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Perché gli studenti stanno protestando in tutta Italia

Oggi gli studenti delle superiori sarebbero dovuti tornare in classe al 50% delle presenze, ma non sarà così. E i diretti interessati hanno deciso di mobilitarsi

Alessandro Bremec/NurPhoto via Getty Images

Sono tantissime le manifestazioni studentesche organizzate in varie città d’Italia per oggi, 11 gennaio, giorno di ritorno in classe degli studenti delle scuole secondarie in una minoranza di regioni italiane. Al centro delle loro rivendicazioni sta la famigerata didattica a distanza, che ha permesso negli ultimi mesi alle lezioni di proseguire nonostante la pandemia – ma al costo di un aumento di fenomeni come quello della dispersione scolastica, data dalla mancanza di connessione stabile ad Internet e di dispositivi tecnologici sufficienti a garantire la partecipazione degli studenti appartenenti alle fasce più marginalizzate della popolazione.

Già prima di Natale la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina aveva stipulato un’intesa con le regioni, che avevano promesso il rientro degli studenti delle scuole superiori al 50%. Giunto il momento di tornare in aula, però, in gran parte d’Italia è stato deciso diversamente: in Trentino Alto Adige già dal 7 gennaio sono tornati in aula tutti gli studenti, dalle scuole materne alle superiori; mentre soltanto Valle d’Aosta, Toscana e Abruzzo hanno deciso di riaprire le classi l’11 gennaio, anche se soltanto al 50%. Per gli studenti di tutte altre regioni la situazione è più complicata: in Lazio, Liguria, Molise, Piemonte e Puglia le scuole superiori dovrebbero riaprire, salvo sorprese, il 18 gennaio. Una settimana dopo dovrebbe essere il turno di Campania, Emilia-Romagna, Lombardia e Umbria, mentre le altre regioni continueranno con la didattica a distanza fino al 1 febbraio.

Tutto questo, però, rimane subordinato ai dati epidemiologici delle prossime settimane – e secondo alcune indiscrezioni il governo starebbe per annunciare delle zone rosse automatiche per le regioni in cui l’incidenza settimanale dei casi fosse superiore a 250 ogni 100mila abitanti. Così, mentre 16 regioni hanno deciso di posticipare la data del ritorno in classe, nel giorno che il governo aveva indicato come quello del rientro gli studenti protestano – o meglio scioperano. 

“Vogliamo portare la questione dell’istruzione e della scuola pubblica in cima al dibattito pubblico”, racconta a Rolling Stone Giorgio Carratta, coordinatore provinciale della Rete degli Studenti Medi di Roma, tra gli organizzatori della mobilitazione. “Ciò che chiediamo è di poter tornare a fare scuola in presenza in sicurezza – che si possa lavorare in concordanza con le istituzioni per garantire le condizioni di sicurezza necessarie ad un ritorno in presenza che tuteli gli studenti”. Se infatti la didattica a distanza “ha permesso di tutelare studenti e studentesse in un contesto in cui tornare a scuola in presenza era insostenibile da un punto di vista sanitario”, continua Carratta, “ci sono dei limiti strutturali, come mostrano tutte le statistiche sull’aumento della dispersione scolastica e le difficoltà di seguire le lezioni a distanza”.

Sembra essere della stessa idea la ministra Azzolina, che in un’intervista ha chiesto ai presidenti di Regione di “trattare la scuola come le altre attività produttive, perché i costi della chiusura sono lo stesso altissimi”. “Gli studenti hanno bisogno di sfogare la loro socialità, allora tanto vale che lo facciano in un ambiente come la classe”, ha affermato Azzolina. “Il rischio zero non esiste in nessun ambito, ma tutti hanno riconosciuto ormai che all’interno delle scuole il rischio è molto basso”. E ancora: “Si chiude prima la scuola perché socialmente è stata messa nel fondo dello sgabuzzino. Devono spiegarmi perché, dove è quasi tutto aperto, gli studenti al pomeriggio possono andare a prendere l’aperitivo, mentre non possono andare in classe con la mascherina, l’igienizzante e i banchi separati”.

Preceduta ieri da una protesta studentesca di fronte all’Ufficio scolastico della regione Lombardia a Milano, la mobilitazione della Rete degli Studenti medi chiede “una scuola in presenza, sicura e vivibile, un sistema di trasporti funzionante con degli investimenti mirati che possano seriamente sopperire alle mancanze di tutti questi anni” oltre che un sistema di tracciamento efficace. Introdurre screening sanitari nelle scuole, vaccinare il personale a rischio, aumentare gli spazi e il personale sono alcune delle richieste degli studenti in piazza in tutta Italia – da Roma e Milano ad Ancona, Faenza, Firenze, Imola, La Spezia, Parma, Pescara, Pisa , Salerno, Viterbo e Trieste.

“Vorremmo lavorare con le istituzioni in modo da riuscire a garantire che il diritto alla salute e quello allo studio siano rispettati contemporaneamente” spiega a Rolling Stone Giorgio Carratta.  “Sicuramente è un lavoro difficile, ma come studenti ci mettiamo a disposizione per un lavoro sinergico su questo tema: checchè se ne dica, abbiamo mostrato un profondo senso di responsabilità negli ultimi mesi e pur dovendo rinunciare a quelli che sono elementi fondamentali della loro vita quotidiana – a partire dalla scuola in presenza, il poter stare in classe – abbiamo dimostrato di comprendere che la sicurezza collettiva e la necessità di contenere il virus fosse una priorità assoluta. Chi crede che siamo pigri è in malafede”.