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Perché i social hanno preso di mira Gattuso

Il tecnico calabrese è in trattativa col Valencia, ma è stato travolto dalle polemiche dovute ad alcune frasi pronunciate anni fa. C'è chi lo etichetta come 'omofobo' e 'razzista' e chi pensa che stia subendo un processo mediatico ingiusto e anacronistico

Gennaro Gattuso Foto di Giuseppe Maffia/NurPhoto via Getty Images

Negli ultimi giorni una nuova polemica ha travolto Rino Gattuso, storica bandiera del Milan e campione del mondo nel 2006. Gattuso è tra i profili che il Valencia sta vagliando per la panchina, ma è finito sulla graticola dell’indignazione da social a causa di alcune dichiarazioni pronunciate una quindicina di anni fa. La battaglia contro l’arrivo del tecnico calabrese è stata veicolata soprattutto su Twitter, anche grazie all’attivismo dell’ex presidente del Valencia, Miguel Zorio, il quale ha chiesto esplicitamente alla tifoseria valenciana di fare fronte comune affinché Gattuso non entri a far parte del club.

Zorio – portavoce della piattaforma Marea Valencianista – in una nota ufficiale ha affermato esplicitamente di aver avviato una campagna contro «la xenofobia, l’omofobia e il machismo di Gattuso».

Non è la prima volta che l’allenatore calabrese si ritrova a dover affrontare una situazione del genere: nell’estate dello scorso anno era stato accostato al Tottenham, ma l’accordo saltò a causa delle proteste social di una frangia di tifosi del club inglese, che al tempo lo accusarono di essere omofobo e razzista. Da allora, “Ringhio” lavora costantemente per riabilitare la sua immagine e rispedire le accuse al mittente, ma senza successo.

Nello specifico, le frasi incriminate sono tre: la prima risale al 2013, quando Barbara Berlusconi entrò nella dirigenza del Milan. Al tempo, l’ex calciatore espresse qualche dubbio: «Non riesco proprio a vedere le donne nel calcio. Non mi piace dirlo, ma è così», disse, senza subire particolari ripercussioni (il che la dice lunga su quanto la sensibilità comune sia cambiata nel giro di appena 9 anni). Nello stesso anno, commentò in questo modo i fischi rivolti a Kevin Prince Boateng – «Quante volte i bianchi sono stati fischiati? A me è successo, ma non gli do molta importanza».

Il terzo tassello del “Gattuso gate” risale, invece, al 2008, due anni dopo la spedizione trionfale della Nazionale in Germania, quando il calciatore espresse il proprio parere sulle unioni civili: «Il matrimonio dovrebbe essere tra un uomo e una donna e il matrimonio omosessuale è molto strano per me. Ma ognuno fa quello che vuole».

Ora, il problema è sempre lo stesso: fermo restando che le frasi di Gattuso debbano essere condannate ad ogni livello, possiamo ritenere accettabile che una persona subisca un processo mediatico del genere a distanza di anni? Una protesta ripescata dal cilindro strumentalmente e totalmente anacronistica che, per giunta, sta avendo ripercussioni sul suo percorso professionale?

Anche perché, se proprio vogliamo dirla tutta, in diverse occasioni Gattuso ha dato sfoggio di grande umanità e ha veicolato messaggi positivi: ad esempio, dopo le dimissioni dall’Ofi Creta – un club greco allo sbando – scelse di pagare di sua tasca gli stipendi dei suoi ex giocatori: quasi 50mila euro di assegni. Anche in occasione della sua esperienza a Pisa (un’altra società che, al tempo, navigava in cattive acque) non ha mai piegato la testa di fronte alle condizioni lavorative precarie a cui erano sottoposti non soltanto i suoi calciatori, ma tutte le professionalità coinvolte nel club: «Sapete cosa mi dà veramente fastidio? Avere gente di 50 anni che piange perché non sa come pagare il suo mutuo. Devo far finta di non vedere la gente che lavora senza contratto, oppure il mio staff che non prende lo stipendio da febbraio e ha famiglia. Quanto può durare tutto questo?», disse in un post-partita parecchio famoso.

Non proprio un atteggiamento da troglodita insensibile e indifferente, insomma. Senza contare che, nel corso degli anni, la sensibilità di una persona, com’è legittimo che sia, può mutare in positivo o in negativo, diventando più progressista su determinate tematiche e più conservatrice su altre.

In generale, distaccandoci un attimino dalla logica distorta della iper-polarizzazione da social e dai travasi di bile che caratterizzano il sempiterno dibattito sulla “cancel culture”, potremmo fermarci un secondo e riflettere: forse, in una società civile in cui il giustizialismo da monitor è un disvalore, mantenere ben saldo il diritto di permettere a una persona di poter cambiare idea, di rimediare e scusarsi e, in caso, addirittura evolvere, senza fabbricare ad hoc il nuovo mostro di turno a suon di tweet e hashtag, è una necessità fondamentale. Anche perché, un domani, a tornare improvvisamente di moda potrebbe essere il nostro post un po’ ambiguo e pubblicato con leggerezza 5 anni prima, di ritorno da una scampagnata con gli amici.

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