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Per i paesi in via di sviluppo, il coronavirus in sé è l’ultimo dei problemi

La maggior parte dei cittadini di molti paesi africani vive alla giornata e negli slum: per loro rispettare il distanziamento sociale è impossibile e lockdown significa morire di fame

Yasuyoshi Chiba/AFP via Getty Images

“Come stai?” “Com’è la situazione lì?” “Ti fanno tornare indietro?”. Credo di aver risposto a queste domande circa 100 volte nell’ultima settimana. Quando l’epidemia di Covid-19 cominciava a suscitare preoccupazione in Italia, io mi trovavo in Kenya come EU Aid Volunteer per WeWorld, una ONG italiana che si occupa di accesso all’istruzione e contrasto alla violenza di genere, e la tempesta sembrava lontanissima. 

“Se l’epidemia arriva anche lì come faranno a curarati?” Mia zia, e tanti altri come lei, era preoccupata per la qualità del sistema sanitario. In realtà a Nairobi ci sono diversi ospedali di livello europeo e il Paese è dotato di 150 letti in terapia intensiva, che lo rendono tra i meglio attrezzati a fronteggiare il nuovo coronavirus nel continente africano. Tuttavia, per accedere a cure di questo livello devi a) vivere vicino a uno di questi ospedali e b) avere un’assicurazione. Bastano questi due indicatori per far capire come andare in ospedali di qualità non sia un’opzione praticabile per molti kenyani. 

Ma ci sono stati interi dove la terapia intensiva è qualcosa di inesistente: ad esempio in Uganda, dove c’è un letto disponibile ogni milione di abitanti, o in Liberia, dove non ce n’è neanche uno. E sebbene molti Paesi africani non siano nuovi ad emergenze sanitarie come ebolatubercolosi, o malaria e abbiano messo a punto protocolli efficaci (come quello di tracciamento per individuare, isolare e testare persone entrate a contatto con un infetto), i loro sistemi sanitari non sono paragonabili a quello italiano — o di qualsiasi altro Paese dell’Unione Europea.

Una dimensione “di contrasto naturale al virus” a cui la stampa ha dato molto peso è l’età: la media per il continente africano è di 19.7, bassissima se paragonata ai 38.4 della Cina e ai 43.1 dell’UE (l’Italia poi con 47.3 ha una delle popolazioni più anziane del pianeta). Sebbene una popolazione giovane possa essere considerata un fattore protettivo significativo nella pandemia, non si sa veramente come questa evolverà in un continente dove 60 milioni di bambini sotto i 5 anni sono malnutriti (2018), dove oltre 25 milioni di persone sono sieropositive e dove si registrano un quarto delle morti per tubercolosi e il 94% della morti per malaria (2018)

Tuttavia, nonostante questo quadro spaventoso, la preoccupazione maggiore per i cittadini del Kenya, dello Zimbabwe, della Nigeria (ma anche dell’India, del Pakistan e di moltissimi altri Paesi in via di sviluppo) è rischiare di morire di fame. 

La stragrande maggioranza di persone in questi luoghi del mondo, infatti, vive hand-to-mouth, ossia alla giornata: per loro rispettare le varie misure di coprifuoco o lockdown recentemente imposte significherebbe rinunciare a quei pochi dollari al giorno che gli consentono di mettere del cibo in tavola per le loro famiglie – ed è difficile preoccuparsi di un virus quando non sai se domani sarai in grado di dar da mangiare ai tuoi figli. Non c’è da stupirsi, dunque, se queste norme vengono violate un po’ ovunque. Quello che dovrebbe scandalizzare è invece la reazione dei governi e del loro braccio armato, esercito e polizia.

Violenze della polizia kenyana su pendolari a Mombasa, due ore prima che entrasse in vigore il coprifuoco

I governi di Paesi in via di sviluppo come il Kenya o l’India hanno messo in campo azioni drastiche per contrastare la diffusione del virus, senza però prendere i necessari provvedimenti a tutela delle fasce più vulnerabili. Ad esempio, nessuno ha parlato di come migliaia di lavoratori migranti dovrebbero rientrare a casa o di come fornire cibo e acqua agli abitanti degli slums.

In compenso la polizia non ci ha pensato due volte prima di usare idranti e proiettili di gomma per far rispettare le norme di distanza sociale – e vale la pena ricordare che rispettare le norme igieniche o la distanza sociale è un fatto pressoché impossibile in un insediamento informale, dove ad esempio vive la maggioranza della popolazione di molti paesi africani

La lista di violazioni e abusi da parte della polizia è già piuttosto lunga, a partire dal Sudafrica e dal Kenya (dove sono iniziate già due ore prima del coprifuoco) per arrivare anche alle piccole Mauritius, e ovviamente non si limita al continente africano. Negli ultimi giorni diversi video che mostrano agenti di polizia indiani che bastonano la gente per strada sono diventati virali, spingendo le opposizioni a chiedere l’intervento del primo ministro Modi.

A testimonianza del fatto che, per la prevalenza dell’economia informale e l’assenza di reti di sicurezza e sistemi di welfare, fuori dai paesi sviluppati la pandemia non è solo un problema sanitario ma anche e soprattutto un problema sociale, che le autorità sembrano voler affrontare esclusivamente dal punto di vista del mantenimento dell’ordine pubblico – con le buone o con le cattive.