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Per le sex worker tunisine restano solo la strada, le botte e le malattie

Con la chiusura degli ultimi bordelli a Tunisi e Sfax, la Tunisia ha rinunciato al lavoro sessuale legale. In pochi nel Paese sono scesi in piazza per i diritti delle sex worker, nonostante la prostituzione regolamentata dallo Stato sia stata tollerata per decenni

foto di FETHI BELAID/AFP via Getty Images

I bordelli lungo Abdallah Guech, il distretto a luci rosse legale più famoso della Tunisia, chiudono i battenti dopo almeno un secolo di attività. Dalla caduta di Ben Ali in poi, gli islamisti si sono fatti coraggio e hanno spinto, sia con le buone che con le cattive, per la criminalizzazione della prostituzione. Il Covid ha fatto il resto: dopo averli costretti a sospendere l’attività con la pandemia, le autorità non sono adesso intenzionate a riaprire i bordelli legali sparsi per il Paese. E senza la protezione dello Stato, alle sex worker restano solo la strada, le botte e le malattie.

Per anni la Tunisia è stata l’unico Paese nordafricano in cui la prostituzione era legale. Già in epoca ottomana, un impiegato si occupava di riscuotere le tasse dalle prostitute. «La prostituzione in Tunisia è un affare vecchio», spiega a Rolling Stone Anoir Zayani, presidente dell’Associazione tunisina di difesa delle libertà individuali. «La vera ragione della fine della prostituzione legale in Tunisia è dovuta all’ascesa dei partiti islamisti come Ennahdha, cominciata con la rivoluzione». Nel febbraio del 2011, i salafiti hanno addirittura appiccato il fuoco alle case chiuse della capitale. «Nel 2012, salafiti provenienti dai Paesi del Golfo sono andati nei bordelli per convincere le ragazze ad andare in Siria a combattere con lo Stato Islamico», racconta. Nonostante le mobilitazioni delle sex worker, i distretti a luci rosse hanno cominciato a chiudere uno dopo l’altro. Dietro alla criminalizzazione della prostituzione e dei bordelli non c’è, però, solo una ragione politica e religiosa. La Tunisia è un Paese a forte vocazione turistica e la riqualificazione dei distretti a luci rosse fa gola. Come spiega Zayani: `«nei posti dove ci si prostituiva, adesso ci sono gli uomini d’affari, in tanti hanno approfittato della chiusura dei bordelli per acquistarli e trasformarli».

In Tunisia, il lavoro sessuale è rigidamente regolato. «Si può lavorare solo con la licenza statale. Per ottenerla bisogna andare al bordello e chiedere al responsabile della casa chiusa. Poi ci sono le visite mediche e dopo questi passaggi il ministero dell’Interno decide se rilasciare o meno la licenza», spiega a Rolling Stone Mounir Baatour, attivista LGBT+ ed ex candidato alle elezioni presidenziali tunisine del 2019. Durante la sua carriera di avvocato, Baatour ha dovuto difendere anche alcune sex worker. «Mi ricordo che una di loro era stata accusata di prostituzione illegale e non riusciva a rientrare a lavorare in bordello», racconta. Nel Paese, la licenza per esercitare la professione di prostituta è concessa solo alle donne, che devono avere un’età tra i 20 e i 50 anni. Transgender e uomini non possono quindi prostituirsi legalmente. Se in possesso di tutti i requisiti, le ragazze vengono inquadrate come dipendenti pubblici, devono sottoporsi due volte a settimana a controlli medici, usare il preservativo, godono della protezione della polizia in caso di violenze e hanno anche un’assicurazione. Ma non possono allontanarsi dal bordello, più simile a una prigione del sesso che ai quartieri a luci rosse europei. «In Tunisia c’erano una quindicina di distretti in cui le sex worker lavoravano legalmente», dice Zayani. «Per loro, però, non era possibile avere una vita al di fuori del bordello».

In un Paese, come la Tunisia, sull’orlo del default, il numero di persone costrette a prostituirsi per sopravvivere è destinato ad aumentare. «I salari non aumentano ma la vita è diventata troppo cara», ci dice Bensaid Souhaila, di ATP+, associazione che lotta contro la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili. Durante l’emergenza Covid, insieme ad altre donne, Souhaila ha fornito kit igienici, buoni pasto e assistenza psicologica alle lavoratrici del sesso che, dopo la chiusura dei bordelli, sono finite per strada. Una condizione che espone a maltrattamenti, stupri e malattie. «Le prostitute illegali subiscono violenze, ma a causa del loro status, non possono sporgere denuncia alla polizia». Chi lavora senza licenza rischia, infatti, due anni di carcere. E non è permesso ospitare nelle case rifugio le prostitute che hanno subito violenze. «Come ATP+, noi sosteniamo legalmente le ragazze, le aiutiamo a comprare medicine quando non possono e offriamo loro test gratuiti per l’HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili, come la sifilide», spiega Souhaila. «Cerchiamo anche di formare le lavoratrici del sesso per renderle autonome e le orientiamo verso i servizi sessuali e riproduttivi dello Stato. E poi distribuiamo lubrificanti e preservativi femminili».

Con la chiusura degli ultimi bordelli a Tunisi e Sfax, la Tunisia ha rinunciato al lavoro sessuale legale. In pochi nel Paese sono scesi in piazza per i diritti delle sex worker, nonostante la prostituzione regolamentata dallo Stato sia stata tollerata per decenni. «Noi tunisini soffriamo di una sorta di schizofrenia: se si pensa che qualcosa sia contro la religione, non la difendiamo. La società civile non sta facendo sforzi proprio perché è divisa sul tema del lavoro sessuale», spiega Zayani. «In Tunisia stiamo nascondendo una realtà che esiste, la stiamo negando. E a guadagnarci sarà la corruzione». Dalla parte delle prostitute tunisine non ci sono nemmeno le femministe che, per ironia della sorte, si battono per l’abolizione della prostituzione proprio come gli islamisti. «Siamo noi di ATP+ e le altre associazioni che lottano per i diritti delle prostitute gli alleati delle sex worker in Tunisia», dice Souhaila. «La società civile deve sostenere e proteggere le lavoratrici del sesso. Lo sfruttamento c’è quando sono i clienti ad abusare. Ma la prostituzione deve restare un diritto e una libertà individuale». Anche in Tunisia.