È un uomo che, con le sue sole parole, è in grado di far cadere governi (come è successo nel 2019) e a cui persino l’ex presidente statunitense Obama ha in passato chiesto aiuto per sbloccare situazioni politiche complicate.

L’incontro tra il Papa e Sistani – i due si sono incontrati da soli, alla presenza solo degli interpreti – è stato pianificato nei minimi dettagli del cerimoniale ed è stato enormemente simbolico come messaggio di pace rivolto alla popolazione irachena, che è passata dalla guerra contro lo Stato Islamico a una profonda instabilità politica fatta di grandi manifestazioni di piazza e repressione violenta. Questo messaggio di pace è stato ribadito dal Papa anche dopo l’incontro con Sistani, quando è andato a Mosul. Nel suo discorso di fronte alle rovine della chiesa siro-cattolica nella città vecchia di Mosul, Papa Francesco ha detto che la speranza “è più forte dell’odio, e la pace è più forte della guerra”.

Poi il Papa si è spostato a Qaraqosh, che è la più grande città cristiana in Iraq, anch’essa controllata dallo Stato Islamico per più di due anni. Ad attenderlo qui ha trovato migliaia di persone: una differenza fondamentale con l’accoglienza che gli è stata riservata nel resto del Paese, dove sia per limitare gli assembramenti per la pandemia, sia per minimizzare i rischi di sicurezza, il governo iracheno ha imposto un coprifuoco totale per tutta la durata della visita papale. Dopo Qaraqosh il Papa è stato a Erbil, dove ha celebrato la messa in uno stadio.

Dietro al messaggio di pace portato da Papa Francesco c’è un altro messaggio, rivolto ai cristiani – ma non solo a loro, anche alle altre minoranze religiose costrette a fuggire dal Paese durante gli anni dell’ISIS. Il messaggio è che oggi la situazione in Iraq è migliorata, l’era dell’intolleranza religiosa è finita e chi è scappato può finalmente tornare a casa.