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Per il Parlamento Europeo, il gas è una ‘fonte sostenibile’ (e la crisi climatica può attendere)

Ovvero: come l'Europa vuole diminuire l'impiego dei combustibili fossili incentivando l'utilizzo... di un combustibile fossile

Foto di Kena Betancur/VIEWpress/Corbis via Getty Images

Ieri, con un voto a larghissima maggioranza, l’Europarlamento ha posto la parola fine alle obiezioni sollevate dai gruppi ambientalisti preoccupati dall’inserimento del gas e del nucleare all’interno della cosiddetta “tassonomia europea” – uno strumento introdotto dal cosiddetto Green Deal nella speranza di poter indirizzare i governi e le imprese nelle loro scelte di sviluppo, orientandoli in un orizzonte di sostenibilità: semplificando, si tratta di un elenco di investimenti ritenuti virtuosi dal punto di vista ambientale, che possa chiarificare una volta cosa possa essere considerato “sostenibile” e cosa no.

A favore della mozione si sono schierati soltanto 278 europarlamentari, una soglia ben lontana da quella prevista per raggiungere la maggioranza semplice dell’emiciclo e, quindi, respingere l’atto delegato della Commissione (per riuscirci, sarebbero state necessarie le preferenze di 353 delegati). La votazione di ieri era attesa da mesi anche perché, di fatto, rifletteva due visioni antitetiche del percorso di neutralità carbonica che l’Unione Europa sarà chiamata a intraprendere a partire dal 2023: per alcuni, l’accoglimento di gas e nucleare rappresenta un tassello fondamentale e un passo in avanti in direzione dell’autonomia energetica dell’Eurozona, mentre per altri la bocciatura di ieri contrasta con gli obiettivi fissati dallo stesso Green Deal, complicando il raggiungimento del traguardo delle emissioni nette entro il 2050; inoltre, sempre secondo questa fazione, l’affossamento di ieri non sarebbe altro che un riflesso delle pressioni esercitate dalle lobby dei combustibili fossili, preoccupate di proteggere i propri interessi e, quindi, interessate a ritardare il più possibile il passaggio definitivo alle fonti rinnovabili (è questo, ad esempio, il pensiero di Greta Thunberg).

La bozza che elencava gli investimenti ritenuti “sostenibili” dalla Commissione era stata resa pubblica a gennaio, attirando sin da subito diverse perplessità. Le critiche mosse dagli ambientalisti poggiavano su basi solide: infatti, anche se il gas è la fonte fossile meno dannosa per il clima – emette circa la metà dell’anidride carbonica del carbone e molti Paesi, seguendo uno schema avversato dai movimenti di protesta per il clima, lo prediligono nel passaggio alle fonti rinnovabili; per intenderci, è una specie di “terza via” (finta, perché si tratta pur sempre di bruciare combustibili fossili) che predilige anche il ministero della Transizione Ecologica italiano – diversi studi hanno sottolineato come considerarlo un “combustibile di transizione”, utile nel percorso di riduzione delle emissioni inquinanti, potrebbe essere un errore. Ad esempio, la road map pubblicata dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) a maggio – Net zero by 2050: a roadmap for the global energy sector – ha evidenziato la necessità di abbandonare la convinzione che il passaggio alle rinnovabili abbia bisogno di nuove infrastrutture del gas per compiersi senza incidenti o senza costi esorbitanti, dato che per per arrivare alle emissioni nette entro il 2050 è indispensabile interrompere il flusso degli investimenti fossili già all’inizio della filiera.

Anche l’opportunità di rilanciare l’impiego dell’energia atomica presta il fianco a diverse ambiguità, in primis perché il nuovo nucleare, quello di “IV generazione”, non sarà in grado di produrre energia per tutti prima di parecchi decenni, mentre la transizione ecologica richiede interventi immediati. I reattori attualmente in costruzione in Europa – quelli di Olkiluoto in Finlandia e di Flamanville in Francia – sono in costruzione da 15 anni con costi lievitati e, di conseguenza, hanno tempi incompatibili con la transizione e gli obiettivi climatici europei. Resta poi irrisolto il problema delle scorie dato che, attualmente, non esiste una tecnologia che possa bilanciare la produzione di energia atomica garantendo e il loro corretto smaltimento.

L’esito di ieri è stato agevolato anche da fattori esterni, come ad esempio gli sviluppi della guerra in Ucraina e la benedizione di Kiev che, alla vigilia del voto, con una lettera firmata dal ministro dell’Energia German Galushchenko, ha chiesto al Parlamento Europeo di non ostacolare l’introduzione di gas e nucleare in tassonomia, ritenendo che un suo mancato accoglimento avrebbe potuto complicare la (già difficile) ricostruzione post-bellica del settore energetico domestico – l’Ucraina, infatti, detiene la seconda più grande riserva di gas in Europa, con una disponibilità pari a circa 1.1 trilioni di metri cubi.

Da un altro punto di vista, nucleare e gas sono fonti che rappresentano i capisaldi delle dotazioni energetiche dei due paesi guida dell’Unione, ossia Francia e Germania. Non è un caso se Macron ha sempre guardato con favore all’atto delegato proposto dalla Commissione: Parigi copre gran parte del proprio fabbisogno energetico grazie all’impiego dell’energia atomica e, in un momento di crisi come quello attuale, ha più bisogno che mai di attrarre capitali privati; di conseguenza, inserire il nucleare nella lista degli “investimenti puliti” la rende, per forza di cose, molto appetibile ai portafogli degli investitori; dal canto suo, se è vero che Berlino non ha motivi per non opporsi al nucleare, potrebbe avere più di qualche rimorso sul fronte del gas, che costituisce tuttora la fonte di energia più importante di cui dispone – come dimostra il controverso gasdotto Nord Stream 2, fortemente voluto da Merkel per raddoppiare le forniture domestiche ma, attualmente, in fase di stallo. Va da sé che, per l’Italia – un Paese non nucleare, nonostante l’entusiasmo del ministro Cingolani – il futuro sembrerebbe prospettare una marea di fondi privati sul gas come energia di transizione permanente.

A prescindere dagli sviluppi futuri, è bene precisare che l’elenco della Commissione non autorizza la classificazione “sostenibile” di tutti i progetti legati a gas e nucleare, ma solo di quelli che garantiscono il rispetto determinate condizioni.

In particolare, le attività legate al nucleare saranno considerate “sostenibili” se relative allo sviluppo dei «reattori di IV generazione», ossia basati su una tecnologia nucleare a fissione ancora non perfezionata e congegnati per migliorare la sicurezza nucleare, ridurre la produzione di scorie nucleari e minimizzare la proliferazione nucleare a scopo militare. Inoltre, rientrerà nell’etichetta di sostenibilità anche la costruzione di nuovi reattori che utilizzino le migliori tecnologie in circolazione (di «terza generazione»), per la produzione di energia, a patto che il permesso di costruzione di questi impianti venga rilasciato dalle autorità nazionali entro il 2045. Potrà essere considerata sostenibile anche la produzione di elettricità dalle centrali esistenti, se gli investimenti per estenderne il funzionamento verranno autorizzati entro il 2040. In ogni caso, tutti i progetti legati al nucleare dovranno essere corredati di un fondo apposito per lo smaltimento dei rifiuti di produzione e per lo smantellamento, così come di un piano strutturato per indicare quale sarà la destinazione finale delle scorie. Il gas, invece, rientrerà nell’etichettatura sostenibile quando utilizzato per generare energia elettrica, produrre in sistemi ad alta efficienza energia e calore o nei cosiddetti «distretti di tele-riscaldamento o raffreddamento».

Nonostante i criteri particolarmente stringenti, le associazioni ambientaliste hanno già palesato la propria insoddisfazione per la decisione dei parlamentari europei: Greenpeace ha già dichiarato di voler intraprendere un’azione legale contro la Commissione, parlando di un «tentativo di greenwashing sostenuto dalla politica, in quanto si tratta di una chiara violazione delle leggi dell’Unione europea» e di un voto che si pone «in netto contrasto con quanto servirebbe davvero in un momento storico come questo, in cui gli effetti dei cambiamenti climatici – ondate di calore in tutta Europa, siccità e tragedie come quella avvenuta sul ghiacciaio della Marmolada – hanno gravi conseguenze sulla vita di tutte e tutti noi. Questo voto rischia di rallentare ulteriormente la lotta alla crisi climatica, esponendo le persone e il pianeta a eventi climatici sempre più estremi». Di certo, millantare di volere abbandonare i combustibili fossili dando un’etichetta ‘green’ al gas, un combustibile fossile, non è proprio una scelta lungimirante.