Per la prima volta un malato potrà ottenere il suicidio assistito in Italia | Rolling Stone Italia
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Per la prima volta un malato potrà ottenere il suicidio assistito in Italia

Dopo il precedente del caso dj Fabo, un uomo tetraplegico che da 10 anni vive attaccato a una macchina ha ottenuto il permesso di porre fine alle sue sofferenze

Una manifestazione per l'eutanasia legale. Emanuele Perrone/Getty Images

La politica italiana è ancora più indietro del Paese e dell’opinione pubblica sul fine vita, e non c’è ancora una legge sul suicidio assistito. Ma il precedente del caso dj Fabo e la sentenza della Consulta al riguardo stanno permettendo di fare dei (piccoli) passi avanti su questo tema.

L’ultimo di questi passi avanti è la storia di Mario (il nome è di fantasia), un ex autotrasportatore di Pesaro rimasto tetraplegico dieci anni fa dopo un incidente stradale e che adesso, grazie a una decisione del Comitato etico della Regione Marche, ha ottenuto il via libera per il suicidio assistito. 

L’uomo sta conducendo da anni una battaglia per ottenere il permesso di porre fine alle sue sofferenze, scegliendo di non andare in Svizzera a farlo legalmente ma di lottare per far valere le sue ragioni in Italia in modo da creare un ulteriore precedente per le altre persone nelle sue condizioni – allargando la breccia che si è già creata dopo il caso dj Fabo. Per fare questo aveva scritto anche una lettera al ministro della Salute Roberto Speranza.

La sua battaglia è stata sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni, che da anni è in prima fila nelle lotte per i diritti civili, anche se finora non è riuscita a coinvolgere abbastanza la politica perché si impegni in questo senso. Intanto, però, si comincia mettendo le forze politiche di fronte al fatto compiuto che il fine vita e il diritto al suicidio assistito stanno diventato realtà in Italia. 

Nonostante l’esistenza di un precedente, l’assenza di una legge in materia rende complesso per il malato incurabile accedere al diritto al fine vita. Nel caso di Mario, l’uomo ha dovuto sottoporsi a decine di visite da parte di medici e attendere la decisione del Comitato etico regionale, che alla fine ha rilevato la presenza di quattro condizioni che legittimano la richiesta: il paziente è tenuto in vita artificialmente; ha una patologia irreversibile; la sua patologia gli causa sofferenze intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. 

Nel caso di Mario, che da dieci anni vive attaccato a una macchina e può muovere solo il mignolo della mano destra, tutte e quattro le condizioni erano presenti.